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Opinione di Aquilant su Non si uccidono così anche i cavalli?

[They Shoot Horses, Don't They?, USA 1969, Drammatico, durata 129']   Regia di Sydney Pollack
Con Jane Fonda, Michael Sarazin, Gig Young, Susannah York




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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08/12/2004 voto al film: voto buono

Sul film

1932: anno di profonda recessione in America. La depressione regna sovrana e gli individui in odore di miseria non trovano di meglio che partecipare ad una delle più aberranti forme di tortura che sia stata mai inventata ad uso e consumo delle masse dell’epoca, avide di emozioni forti a buon mercato. Nasce in tal modo la maratona di ballo, uno spettacolo che per taluni versi ricorda quello dei gladiatori, ridondante di un pubblico al limite del sadismo, ansioso di assistere all’impietoso calvario dei partecipanti, di godere delle loro sofferenze, di vederli ridotti col morale a pezzi, coi piedi gonfi, agonizzanti, stremati, estenuati. Un pubblico che butta loro delle monetine come a dei mendicanti, in una gara in cui la cui palma andrà agli ultimi due concorrenti esausti e barcollanti rimasti in gara “che riusciranno ad approdare alla vittoria attraverso un mare di disperazione, calpestando i corpi ed i sogni degli sconfitti”. Ondate di mielosa retorica rovesciate sugli astanti da logorroici e spietati presentatori. Femmine incinte spinte dalla necessità a buttarsi nell’arena a causa della loro indigenza perché l’elemento patetico fa sempre presa sul pubblico ed oltretutto non si può rinunciare ad avere bambini soltanto perché mancano i soldi. Esseri che hanno assistito da piccoli all’abbattimento di cavalli stremati intenti ad ascoltare a mo’ di conforto la voce dell’oceano dal pavimento. Attempati marinai pronti all’appuntamento con la morte in agguato dietro l’angolo. Una massa di reietti vogliosa di vincere anche se, a detta del presentatore, “non serve arrivare primi per avere soddisfazioni dalla vita, ma neanche ultimi.” Pagine tra le più drammatiche della storia del cinema. Sudore, polvere, corpi ansimanti, muscoli che arrancano a forza d’inerzia, concitate immagini a velocità sempre più accelerata, primi piani gessosi, sovraesposizioni spinte all’estremo, macchina da presa destabilizzante che si attacca ai personaggi, immagini d’un bianco cadaverico, esseri ridotti alla stregua di spettri in movimento, pubblico in delirio intento a nutrirsi del sangue e del sudore degli sventurati, che urla, incita, impreca, mentre in contemporanea il sogno americano frettolosamente si sgretola dissolvendosi in mille cocci. E poi Gloria, la ragazza cinica, disillusa, dalla visione totalmente pessimistica del mondo, anima senza alcuna via di sbocco, estranea ad ogni minima parvenza di sentimento, che non comprende il motivo per cui si continuino a mettere al mondo i bambini quando la vita non mantiene le promesse. Gloria, con quella debordante voglia di vincere che le conferisce una forza interiore tale da renderla capace di sorreggere il compagno nei momenti di maggiore stanchezza, in un’ideale inversione dei ruoli tra il cosiddetto sesso forte e quello debole, vogliosa di perdere per sua precisa volontà anche l’ultima sfida, la più importante di tutte, quella con la vita, alla stessa stregua di un cavallo che cade riverso su di un prato, abbattuto da una mano pietosa. Nasce così questo controverso ed avvolgente film dal ritmo ipercinetico, con le sue traumatiche riflessioni morali sul degrado dell’umano sentimento, anche se il suo sconvolgente finale fa sì che la sua visione sia sconsigliabile alle persone più suggestionabili, in quanto non costituisce certo un esempio edificante il paragone tra un cavallo sfiancato ed un essere umano. Ma nonostante l’acuto pessimismo che pervade l’intera vicenda e l’alta drammaticità delle immagini siamo indubbiamente al cospetto di un’opera col respiro grande del capolavoro.


SI

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