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I figli della violenza (1950)




I punteggi di FilmTV

Humor umorismo in I figli della violenza: minimo
Ritmo ritmo in I figli della violenza: presente
Impegno impegno in I figli della violenza: forte
Tensione tensione in I figli della violenza: forte
Erotismo erotismo in I figli della violenza: minimo

Il voto di FilmTV

FilmTV assegna il voto ottimo a I figli della violenza

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Gli utenti di FilmTV assegnano il voto ottimo a I figli della violenza (voti: 26 media: 4,38) 26

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La trama

A Città del Messico, Jaibo è il leader di una banda di giovani teppisti appena uscito dal riformatorio. Pedro è un teppista come lui, ma con qualche voglia di riscatto. E' il film più celebre del periodo messicano di Buñuel, palma d'oro a Cannes e modello ideale di ogni film sull'infanzia violata e di ogni regista del terzo mondo. Non c'è una sola scena patetica, non c'è un solo cedimento naturalista. Buñuel è sempre il vecchio, crudele surrealista di un tempo, un diagnostico dei mali della società tra i più lucidi che il cinema abbia mai avuto. Ancor oggi sconvolgente. Magistrale fotografia di Gabriel Figueroa, i cui estetismi sono temperati da Buñuel salvo poi scatenarsi in sequenze come quella del sogno di Paco. 

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L'opinione più votata

Di Peppe Comune scritta il 03/11/2010 - utile per 13 utenti

Voto al film: voto ottimo

"Los olvidados" ("I figli della violenza", Palma d'oro a Cannes) è il terzo film messicano di Luis Bunuel, che attinge dagli archivi della polizia criminale per offrirci la verità di un paesaggio urbano di desolante miseria e indicibile crudeltà umana. Bunuel ci propone l'infanzia negata, quella che degenera facilmente in atti delinquenziali e lo fa precisando il suo intento sociale (parlò di "film di lotta sociale") con l'accuratezza analitica dello studioso e la geniale fantasiosità di un mistificatore nato delle realtà di fatto. Si seguono le sorti di Pedro (Alfonso Mejia) e della banda di teppisti suoi amici, capeggiati da Jaibo (Roberto Cobo), un fannullone propotente a cui Bunuel si diverte a mettere i panni dell'eroe di cartapesta in un mondo sopraffatto dal degrado, in un universo di derelitti confinato nei pensieri più reconditi degli apologeti della società del benessere. Un cieco (Miguel Inclan) mendicanti, paralitici, barboni che si contendono i rifiuti e "ragazzi affettuosi e male amati / assassini adolescenti assassinati (questi i versi che Jaques Prèvert dedicò al film) fanno il quadro di miseria che caratterizza i sobborghi di Città del Messico, una di quelle bidonville che si generano ai fianchi delle grandi metropoli senza che gli animi benpensanti ne vengano minimamente turbati, un mondo chiuso e impermeabile che si esaurisce tutto nel suo inevitabile corollario di miseria fisica e morale, una realtà insopportabilmente brutta, di quelle che non possono non far germogliare quella violenza veicolata dall'istintiva necessità di sopravvivere un altro giorno ancora. "Voglio diventare buono, ma non so come fare", dice il piccolo Pedro alla madre (Estela Inda), parole che segnano la scarsa possibilità data a questi ragazzi di deviare su sponde più quiete un destino che sembra essere stato scritto da chi si è totalmente dimenticato della loro esistenza, di evadere da un stato di cattività permanente che inevitabilmente permea l'esistenza di ognuno e in cui ognuno si sente naturalmente ingabbiato. Los olvidados, i dimenticati, sono tali perchè si riconoscono solo tra loro, sanno di essere sconosciuti fuori dal loro mondo, estranei per quel centro che ne ha funzionalmente decretato la nascita e ipocritamente sancito la degenerazione sociale. Si sopravvive al suo interno solo se si è solidali l'un l'altro, perpetuando in eterno un corporativismo alimentato dal cieco e inconsapevole istinto di sopravvivenza. Ogni barlume di luce che si insinua in esso, ogni accenno di umanità che contrasta con un destino segnato dalla violenza, si trasforma inevitabilmente in tragedia. Si colora di nero come l'animo di chi è nato sputando miseria.“I figli della violenza" ha certamente assonanze col movimento neorealista, ma l’autore spagnolo piega il tutto alle sue esigenze stilistiche, equilibrando con maestria il realismo dello sguardo e delle finalità sociali con la surreale fascinazione dei mezzi espressivi. Bunuel fissa l’assoluta mancanza di alternative legali per questi figli della violenza senza scadere nell’improduttiva commiserazione dell’emarginato sociale. Coglie la ferocia che anestetizza la ricerca d’amore senza essere moralista. E’ nel contingente ma si pone anche oltre di esso seguendo fedele il solco già tracciato dalla trama spiccatamente surrealista dei suoi lavori precedenti. L’uso della componente onirica (i sogni di Pedro e l’allucinata sequenza finale) e di quella mitica (la presenza emblematica del cieco, una sorta di mostro arcaico che catalizza verso di se le vicende di tutta la varia umanità che popola il film), unito alla ridondante rappresentazione della crudeltà umana, conducono il film oltre la pura descrittività della realtà fattuale per seguire lo shema tipicamente bunualiano di negare il reale nel momento stesso in cui ce lo sta mostrando, di cospargerlo di segni e simboli per orientarlo verso la surreale plausibilità della vita. Questo è il modo di fare cinema del maestro spagnolo ed è questo, probabilmente, l’elemento capace di sottrarlo da ogni vincolo spazio temporale. Per renderlo eternamente bello ed eternamente in lotta contro l'ordine costituito.
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Opinioni su I figli della violenza


6 gennaio 2012 Opinione di steno79 su "I figli della violenza"
steno79

VOTO 10/10 Il capolavoro del periodo messicano di Bunuel: un film di impressionante potenza a livello narrativo e figurativo, un'analisi spietata del degrado e della miseria che partoriscono il crimine, un grido di dolore emesso senza facili moralismi, ma con un linguaggio asciutto ed essenziale, dove si ritrovano le radici surrealiste della poetica bunueliana, soprattutto in certe simbologie visive e nelle due sequenze oniriche. Pare che sia stato ispirato dalla visione di Sciuscià di De...

voto al film: steno79 assegna il voto ottimo a I figli della violenza (1950)

nessun commento
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9 dicembre 2011 Opinione di alfatocoferolo su "I figli della violenza"
alfatocoferolo

Opera verista, essenziale e di grande impatto sociale e umano. Miseria economica e miseria umana costituiscono un connubio pressoché letale e se ne accorge Pedro ch'eppure prova a riscattarsi agli occhi della madre e della società ma finisce calamitato nel buco nero di cui Jaibo rappresenta il centro gravitazionale. Ci sono degli schemi, insomma, c'è un tentativo di semplificare ma non appare forzato nè ingenuo perché la miseria è essa stessa un fattore semplificativo che riduce alla...

voto al film: alfatocoferolo assegna il voto buono a I figli della violenza (1950)

nessun commento
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2 luglio 2011 Opinione di emmepi8 su "I figli della violenza"
emmepi8

Un film ancora del periodo messicano, che certamente non è stato breve per Bunuel, ma che gli ha permesso  di avere la libertà espressiva a cui ha sempre aspirato. Qui siamo in una tematica quasi neorealistica, nel  senso che prende in considerazione la situazione giovanile  nei bassi borghi della metropoli, ma il regista non rinuncia mai ad inserire la  sua visione surreale attraverso i sogni del ragazzo succube di una madre insensibile e di un contesto...

voto al film: emmepi8 assegna il voto buono a I figli della violenza (1950)

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3 novembre 2010 Opinione di Peppe Comune su "I figli della violenza"
Peppe Comune

"Los olvidados" ("I figli della violenza", Palma d'oro a Cannes) è il terzo film messicano di Luis Bunuel, che attinge dagli archivi della polizia criminale per offrirci la verità di un paesaggio urbano di desolante miseria e indicibile crudeltà umana. Bunuel ci propone l'infanzia negata, quella che degenera facilmente in atti delinquenziali e lo fa precisando il suo intento sociale (parlò di "film di lotta sociale") con l'accuratezza analitica dello studioso e la...

voto al film: Peppe Comune assegna il voto ottimo a I figli della violenza (1950)

2 commenti
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10 aprile 2010 Opinione di mm40 su "I figli della violenza"
mm40

I figli della violenza, ma anche dell'analfabetismo, della delinquenza e della miseria. Soprattutto quest'ultima: come dice il direttore del carcere minorile, non si dovrebbero rinchiudere i ragazzini, ma la miseria; quella descritta dal film di Bunuel è una società impietosa che pensa principalmente a sopravvivere, sempre a testa bassa sul (duro) lavoro, e non riesce a turbarsi di fronte a nulla. Non c'è un futuro in questo sistema. I figli della violenza è uno...

voto al film: mm40 assegna il voto sufficiente a I figli della violenza (1950)


11 aprile 2007 Opinione di AlexDeLarge su "I figli della violenza"
AlexDeLarge

Film stupendo del periodo messicano del grande Luis Bunuel. Straordinaria la scena del sogno di Pedro. Esprime la violenza quotidiana (ovviamente resa all'esasperazione) nelle periferie delle grandi metropoli, in questo caso Città del Messico.

voto al film: AlexDeLarge assegna il voto buono a I figli della violenza (1950)



20 marzo 2007 Opinione di mise en scene 88 su "I figli della violenza"
mise en scene 88

Un film bellissimo sulla mancanza dell'amore, un film sulla lotta sociale. Un film che ancora oggi sconvolge, per la sua lucidità e crudezza.

voto al film: mise en scene 88 assegna il voto buono a I figli della violenza (1950)


20 febbraio 2007 Opinione di Zarathustra su "I figli della violenza"
Zarathustra

Bunuel, che lavorava in america dopo essere scappato da qualche anno dal regime instaurato nella sua amata/odiata spagna, arriva in messico per fare un film sul suo amico Lorca ucciso dai franchisti (un film che non verrà mai realizzato) e nel suo viaggio scopre che il messico, nel suo misto di contraddizioni e ambiguità sociali, è proprio il posto che fa per lui. Inizia a lavorare per pagarsi il pane e i suoi primi lavori sono scadenti ma non per colpa sua, gli tocca girare i film in 4-5...

voto al film: Zarathustra assegna il voto buono a I figli della violenza (1950)



27 dicembre 2006 Opinione di carlos brigante su "I figli della violenza"
carlos brigante

Crudele, spietato, cattivo, desolante, desolato, glaciale (come la fotografia di Figueroa): questo è LOS OLVIDADOS; un film di "denuncia sociale" secondo il regista in cui dei ragazzi, dei teppisti (vittime e/o carnefici?), sono "figli della violenza" della società in cui vivono. Mancanza d'affetto e di educazione; ma come può una società diseducata educare? Mi viene in mente "I quattrocento colpi" di Truffaut o per certi versi il neorealismo di Sciuscià di De Sica, solo che...

voto al film: carlos brigante assegna il voto ottimo a I figli della violenza (1950)

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30 ottobre 2006 Opinione di stalker63 su "I figli della violenza"
stalker63

Un film di una durezza sconcertante, questa storia di miseria e disperazione nelle baracche di Città del Messico, dove sono protagonisti ragazzi senza un passato e senza un futuro. Una delle poche prove di Bunuel dove non vi siano elementi surreali (a parte il sogno), ma comunque un capolavoro assoluto.

voto al film: stalker63 assegna il voto buono a I figli della violenza (1950)




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