Opinione di casomai su La morte ti fa bella
Con Meryl Streep, Goldie Hawn, Bruce Willis, Isabella Rossellini
- negative [2]
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Sul film
La storia dei "morti viventi di Beverly Hills", come la liquida il pastore nell'epilogo, si presta a disparati tentativi di interpretazione: parabola sull'edonismo e sulla caducità della bellezza, apologo sulle infinite forme di vanitas vanitatum che ci circondano ma anche, su un piano più ampio, satira grottesca della società dello spettacolo americana o ennesima espressione della battaglia fra i sessi. Lo stesso titolo originale gioca sull'ambiguità del verbo become, che può significare "addirsi, confarsi" (come nel titolo della pièce di Eugene O'Neill Mourning becomes Electra, "Il lutto si addice a Elettra") oppure, nell'accezione più corrente, "diventare" (e allora il senso è piuttosto "La morte diventa, si fa lei"). Nel film si può leggere tutto questo, perché no?, e forse niente di cio'. In realtà, più si va avanti con la visione, più si fa strada l'idea che la satira mordicchia, sì, ma non morde praticamente mai, che la critica allo show-business, ammesso che ci sia, è parecchio edulcorata, che gli spunti potenzialmente seri della trama (fino a che punto la ricerca ossessiva della bellezza e dell'eterna giovinezza sia da preferire al naturale percorso dell'esistenza umana e, in fondo, alla morte) restano, per l'appunto, spunti mai del tutto approfonditi. Ciò detto, l'errore è forse nell'occhio di chi, guardando, continua a cercarvi ciò che non c'è. E allora passiamo a ciò che invece c'è. La fiera delle vanità in salsa zemeckisiana rappresenta una tappa del percorso stilistico già avviato con Chi ha incastrato Roger Rabbit? Dall'interazione tra personaggi veri e cartoni animati, nel film del 1988, si passa qui a personaggi veri che diventano essi stessi cartoni animati, e con il gusto di esserlo: teste rotanti di 180° o spiaccicate sul collo come i personaggi di Hanna & Barbera quando ricevono una randellata, buchi circolari nella pancia da cui si intravede l'ambiente retrostante, smembramenti e ricongiungimenti fisici a gogò. Il tutto accompagnato da una sorta di autocompiacimento dei personaggi nello scoprire le loro nuove potenzialità corporee, che va di pari passo con la recitazione divertita degli attori. Su tutti Meryl Streep, sia pure in terza posizione nei titoli di testa dopo Goldie Hawn e Bruce Willis, che troneggia in tutta la sua versatilità. La sceneggiatura è brillante e le battute (soprattutto quelle di Madeline-Streep) spesso esilaranti, gli effetti speciali non hanno perduto niente della loro perfezione a quasi vent'anni dall'uscita del film. Questo è quanto il film promette e quanto lo spettatore ottiene, il che, per un divertissement firmato Zemeckis, mi sembra possa bastare. Perché cercare altro?
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