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Opinione di Snaporaz68 su Philadelphia

[Philadelphia, USA 1993, Drammatico, durata 125']   Regia di Jonathan Demme
Con Tom Hanks, Denzel Washington, Jason Robards, Antonio Banderas




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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16/04/2011 voto al film: voto buono

Sul film

EPISTOLA SULLA TOLLERANZA
 
Non è facile fare un film sull’Aids e non cadere nel banale, nella retorica, nel moralismo, nella descrizione macchiettistica e caricaturale.
In effetti Jonathan Demme (regista pluripremiato con Il Silenzio degli Innocenti) fa un bello slalom tra le trappole dei luoghi comuni e punta l’occhio di bue sulla necessità della giustizia senza pregiudizio, sulla tolleranza delle scelte personali e dei gusti sessuali, nella città della solidarietà e della fratellanza. Se si esclude il finale (che è un bel colpo basso allo spettatore con un filmino amatoriale strappalacrime accompagnato dalle note struggenti di un gospel di Neil Young) Jonathan Demme conduce la narrazione in maniera sobria ed equilibrata e lascia che la musica prenda il sopravvento e scandisca i momenti più importanti del film. L’inizio, bellissimo, sulle ormai famose note di “Streets of Philadelphia” del mitico Bruce Springsteen, con una successione di immagini toccanti sulla povertà dei sobborghi della grande città alternata a riprese dall’alto mozzafiato. E poi il commento sonoro di Howard Shore così in tema, che accompagna le fasi del processo e il sotto finale. E soprattutto la lirica, il brano “la mamma morta” dell’Andrea Chenier di Umberto Giordano che a mio giudizio non solo non stona (qualche critico ha consigliato a Demme di eliminarlo nella versione finale) ma permette di identificare la grande sensibilità dell’avvocato omosessuale Tom Hanks malato di Aids che trasmette all’avvocato nero Denzel Whashington il senso della catarsi nella sofferenza e il potere consolatorio della musica attorno al fango e alla miseria. Nel punto più alto dell’aria intonata magistralmente dalla Callas, Demme trasfigura il povero ammalato attaccato alla sua flebo come l’emblema della figura di un Cristo martire, il cui dolore fisico e solitudine spirituale toccano profondamente il senso di solidarietà e di fratellanza di ogni essere che definiamo umano. So che qualcuno storce il muso su questa telecamera che inquadra Hanks dall’alto, illuminato dal rosso fuoco del camino. Ma si può perdonare il punto di vista trascendentale perché quando Denzel Whashington torna a casa e abbraccia la moglie dormiente, quelle note risuonano ancora nella mente e fanno realizzare la profondità e gli abissi di una anima in pena, fanno intuire il senso della lotta legale e la battaglia per una giustizia senza pregiudizi.
La scena in biblioteca con i due avvocati che discutono sui libri è il cardine teorico di tutto il film: ” il pregiudizio è la formulazione di opinioni sulla base della semplice appartenenza di una persona a un gruppo con particolari caratteristiche. Il pregiudizio che circonda l’AIDS esige la morte sociale di coloro che ne sono affetti, tale morte sociale precede e a volte accelera la morte fisica.”
Tom Hanks spaventoso nel suo dimagramento progressivo e veramente perfetto nel non eccedere nella caricatura: una scena su tutte, quella della prima parte del film, quando all’ennesimo rifiuto dell’avvocato a difenderlo nella causa del suo licenziamento, il nostro Tom esce dall’ufficio dell’avvocato e si guarda interno, sperduto, solo, al confine con una disperazione che abbozza con alcuni cenni del viso. Il processo diventa una via crucis umiliante, tra esibizioni di lesioni cutanee e apprezzamenti ironici sulla vita privata. Denzel passa dal bigottismo fascistoide (con tratti ossessivi di omofobia) alla consapevolezza di dover riparare un torto. L’esclamare “Oh my God” davanti a un malato di Aids (indipendentemente dalla causa, sia essa una trasfusione che la promiscuità sessuale) significa volere rimuovere il problema e mantenere la distanza di sicurezza (ma mi posso prendere l’Aids con una stretta di mano?). La paura e l’ignoranza non fanno che accelerare la solitudine dell’ammalato. Ci vuole qualcosa che trasformi la terra in cielo, che raccolga le lacrime e sostenga il cammino incerto dell’infermo, qualcuno che ci doni la vita salvandoci dall’incendio, che ci sussurri “vivi ancora” anche se tutto intorno è sangue e fango, in un oblio divino che forse funziona più dell’AZT. Qualcosa di molto vicino all’amore. Qualcosa di molto vicino a una giustizia applicata alla vita reale.  


SI

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