Triplo gioco - La recensione di FilmTv
Con Gary Oldman, Juliette Lewis, Annabella Sciorra, Lena Olin, Roy Scheider
La recensione di FilmTv
Noir postmoderno, ironico e molto scorsesiano, interpretato da quattro attori che sono la forza del cinema americano del futuro. Qualche concessione sul piano intellettuale, ma un'ottima sceneggiatura per un film che, nonostante alcune imperfezioni, merita di essere visto
Una tavola calda sperduta nel deserto dell'Arizona, e il suo barista (un ex poliziotto che è sparito dal mondo dopo aver tradito prima i suoi colleghi poi la mafia) che aspetta: aspetta una donna, sua moglie, che se ne è andata con una borsa piena di soldi e un appuntamento, proprio lì, in quel bar nel deserto dell'Arizona. Aspetta e ricorda, tutti gli intrighi, i doppi e tripli giochi, le donne che l'hanno trascinato a seppellirsi là. Comincia così, come il più classico dei noir anni ’40, con la voce off di Gary Oldman che racconta la sua storia e il flashback che parte con le sue immagini del passato, Triplo gioco, noir postmoderno, piuttosto ironico e molto scorsesiano diretto l'anno scorso da Peter Medak, un regista inglese stravagante e altalenante che divenne quasi famoso nel ’72 con La classe dirigente, balletto delirante e surreale con un Peter O'Toole mezzo Cristo e mezzo Jack lo Squartatore, quasi pre-Monthy Python. Triplo gioco non c'entra niente con La classe dirigente; se mai assomiglia a un film recente di Medak, I corvi (1990), la ricostruzione della vita e delle "imprese" dei gemelli Kray, grandi boss della malavita londinese anni ’60, un film passato inosservato in Italia, ma molto apprezzato in Inghilterra e in America. Come I corvi, anche Triplo gioco spinge sull'acceleratore della violenza, del paradosso e dell'ironia che arriva a punte surreali. E' decisamente surreale la dark lady spietata di Lena Olin (bellissima come nell'Insostenibile leggerezza dell'essere), capace delle imprese più nefande, di una sensualità mortuaria e sarcastica, di una ripresa (ferita, contusa, con un braccio artificiale) sovrumana. Ed è quasi surreale la faccetta intelligentissima di Gary Oldman, tra Ray Liotta di Quei bravi ragazzi e Tim Roth di Cani da rapina, che si destreggia tra troppe donne (oltre alla Olin, la moglie volitiva Annabella Sciorra e l'amante sperduta Juliette Lewis) e affari sporchi più grandi di lui. Un film imperfetto, troppo intellettuale per essere davvero coinvolgente e troppo apertamente ironico per essere davvero di genere. Ma con quattro attori che sono la forza del cinema del futuro e una sceneggiatura (di Hilary Henkin) che per alcuni anni è stata famosa come «una delle 10 migliori sceneggiature mai realizzate da Hollywood». Che non è poco.
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