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Opinione di spopola su Geronimo





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13/09/2009 voto al film: voto sufficiente

Sul film

Dal “Geronimo” di Walter Hill su sceneggiatura di John Milius (coadiuvato da Larry Gross) ci si poteva (doveva) aspettare molto di più. Non che sia da buttare, tutt’altro, ma è certamente un film che nasce da un compromesso e come sempre accade in questi casi,  alla fine i conti non tornano mai del tutto.
Il fatto è che la sceneggiatura è stata (incomprensibilmente) appiattita e resa “politicamente corretta”  per renderla molto più conforme di quanto non fosse invece in originale: per Milius, cantore di eroi, sconfitte e destini, la storia doveva essere raccontata da un giovane Apache, ma la produzione e Walter Hill hanno cancellato la visione ribellistico-contadina dello sceneggiatore e scelto invece di guardare i fatti (ancora una volta) dal punto di vista dei bianchi, pur “bilanciando” abbastanza bene i contrapposti punti di vista (lo sguardo è quello “mediato” del tenente Britten, fresco di West Point che viene assegnato ad un forte in Arizona), poiché se rimane certamente la storia di una sconfitta “rivoluzionaria” (il periodo preso in esame è il biennio 1885- 86)  qui si “celebra” comunque il vinto (esaltando l’indomito spirito combattivo dell’indiano) e si “demonizza” abbastanza il vincitore  (non è  un caso che il film si concluda  con le dimissioni dall’esercito del narratore) ma senza dimenticarsi di sottolineare anche il “positivo” eroico valore del bianco. Dunque possiamo dire che “Geronimo”, il film girato da Hill (non quello scritto da Milius che dobbiamo soltanto “immaginare”) non funziona del tutto perché  si avvertono le contraddizioni che emergono (e si scontrano) a causa di un differente punto di vista e che si riflettono in un’opera “crepuscolarmente” epica ma molto meno “eversiva” di quanto voleva essere in origine. Il regista è infatti più interessato a ricercare quello che potrei definire “il  respiro della classicità” negli spazi sconfinatamente "lussureggianti" della frontiera (gli sfondi sono  quelli canonici dei canyon e  delle “torri” di roccia del fordiano Utah) che ad approfondire davvero la  visione "sociologica" degli avvenimenti da una posizione critico-didattica che sia capace di restituire davvero il senso ultimo di un “tradimento” (quello del mancato rispetto delle promesse) e di  quella inevitabile “resa incondizionata” che costerà a Geronimo un prolungatissimo esilio (morirà così, senza poter rivedere la terra dell’Arizona, ben 25 anni dopo la sua capitolazione).
Il western è un genere molto pericoloso, e soprattutto adesso, non accetta bene le “mezze misure” Caratterizzato da quella semplicità che è molto difficile da realizzarsi, è quasi sempre refrattario a certe leziosità stilistiche che lo impreziosiscono sicuramente, ma finiscono poi per appesantirlo fino a renderlo meno empatico. E la vicenda di Geronimo, fatto prigioniero, guerriero  in fuga, ribelle spietato, così come le storie dei militari bianchi con i  loro sterili dubbi etici e “di coscienza” (un pò "coccodrilleschi ", direi), non riescono a farsi davvero “racconto”, non portano ad una partecipazione emozionale che invece sarebbe particolarmente necessaria.
E allora si “apprezza” abbastanza, ma non ci si “esalta”.
Il cast è di tutto rispetto,  e se il personaggio forse più "riuscito” o maggiormente compiuto,  risulta essere (un mio personale parere) quello disegnato da un Robert Duvall  sempre grande (il bianco “razzista” che muore per salvare la sua guida indiana) anche gli altri che dividono con lui la fatica, se la cavano bene, dal protagonista Wes Studi (Geronimo) a Jason Patric (il coraggioso tenente  Charles Gatewood che ha imparato a rispettare l’indiano); dallo straordinario Gene Hackmann (il generale Cook) al giovanissimo Matt Dammon (Britton Davis), a tutti gli altri, come sempre “inappuntabili” nel cinema di oltreoceano (Rodney A, Grant, Kevin Tighe, Steve Reeves, Victor Aaron e Carlos Palamito).
Fondamentale la fotografia “antiretorica” di Lloyd Athern e funzionale il commento musicale di Ray Cooder.


SI

Commenti

  • 21 marzo 2011, 14:11 di Tarabas

    Bellissima recensione. Non sapevo delle divergenze tra il soggetto originario e la sceneggiatura. Non concordo sul giudizio finale però, è un po' severo. A me il film è piaciuto molto e la presenza, anche fisica, di Wes Studi resta molto impressa. Ciao!

    cancella commento cancella commento e blacklista Tarabas
  • 21 marzo 2011, 17:18 di spopola

    ..sai io sono spesso "ipercritico" (e come sempre tengo a precisare non è mai un giudizio "assoluto" quello che esprimo, ma ciò che si riferisce alle mie personali (e a volte anche fallaci) sensazioni che si misurano quasi sempre - come non dovrebbe invece essere se si volesse essere più razionalimente oggettivi- con le emozioni. Sulle stellette poi.. certo non sarei riuscito in ogni caso ad assegnarne quattro ma se ci fossero stati i mezzi punti tre e mezzo gli li avrei certamente dati, Comunque mi fa piacere che tu abbia in ogni caso apprezzato oltre che il film anche la mia opinione

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