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Opinione di LorCio su C'era una volta in America





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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10/08/2008 voto al film: voto ottimo

Sul film

C’era una volta in America la parabola di ascesa e declino di due ragazzi della criminalità, prima inerziale e poi più pericolosa. C’era una volta in America David detto Noodles. C’era una volta in America l’amico imprevisto Max, conosciuto in una circostanza buffa (Noodles voleva fregarlo nel suo lavoro di fotografo). C’era una volta in America il romanzo epico di tutto ciò che è Vita. È l’ultimo film di Sergio Leone. Più che una resa dei conti col suo cinema (sia quello suo, sia quello che amato nell’adolescenza), è un omaggio alla mitologia filmica, filtrato attraverso la beffarda e crudele naftalina della memoria. Non si entra subito nel fulcro centrale della storia. È divisa in tre tempi (oserei dire in tre atti, a mo’ di tragedia teatrale), sviluppata a salti temporali e lunghi flashback: prima nel 1922, quando Noodles e Max si conoscono e si iniziano alla malavita metropolitana; poi dieci anni dopo, durante il proibizionismo, allorché gli affari vanno a gonfie vele (anche se tutto non fila per il vero giusto…); e dunque trentacinque anni più tardi, nel 1968, in cui il vecchio e decadente Noodles viene richiamato da un misterioso senatore… Ma prima di questa scansione temporale, abbiamo un incipit nel quale si passano in rassegna varie sequenze apparentemente disordinate (alla fine tutto torna, irrimediabilmente). Ci sono sangue zampillante, stragi feroci, pistole fumanti, un uomo che si risveglia d’improvviso (attenti a quell’uomo…). In questo western metropolitano dai toni profondi e crepuscolari, Leone caratterizza ognuno dei tre filoni con altrettante diverse caratteristiche. Quello giovanile è introdotto dallo stacco creato dallo sguardo dell’anziano Noodles nella fessura rettangolare del locale dell’amico Fat: ecco quindi che si materializza lo sguardo sveglio e puerile del giovane Noodles, intento a sbirciare la sorella di Fat, la quale rivestirà un ruolo importante per tutto il resto del film (e a cui il ragazzo esprimerà una sofferta dichiarazione d’amore malato). Paradossalmente, in un racconto così amaramente violento, c’è spazio perfino per una sorta di educazione sentimentale, espressa sia dal rapporto languido con Deborah (la sorella di Fat) e sia da quello carnale ed utilitaristico con la puttana per vocazione Peggy. La prima parte può essere considerata quella più romantica e emotiva: a modo (molto) suo, Noodles è un personaggio romantico, certo più dell’amico Max. Il quale rappresenta nel binomio affettivo con Noodles l’anima più pratica e razionale. Tra i due si pianifica una specie di affinità elettiva di cui ben presto si capisce la natura: quella tra Max e Noodles è un’amicizia virile e difficile, perché ogni sentimento così forte è inevitabilmente destinato ad una conclusione inquieta. Non è un caso che il primo segmento si chiuda con una morte, per l’appunto quella di un piccolo compagno di criminalità: è il segno del destino, avrebbe dovuto far capire loro che la Morte sarà la loro irrinunciabile compagna d’avventura. È una storia di morte, “C’era una volta in America”, la morte come ineludibile destino. “Noi siamo il Destino” afferma spavaldo Max dieci anni dopo. Ecco quindi che ci catapultiamo nella seconda parte, quella centrale, attraverso lo stacco dal carcere alla tomba di Max, ormai morto (ma qui risiamo nel 1968 – è tutto un andirivieni tra passato e presente). Questo segmento è in un certo senso più scontato, perché contraddistinto da una raffinata tecnica di citazionismo che lo rende un affettuoso deja-vu del cinema di gangster dei tempi d’oro (specie degli anni trenta, raccontati nel flashback). Estremamente violenta, maggiormente cinica, ci sono tutte le peculiarità topiche del genere: la corruzione degli ambienti giudiziari, gli omicidi su commissione, le rapine “proibite”, gli affari con i pezzi grossi, i rapporti con le organizzazioni sindacali (sbaglio o c’è qualcosa che induce a ricordare ad Hoffa?). E c’è il sesso. Se Peggy (rieccola) simboleggia un sesso basato sull’utile, Deborah è la vittima (di Noodles) a causa del sesso. La gratuita e spietata violenza in auto ne è la prova. Stona questa sequenza se fatta seguire a quella, più tenera, del ballo nel ristorantone vuoto. È un personaggio pieno di contraddizioni, questo Noodles. Al punto che, per salvare l’amico Max – oramai in preda al furore criminale –, lo assicura alla giustizia, denunciandolo. È come per dire che in una parabola tragica i valori puri rivestono un loro porco ruolo (però poi sono i meno nobili a trionfare…). E quindi eccoci nella parte finale. Per chi scrive, il lungo e doloroso epilogo è il fulcro più interessante e decisivo del racconto. “Cosa ti tiene ancora qui?”, chiede l’amico Fat a Noodles. “La curiosità”. Ormai è un fantasma che non ha più niente da perdere. Risbuca dal fumo (del passato), sulle note di “Yesterday” dei Beatles (il Ieri visto dall’Oggi non è poi così entusiasmante). “Cosa hai fatto in tutti questi anni?”. “Sono andato a letto presto?”. Ha perso la voglia di combattere, è privo di qualunque slancio, sputa amare sentenze (“I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di te?”). Però ha ancora un barlume di curiosità. Ha ricevuto una lettera, muore dalla voglia di sapere cosa voglia da lui questo senatore implicato in uno scandalo. E dunque una carrellata di fantasmi. Rivede Deborah, l’unica donna che ha veramente amato (e non è riuscito ad amare). Ha scelto la carriera, è una grande attrice. Ha il viso inondato dal bianco, la rende ancora di più uno spettro. Sa molte cose, ma non le può dire al vecchio amante. È una scena malinconica e nervosa, terribilmente scoraggiata. È tutto un gioco di silenzi e sguardi. Ma l’apoteosi deve ancora avvenire. C’è un inseguirsi di colpi di scena. E chi è il senatore? È Max. Ma, come, non era morto? No, aveva inscenato il proprio omicidio per sfuggire alla polizia e costruirsi un nuovo futuro. Ma ora è destinato ad essere incastrato nello scandalo. Solo da Noodles può accettare di essere ucciso. È in debito con lui. Lui può farlo. Ma Noodles si rifiuta. Finge di non riconoscere il vecchio amico (dal quale è stato) tradito. Lo piglia per matto, ma non ci crede più tanto. È una scena struggente, crepuscolare. Affiorano i veri sentimenti capitali della coppia. Noodles esce di scena, non prima di veder morire Max, suicidatosi in un tritarifiuti. Qui si singhiozza. Però eccolo, il vero, spiazzante colpo di scena. Il giovane Noodles (quello degli anni trenta) è in uno stanzone dove si fa di oppio. Poi si addormenta. Torna alla mente quell’uomo che si risveglia sconvolto all’inizio del film. Noodles sorride. Morandini ipotizza che il presente (1968) sia una illusione, la figurazione sognante del drogato Noodles. Allora niente è accaduto, è solo la proiezione ipotetica di ciò che potrebbe accadere trentacinque anni dopo? Tra realtà e sogno, preferisco scegliere la realtà. Ma è una predilezione personale. Perché in realtà Leone non ci dice chiaramente ciò che veramente accade. È un inserimento beffardo ed enigmatico. È giusto che resti così. Ognuno opti per ciò che meglio crede, tanto il risultato è sempre il medesimo, drammatico. Robert De Niro giganteggia. James Woods appassiona. E poi la colonna sonora Nel cinema di Leone la musica (anzi, il grande Ennio Morricone) ha un ruolo fondamentale. Ha un potere straordinario, evocativo, nostalgico. Se non è il miglior film del cinema moderno poco ci manca.

Sulla regia di Sergio Leone

Malinconica, struggente, crepuscolare, evocativa. Perfetta. STANDING OVATION.

Sull'interpretazione di Joe Pesci

Perfetto.

Sull'interpretazione di Treat Williams

Perfetto.

Sull'interpretazione di Tuesday Weld

Ottima prova.

Sull'interpretazione di Elizabeth McGovern

Irrequieta e malinconica. Grande.

Sull'interpretazione di James Woods

Appassionato e appassionante, fantastico.

Sull'interpretazione di Robert De Niro

Ogni aggettivo qui è vano. Basta dire che è un GIGANTE assoluto?

Sulla colonna sonora

Nel cinema di Leone la musica (anzi, il grande Ennio Morricone) ha un ruolo fondamentale. Ha un potere straordinario, evocativo, nostalgico. Uno dei capolavori di Ennio.

Cosa cambierei

Voto: 9.


SI

Commenti

  • 10 agosto 2008, 10:39 di LAMPUR

    E qua ti dò piena ragione. Qua. ;)

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  • 10 agosto 2008, 11:30 di H.A.L 9000

    ...CHE OPINIONE!!!! APPLAUSO!!!

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  • 10 agosto 2008, 14:21 di strangerinworld

    il film più sopravvalutato della storia del cinema. Leone aveva chiuso più o meno bene con giù la testa. poi s'è messo in capo di fare un epopea chè non è proprio nelle sue corde. così ne nacs eun film brutto, sgraziato, volgare, tamarro, violento senza motivo, pieno di buchi di sceneggiatura. puoi scrivere l'opimnione più bella del mondo ma il film resta ciò che è: greve.

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  • 10 agosto 2008, 14:57 di H.A.L 9000

    ...stranger, con tutto il rispetto: Ma non ti sei mai chiesto perchè il film presenta buchi di sceneggiatura? Leone che colpa ne ha se quei bastardi di AMERICANI hanno amputato il suo CAPOLAVORO di 50 minuti? Comunque, non concordo a fatto con la tua opinione. Sgraziato? Ma ti sei visto per bene la scena con Patsy e la pastella? Volgare? Ma per favore...tutto il cinema di Leone è intriso di humour casareccio che io però non definirei volgare...i VANZINA sono volgari, quelli sì...Violento senza motivo? Ma che cavolo stai dicendo? Hai mai sentito parlare di "America", "Bronx" ò "scontri tra bande rivali"? Non credo che debba essere io a dirti che la violenza era ed è un fatto quotidiano...e poi nel film di Leone la violenza serve anche a sottolineare la miseria, la decadenza umana, la disperazione dei protagonisti che non conoscono altro che la violenza quando non vedono nessun altra via d'uscita...e poi Leone è riuscito a rendere poetiche perfino le violenze più basse (la morte di Dominic? Ricordi?!)...Fatto sta che "C'era una volta in America" per me è il miglior film della storia del cinema...però, come dicevano già i latini: De gustibus non disputandum est...

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  • 11 agosto 2008, 22:41 di Mathiasparrow

    Dopo questo, non serve aggiungere altro!

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  • 12 agosto 2008, 14:10 di kerouac

    Una recensione che dà un'idea dello straordinario valore di questa gemma assoluta. Complimenti LorCio. Per il finale, io prediligo il sogno alla realtà, anche perchè Sergio Leone suggeriva proprio questa come la chiave di lettura non solo del finale ma dell'intero film (Mathiasparrow non mi crede quando glielo dico...), il che rende C'ERA UNA VOLTA IN AMERICA ancora più straordinario se pensiamo che in realtà non filma altro che ricordi/visioni di un uomo. Consiglio a chiunque ha già visto il film di leggere quest'opinione.

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  • 16 agosto 2008, 01:29 di Mathiasparrow

    x kerouac: non è che non ci credo, all'ipotesi del sogno finale...è che preferisco rimanere col dubbio...ci sono certi casi in cui mi secca dover dare un'interpretazione forzata ad un film, ed uno dei casi più importanti è senza dubbio il finale di questo capolavoro... Io poi una mia idea su "realtà o sogno" ce l'ho, ma preferisco tenermela per me... ;-)

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  • 8 ottobre 2008, 03:52 di Dalton

    Quoto LorCio, Lampur, HAL, Mathias e Kerouac. ;)

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  • 10 aprile 2010, 18:23 di curiosone49

    davanti a certi capolavori forse, e sottolineo FORSE, occorrerebbe rifarsi a Shakespeare...To die, to sleep, maybe to dream.......

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