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Opinione di Peppe Comune su Cape Fear. Il promontorio della paura





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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11/09/2010 voto al film: voto buono

Sul film

Max Cady (Robert De Niro) esce dal carcere dopo quattordici anni di dedenzione. Venne condannato per stupro, un crimine che con ogni probabilità lui aveva effettivamente commesso. Ma se l'avvocato difensore Sam Bowden (Nick Nolte) l'avesse difeso meglio, se avesse presentato alla corte un rapporto che delineava il profilo psicologico della vittima, avrebbe potuto avere una pena più lieve se non essere scagionato del tutto. Una volta libero Max Cady medita la vendetta contro l'avvocato, che deve essere lenta, insinuarsi come un tarlo nella pacifica ruotine familiare si da far risaltare le crepe irrisolte del suo rapporto con la moglie (Jessica Lange) e l'incomunicabilità di fatto con la figlia (Juliette Lewis), camminare al limite della legalità prima di esplodere con la stessa violenza che è stato costretto a subire in carcere, una violenza che gli ha irrimediabilmente corrotto l'animo."Cape Fear" è un thriller pervaso di un'atmosfera torbida e delirante, un film che avvince per ritmo e suggestione e che è servito a Martin Scorsese per fare il punto sullo stato di salute del suo paese attraverso le figure di Max Cody e Sam Bowden, corpi e anime di due modi distinti di essere partecipi della stessa idea del male : rappresentazione di un castigo da infliggere ad ogni costo l'uno, simbolo della tracotanza erta a modello di vita l'altro. Scorsese non ci porta a conoscere le colpe di Max Cady ma a concentrarci sulla valenza "messianica" della sua vendetta, che è troppo calcolata e violenta per non essere pensata come il prodotto di un male più generale che particolare, come la morte dell'innocenza che non può non riguardare tutti. Mette l'uno di fronte l'altro due frutti della stessa natura sistemica dove l'esplicazione criminale del primo mette a nudo l'implicito potenziale malefico presente nel secondo. Max Cody è un congegno a orologeria pronto ad esplodere con un fragore dirompente, spazzando via tutto, il buono e il cattivo, il bello e il brutto, il colpevole e l'innocente, il giusto e l'ingiusto, perchè non è il semplice risultato dell'istintiva voglia di far soffrire chi gli ha recato sofferenza, ma è un piano architettato contro un intero sistema, lo stesso che gli ha inculcato la furia assassina di cui è venuto in possesso. Un piano che ha un obiettivo preciso, diretto contro chi si è arbitrariamente arrogato il diritto di non compiere il suo dovere di avvocato cambiando la sostanza del suo processo, ma che delineandosi come se si trattasse di una missione religiosa e portato avanti con tanta fanatica devozione, non può non far pensare a una sorta di "angelo vendicatore" venuto a interrompere il tranquillo andamento di un paese adagiato sulla propria ricchezza, a una proiezione in forma tragica dalla più bieca ipocrisia benpensante. Un essere indistruttibile che si è nutrito di tutta la rabbia di questo mondo, che resiste fino allo stremo delle forze, che sembra non voler morire mai, come il male di cui è vittima e carnefice insieme. Max Cady è come il taxista di notte Travis o il Paul Hackett imprigionato in una New York fuori orario e fuori giri, è come gli apprendisti mafiosi della little Italy o i bravi ragazzi che raggiungono l'apice del crimine organizzato. Un modo come un altro che è servito a Martin Scorsese per raccontarci la coscienza sporca di un paese che continua a ripetersi di essere il regno delle opportunità. Probabilmente, è anche per questo che si è ammalato di megalomania. Ottimi gli attori, con una menzione particolare per il "malefico" De Niro e le belle comparsate di "grandi vecchi" come Robert Mitchum, Gregory Peck e Martin Balsam.


SI

Commenti

  • 11 settembre 2010, 09:17 di Utente rimosso (Marcello Del Cam

    Caro Peppe, la tua lettura del film è politicamente corretta concede a Max Cady, uno psicopatico nato che rappresenta il MALE allo stato puro (vedi la scritta HATE incisa sulle nocche della mano), delle motivazioni sociologiche alla sua sete di vendetta. Thomas Harris ritiene (e molta psichiatria) che esistono individui (vedi i serial killer) la cui coscienza morale è inesistente; durante il processo Jeffrey Dahmer chiese alla corte di essere giustiziato perché era nella sua natura l'attitudine a uccidere (uno che descrive con impassibilità come gli era parso 'duretto' il cuore arrosto di una vittima, non è che sia 'normale'); il caso Izzo è un esempio di personalità irrecuperabile alla 'norma'. Nel film di Scorsese non c'è un solo momento di redenzione di Cady, al contrario il regista fa di Cady un personaggio biblico che non rimanda ai nevrotici urbani come Travis nei quali la follia ha precise ragioni di dsagio sociale, e questo è evidente nel finale che ci mostra Cady salmodiante frasi latine mentre sta per essere inghiottito dalle acque, proprio come il capitano Achab di Moby Dick. Mi meraviglia anche il fatto che la tua opinione lascia fuori dal discorso qualsiasi riferimento al "Cape Fear" di Jack Lee Thompson del 1963 del quale il film di Scorsese è il remake, secondo me meno riuscito, né è casuale in quest'ultimo l'omaggio ('le comparsate') a Robert Mitchum e Gregory Peck (e a Matin Balsam) che nel precedente "Cape Fear" erano gli interpreti a confronto, né, infine all'utilizzo dello score originale di Bernard Hermann che Scorsese riutilizza. Si potrebbe parlare a lungo di questi due film, ma chiudo qui, accennando solo all'interpretazioni che Bob Mitchum e Robert De Niro: danno del personaggio Max Cady: Mitchum ripete la grande performance del pastore Harry Powell nel capolavoro "La morte corre sul fiume" (Charles Laughton, 1955), lavora per sottrazione, niente muscoli tatuati, faccia truce, puro underplayment (del resto, Bundy, Dahmer, Donato Bilancia e altri 'assassini nati', durante il processo sembravano tranquilli cittadini della porta accanto), De Niro fa il contrario, eccede fino a sembrare una creatura da horror-movie - in fondo tra la versione del 1962 e quella del 1991 c'è un dirottamento del 'genere': il film di Lee Thompson è un crime-movie, quello di Scorsese rasenta l'horror. Qualcuno ha scritto: De Niro fa paura, Mitchum è la paura, e a me pare che sia proprio questa differenza a fare del primo film un capolavoro e del remake solo un buon film. Quanto alla differenza tra i due Sam Bowden (di Gregory Peck e Nick Nolte) , mi sembra meno marcata, direi che Nick Nolte è solo un po' più incazzato. Un saluto.

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  • 11 settembre 2010, 09:21 di Utente rimosso (Marcello Del Cam

    Mi scuso per i molti refusi: ho scritto a braccio e di fretta.

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  • 11 settembre 2010, 09:55 di dedo

    Sono veramnte colpito sia dalla ottima opinione di Beppe, ma anche dalle osservazioni puntuali e precise di Marcello. Di rado si osservano opinioni e "contro-opinioni" di così elevata qualità. Devo congratualrmi con ambedue, approfittando dell'occasione per salutarli entrambi. Dedo

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  • 11 settembre 2010, 10:11 di cheftony

    Mi accodo a Dedo...complimenti ad entrambi!

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  • 12 settembre 2010, 13:46 di Inside man

    Ottimo confronto d'opinioni, e nel merito, propendo per la versione di Marcello, più critica verso gli esiti del film di Scorsese: "surplus di accentuazioni" nell'impostazione timbrica della pellicola, adozione della componente biblico-messianica e sostanziale dirottamento di genere verso l'horror, sono insieme fattori concorrenti all'eccessiva (quasi "urlata") esplicitazione della polarizzazione (metaforico-simbolica) Cady-famiglia Bowden. Complimenti ad entrambi, ed un saluto a tutti gli intervenuti!

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  • 1 luglio 2011, 10:42 di trebby

    Ritengo che questo film almeno inizialmente avesse velleità sociologiche: il proletario Caddy che si vendica del borghese Bowden, in realtà alla fine penso abbia prevalso l'estetica della violenza contrapposta alla violenza dell'estetica di una società borghese, puritana e conservatrice. Mi spiego meglio: Caddy rappresenta la violenza in tutto il suo lato più esteriore, l'estetica della violenza appunto; mentre i Bowden rappresentano un edonismo borghese ridondante quasi violento, in altre parole chiamato la violenza dell'estetica. L'errore del regista è stato quello di caricare eccessivamente l'estetica della violenza eludendo le divagazioni intellettuali di un film basato sulla violenza come ''arancia meccanica'', alla fine è scaturito un thriller superficiale e banale.

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