Lamerica - La recensione di FilmTv
Con Enrico Lo Verso, Michele Placido, Carmelo Di Mazzarelli
La recensione di FilmTv
Una storia di emarginazione e di emigrazione che scava nella memoria collettiva del nostro Paese, attraverso una vicenda ambientata in Albania. Un film "umanistico" che rimanda al neorealismo, opera di uno dei nostri registi più sensibili e intelligenti
Lamerica, Litalia, Lalbania: il titolo di un film, nato con l'apostrofo, come il suono di una suggestione lontana ma inevitabile, e rimasto con l'apostrofo per i 3 anni di scrittura e lavorazione del film, che un bel giorno diventa una parola tutta intera, più elementare e più sognante, Lamerica scritta come l'avrebbe scritta un emigrante, come ha detto Gianni Amelio, e come gli è venuto in mente aveva scritto Elsa Morante nella Storia. Un titolo che sintetizza tutto il senso del film, che addirittura è più bello, emblematico ed essenziale del film finto: una storia di emarginazione ed emigrazione, di ricchi e furbi e di poveri e disperati, che scava nella memoria collettiva di un paese (il nostro) che solo fino a cinquant'anni fa andava altrove in cerca dell'America, che nel 1991 era diventato l'America per la vicina Albania, la quale a sua volta oggi vive il sogno americano in casa propria. Gli appunti di lavorazione di Gianni Amelio (che è un cineasta tra i più sensibili e intelligenti della nostra generazione cinquantenne) sono intensi e precisi. Amelio è andato in Albania alla fine del ’91, subito dopo l'esodo albanese verso Brindisi, e ha cominciato a elaborare la sceneggiatura sulla realtà che ha trovato là, non tanto diversa da quella del Sud italiano della fine della guerra. Una storia che proseguiva idealmente quella del carabiniere Enrico Lo Verso nel Ladro di bambini: un giovane italiano che arriva in Albania con un faccendiere più anziano, si ritrova solo e, a contatto con la disperazione, la miseria, la fuga verso il sogno degli albanesi, si scopre come loro. Quando l'anno scorso Amelio è tornato a Tirana per le riprese, ha scoperto un paese che era cambiato con velocità impressionante, dove spiccavano manifesti United Colors, si fabbricava Coca Cola, circolavano un sacco di automobili. Dificoltà a ritrovare le immagini su cui era nata la sceneggiatura, 15 giorni di pausa, inquietudini della troupe, e il personaggio di Lo Verso che diventa più cupo, più cinico e perciò più doloroso di quando fosse stato pensato. Finché, in viaggio con il vecchio albanese pazzo scelto per fare il prestanome alla finta ditta italiana (che in realtà è un siciliano in prigionia dal 1945), non si scopre identico agli emigranti che a grappoli affollano la nave diretta in Puglia, disarmato come loro, pieno di speranze assurde. Un film "umanistico", che rimanda esplicitamente al neorealismo nel taglio delle inquadrature e al cinema sociale e spettacolare degli anni ’60 nell'andamento epico, un film più tormentoso e meno compatto del Ladro di bambini; ciononostante, Lamerica è un film "giusto" nel nostro panorama cinematografico e ideale.
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