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Opinione di Aquilant su L'uomo di Aran





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03/12/2004 voto al film: voto buono

Sul film

Un ragazzo gioca con un granchio appena pescato mentre altrove un bambino va lentamente addormentandosi accarezzato dal mormorio crescente dei flutti. I pescatori sono sulla via del ritorno, appare già in lontananza, in lotta disperata contro le onde rese furiose dalla dislocante tempesta, una fragile imbarcazione che a stento riesce a pervenire all’approdo finale. Ribolle la schiuma in un estremo tentativo di rivalsa mentre gli stremati pescatori e l’intrepida figura ammantata di nero sono più volte risucchiati dai gorghi del mare. “Non gliela diamo vinta!” urla la donna. “Ce l’abbiamo fatta, grazie a Dio!”. Come l’adagio di una sinfonia beethoveniana si snoda inizialmente “L’Uomo di Aran”, fino a sfociare in un crescendo ove la lotta tra l’uomo ed il mare assume connotati epici e ci riporta col pensiero alla lettura dei non dimenticati “Malavoglia” di verghiana memoria. Mitica é l’epopea del novello titano in lotta contro il suo acerrimo amico-nemico e contro la dura roccia spaccata solamente a prezzo di un insostenibile tributo di sangue e sudore. Intrepida è la sfida di chi combatte da solo contro le forze primordiali della natura non alla ricerca di una gloria fittizia ma in virtù di una lotta per la sopravvivenza. Di chi non si da mai per vinto e continua a frugare da sempre nei crepacci dell’isola per qualche manciata di terra, più preziosa dell’oro. Ed il film celebra appunto la storia di questi granitici eroi del quotidiano, dai muscoli d’acciaio, affiancati da donne da additare ad esempi di grande dignità, vere eroine d’altri tempi che non si stancano di curvare la schiena su quella terra inospitale onde cavarne rari e sudati frutti. Storia di un piccolo universo racchiuso dall’acqua, degna comprimaria dell’uomo di Aran, forza primordiale della natura violata nel suo profondo, depredata delle sue creature messe a guardia degli abissi inviolati contro la mano dell’uomo. Ed una delle più avvolgenti sequenze del film é appunto incentrata sulla caccia allo squalo, redivivo mostro marino già debellato da Orlando e privato del pasto di Olimpia ed Angelica e nuovamente risorto come araba fenice, in grado di rovesciare la fragile barchetta con la possanza di un colpo di coda. Due lunghi giorni di lotta per un po' di olio da bollire in una caldaia ed usare per le lampade. Nulla é concesso con facilità all’uomo di Aran, costretto a fare appello a tutte le sue risorse per spuntarla sulle forze della natura. Ma questa sua epopea, stupendamente resa dal regista con stile e vigoria fra il documentaristico e l’avventuroso, é quanto di più coinvolgente si possa immaginare e ci rende partecipi di ogni minima emozione nei confronti di questi eroi del mare, restituendoci le immagini dei temerari in un possente bianconero granitico della stessa forza della nuda roccia. Esplode la magia delle sequenze marine rese con plasticità e realismo senza pari, ci sembra di toccarla quella bianca schiuma che s’inarca, muggisce, ribolle, s’infrange con violenza sulle rocce quasi a voler squassare i contrafforti di una terra inospitale e prendersi la sua rivincita con calcolata perfidia. Ma nonostante tutto l’uomo di Aran conserva intatta la sua dignità, la sua é solamente una momentanea sconfitta ed i vinti di oggi saranno sicuramente i vincitori di domani.


SI

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