Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/" title="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
scrivi la tua opinione

Opinione di Mr.Klein su Il volo della fenice

[Flight of the Phoenix, USA 1965, Drammatico, durata 148']   Regia di Robert Aldrich
Con James Stewart, Richard Attenborough, Peter Finch, Hardy Krüger




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

Non ancora bookmarkato  
2010-02-27 18:47:49 voto al film: voto buono

Sul film

Dopo aver visto film come L’occhio caldo del cielo o Quella sporca dozzina è chiaro quanto molta della filmografia di Aldrich sia un’ambiziosa riscrittura delle gesta di eroi mitici e dell’estensione che si può trovare all’interno di esse di una concezione pagana dell’uomo.
Anche Il Volo della Fenice sembra il racconto di Argonauti involontari che trovano prosciugato il mare sul quale avrebbero dovuto navigare, e in cui vengono ricacciati da un Dio che non ha tollerato l’usurpazione del proprio territorio da parte di visitatori incolpevolmente temerari.
Pur non avendo letto il romanzo di Trevor Dudley Smith da cui è tratto(purtroppo irreperibile,come molte opere minori o misconosciute da cui,anche furbescamente,sono stati tratti diversi film,come per esempio fece Hitchcock),si può ipotizzare che contenesse tutti gli elementi ricorrenti nel cinema di Aldrich,un autore che non ha mai scritto una sceneggiatura ma ha sempre  impresso ai suoi film un singolare clima di disfatta,di sfiducia nelle motivazioni della lotta che non fossero quelle intime,e di acrimonia verso il fittizio codice d’onore non solo della società americana ma di tutta quella organizzata secondo l’elezione del vincitore e non secondo il diritto dell’oppresso.
E’ appunto una forma di società composta di elementi eterogenei quella presente nel film,nessuno dei quali potrebbe(o vorrebbe) aspettarsi di condividere più di un viaggio con gli altri compagni,presentati da Aldrich con un tatto quasi sorprendente in lui,grazie al quale non emergono,non almeno in modo prepotente,eccessi di colore nella descrizione delle diverse nazionalità,pur dovendo mantenere i tratti riconoscibili del cinema d’avventura,rivisitati da una riflessività che privilegia lo scontro dialettico rispetto al colpo di scena.
In questo primo titolo della sua tetralogia incentrata su vicende che vedono protagonisti solo uomini,Aldrich si affida all’effetto drammaturgicamente rilevante dello scontro tra l’esempio proposto dal vecchio orgoglio della praticità impersonato da James Stewart(la cui recitazione severa è uno dei valori aggiunti del film) e l’insistente desiderio di affermazione di un animo che cerca di imporre la novità dell’ingegno attraverso qualche eccesso di teoria del professor Dorfman affidato al purtroppo incolore Hardy Kruger; nel mezzo,un complesso personaggio di mediatore tentato dal dubbio come tutte le personalità intelligenti definito da un attore di grande volontà ma non eccelse virtù come Richard Attenborough.
Qua e là rallentato dalla considerevole durata e dalla classicità ingombrante di un racconto che parte con l’esigere un intrattenimento per aprirsi con maggiore ambiguità all’esplorazione delle solitudini di un gruppo(di cui Aldrich preferiva inquadrare l’inferocita coscienza dell’esistenza più che la paziente espressione della ragionevolezza),Il Volo della Fenice è nella filmografia del regista forse meno personale e armonico ma comunque coerente con essa per le visite della rabbia e per l’assalto di una paura atroce,viscerale,in cui si riesce addirittura ad intravedere la speranza in un lieto fineche sembra desunto proprio da un altro genere di film ma che miracolosamente non stona.
E non appaiano come cedimenti estranei alla verità dell’assunto la pietà con cui viene descritto il povero diseredato dalla vita di Ernest Borgnine; e la dolcezza con cui un nostro bel giovane di allora,Gabriele Tinti,si ritaglia un momento all’interno del film davvero imprevedibile,mentre stringe al petto la radiolina che trasmette “Senza fine”,une delle canzoni italiane più poetiche di sempre.

Sulla regia di Robert Aldrich

Forse più accondiscendente verso un’idea di cinema levigata e in parte prevedibile,la regia di Aldrich è costruita sulla rinuncia all’effetto scioccante e sull’impossibilità di una vera vittoria che non venga motivata dalla legittima partecipazione di tutti alla necessità della sopravvivenza.

Sull'interpretazione di James Stewart

Non si allontana di molto dalla consueta celebrazione talvolta dura del carattere americano intestardito sulla dimostrabilità pratica di un principio,ma per autorevolezza a schiena dritta il film è quasi tutto suo poiché,a parte il sacrificato Peter Finch e il contributo struggente di Borgnine,non c’è nel cast un attore veramente in grado di tenergli testa.

Sull'interpretazione di Richard Attenborough

Si apprezza la notevole forza di volontà e la concentrazione con cui affronta un personaggio di evidente caratura morale,per quanto questo sforzo prenda il sopravvento sulla profondità dell’ispirazione.

Sull'interpretazione di Peter Finch

La nevrosi di un uomo contemporaneo e il codice morale d’altri tempi che ne temperano l’agitata intensità si riuniscono nella ricca emotività di questo attore cui non viene dato il pieno diritto di brillare su tutti.

Sull'interpretazione di Hardy Krüger

Fisicamente corrisponde ad un modello di intelligenza teutonica che ricorre spesso nei film,ma la rigidità dell’attore non consente la completa adesione a principi che potrebbero anche essere condivisibili.


SI

Commenti

Non è stato inserito ancora alcun commento. Vuoi essere il primo?


Lascia un commento

Per poter commentare occorre essere iscritti. Se non sei iscritto registrati, atrimenti fai login nel box in alto a destra



login

hai dimenticato la password?