Opinione di il melandri su The Commitments
Con Robert Arkins, Michael Aherne, Andrew Strong, Angeline Ball, Felim Gormley, Johnny Murphy, Ken Mc Cluskey
- negative [1]
- sufficienti [1]
- positive [17]
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Sul film
Realizzato esclusivamente con attori non professionisti/musicisti più o meno dilettanti (Parker ne ha provinati più di tremila reclutati da strade e pubs della proletaria Dublino nord) The Commitments è un film ottimo da molti punti di vista: buono il soggetto, tratto dall'omonimo libro di Roddy Doyle che è anche co-autore dell'adattamento; ottima la scelta degli attori, tra i quali spicca il cantante allora sedicenne Andrew Strong, dotato di una voce portentosa (così perfetta che convincerà Parker e Doyle a rivedere il personaggio del cantante, che nel libro è un vanitoso emulo di George Michael, personaggio per cui Strong non sarebbe adatto) perfetta l'alternanza, dal ritmo serrato, tra il racconto e le performance musicali (realizzate dal vivo dagli stessi attori); bellissima la fotografia: e per chiudere bellissima la musica, che spazia nel repertorio soul, da Otis Redding a Wilson Picket e Marvin Gaye, aggiungendo anche qualche inedito.
Difficile non farsi travolgere da questo film quasi perfetto e dalla musica, dove attori non professionisti diretti magistralmente da Alan Parker che ne esalta la spontaneità, danno vita ad una commedia fresca, in cui sarà facile ritrovarsi a battere il tempo col piede.
Magari non vale cinque stelle ma per questioni affettive gliele assegno ugualmente. VOTO 10
Sulla trama
Nella proletaria periferia nord di Dublino per emergere un ragazzo senza mezzi non ha che tre modi: diventare un giocatore di rugby, un giocatore di calcio, o un musicista. Questo dice Alan Parker in un’intervista di presentazione del film.
E così, sulla scia dei vari Bob Geldoff, Sinead O’Connor, U2 che ce l’hanno fatta, ecco che Jimmy Rabbitte tenta di mettere insieme una band per portare la musica soul a Dublino: sua la battuta “Gli Irlandesi sono i più neri d'Europa, i Dublinesi sono i più neri di Irlanda e noi di periferia siamo i più neri di Dublino”.
Il tema del riscatto sociale accomuna gli intenti dei componenti del gruppo e li porta, dopo gli esordi sgangherati, ad un passo dalla consacrazione definitiva e dal successo, senza però riuscire ad ottenerli.
Dal reclutamento dei componenti, ognuno perfettamente caratterizzato, il gruppo comincia a macinare prove ed esibizioni sempre più convincenti; la storia della band si intreccia con quella personale dei personaggi, compresi quelli di contorno, svolgendosi nelle strade, nei locali, nelle ambientazioni tipiche della cattolica Irlanda, cornice perfettamente tratteggiata della storia.
Ascesa e caduta, il crescente successo della band si accompagna al crescere delle tensioni all’interno del gruppo, che arriva solo a sfiorare la possibilità di ottenere un contratto. Il trombettista, unico componente anziano, Joey the lips, nel finale cerca di consolare Jimmy (il manager del gruppo): il successo vero sarebbe stato un finale scontato, il successo c’è stato comunque ed è stato quello di ampliare i loro orizzonti, cambiare le loro prospettive.
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