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Opinione di Snaporaz68 su La città delle donne





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10/05/2011 voto al film: voto sufficiente

Sul film

IL FUNERALE DELLA DONNA IDEALE
Esplorazione direi definitiva del pianeta donna che si conclude con una sconfitta sia del maschio vigliacco e superficiale (Snaporaz-Fellini) che del maschio fallocrate e reazionario (Katzone, il mostro nascosto dentro Snaporaz). La sconfitta investe anche il piano onirico con la definitiva scomparsa della donna ideale, sotto terribili violenti colpi di mitraglietta automatica.
Già l’inizio del film è abbastanza sintomatico: risate femminili e una voce che dice “Ancora Marcello?” Alludendo al ritorno di Marcellino Mastroianni ad incarnare Snaporaz, l’alter ego Felliniano (era dai tempi di 8 e mezzo che i due non giravano più un film insieme).
Il treno entra in una buia galleria ma stavolta non si allude alla penetrazione, ma alla terribile confusione del protagonista che non sembra più stare al passo del mondo che lo circonda, e lo guarda spaventato e indifeso. Così come guarda smarrito e angosciato una donna non più oggetto passivo dei suoi desideri, ma una donna che lo giudica (anche sessualmente, il capostazione è più bravo di te a scopare), lo emargina, lo prende per il culo, una donna che si autodetermina ed insieme alle altre inscena un girotondo sui pattini che richiama la danza liberatoria di Matisse (che appare sulle pareti del congresso delle femministe). I bambini sul treno picchiettano sul vetro e fanno dei cenni a Snaporaz Mastroianni Fellini, una possibile fuga, una possibile danza come ai tempi della Dolce Vita? E nò questi sono Tempi Moderni altro che bella vita, tempi di calci nelle palle, di donne Flor e i loro sette mariti, di casalinghe che sulla musica di Chaplin inscenano la pantomima Matrimonio-Manicomio, donne che sanno riconoscere gli occhi del maschio carceriere e padrone.
Azione e reazione, azione e reazione, dopo anni di sfruttamento e schiavitù, la donna reagisce e si affranca da una società degli uomini, diventando essa stessa violenta e stronza (come un uomo).
Vuole usare l’uomo, lo violenta, lo incatena, diventa essa stessa aguzzina e carceriera, terrorista e inseguitrice, diventa come Katzone, simbolo del collezionismo senza amore, una degenerazione decadente e moderna del Casanova, chiuso nel suo villino abusivo, tra sculture oscene e reliquie ridicole. E l’uccello meccanico? I tempi cambiano, adesso abbiamo un bel vibratore king size a 3000 giri al minuto. E guarda caso come per Casanova, compare il busto di marmo della Madre, la grande madre rifugio, il buco, la fessura dove nascondersi.Gli orgasmi all’unisono delle migliaia di donne amate da Katzone diventano un coro da chiesa, poi un lamento funebre. Per tutto il film si respira un’aria di morte, un’ombra che da mattina a sera ti segue e non ti abbandona.
Nel frattempo litigi familiari (autobiografici) che richiamano in maniera impressionante quelli di 8 e mezzo (ma non c’è più Flaiano): “Io non sono tua madre, io non sono un tuo rifugio!” urla la moglie di Snaporaz nell’ebbrezza alcolica del quinto cocktail ingurgitato. Snaporaz non sente, non vuole più sentire, sta zitto e pensa alle due subrettine che aveva incontrato da giovane e che adesso gli si materializzano in un letto funereo circondato dalla tempesta ventosa di fuori. Riappare la moglie ma Snaporaz la umilia rivelandosi impotente. Come i bambini che giocano a nascondino, trova una via d’uscita sotto il letto che lo porta direttamente nel luna park dei ricordi (In 8 e mezzo si nascondeva sotto il tavolo della conferenza stampa). C’è la donna domestica, la donna infermiera, la donna del bordello con il culone in primo piano, la donna pescivendola.
C’è il giro della morte naturalmente. E il tempo per un ricordo di infanzia. Snaporaz sembra Willy Wonka nella fabbrica del suo subconscio, ma il giro sulle montagne russe finisce in una gabbia, giudicato da femministe terroriste che gli presentano una lista d’accuse lunghissima e terribilmente circostanziata. Il processo è senza attenuanti, ma la colpa maggiore di Snaporaz è quella di credere ancora in una donna ideale che però è sempre una proiezione dei suoi desideri, e non un soggetto con cui scambiare e comunicare. Il suo volo sulla donna mongolfiera è breve ed effimero e crolla, come detto all’inizio, all’apparir del vero (o meglio del reale) sotto forma di una esecuzione a colpi di mitra. Il sogno è finito, la donna è inconoscibile, gli anni portano fatica e disillusione. Snaporaz si risveglia sul treno del suo inizio, accerchiato dalle donne del suo sogno, risponde ai loro sorrisi abbozzandone uno dolceamaro di circostanza (un misto tra sollievo e rassegnazione). Il treno imbocca una lunga e buia galleria. Signore e Signori, buonanotte.


SI

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