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Opinione di luisasalvi su L'esercito delle 12 scimmie

[Twelve Monkeys, USA 1996, Fantascienza, durata 125']   Regia di Terry Gilliam
Con Bruce Willis, Brad Pitt, Madeleine Stowe, Christopher Plummer




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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11/01/2011 voto al film: voto sufficiente

Sul film

Il film, meno visionario del solito, propone una vicenda abbastanza interessante per molti aspetti che si concretizzano in momenti di tensione drammatica per i protagonisti e in elementi chiave del nodo drammatico del film, centrato sul capovolgimento delle convinzioni di partenza, in quanto lui finisce per credersi davvero matto mentre la psichiatra che l'aveva in cura si convince che lui è sano e dice la verità.
Nel 1996 viene scatenata un'epidemia che provoca la morte di tutti gli uomini tranne i pochi che si salvano sottoterra dove sono costretti a restare; la loro tecnologia si sviluppa ma non la loro umanità: sempre più violenti e oppressivi in un controllo poliziesco da terrore; servendosi di una macchina del tempo mandano "volontari" prelevati a forza tra gli ergastolani sulla terra per raccogliere campioni del virus, per poi esaminarli e trovare l'antidoto per poter risalire sulla terra. Uno di questi è rimandato indietro per errore nel tempo nel 1990, è preso per matto e ricoverato in manicomio, dove una psichiatra si prende cura di lui e cerca di convincerlo che i suoi "ricordi" del futuro sono sogni. In manicomio c'è anche il figlio di un celebre e ricco epidemiologo, fanatico ribelle contro la società presente; guardando un telegiornale il nostro inviato osserva che forse l'umanità merita davvero di venir distrutta da una epidemia, e il pazzo ne prende l'idea e decide di realizzarla: in un gioco surreale in cui proprio chi è tornato dal futuro per studiare l'epidemia e porvi riparo ne sarebbe l'ispiratore. Analoga funzione surreale ha la presenza ossessiva di un ricordo che assilla lui bambino, che al momento della catastrofe aveva visto lei in una scena all'aereoporto, scena che si realizzerà alla fine del film, in cui è presente il bambino che osserva e lui adulto che vi ritorna e che vi sarà ucciso. Il ricordo è importante, chiaro e tutt'altro che “interrogazione metafisica" o "tormentone" (Mereghetti).
Intanto, ripreso dai suoi compagni, viene rispedito brevemente per altro errore nell'Europa della prima guerra mondiale, poi finalmente nel 1996, dove ritrova la sua psichiatra. Naturalmente si innamorano, e, forse anche per amore, lui si convince di essere pazzo e vuole guarire e restare con lei, mentre lei si convince che lui non è pazzo, perché aveva già visto una foto di lui fra i feriti della prima guerra e le ha estratto dalla gamba ferita un proiettile di quel tempo. Inoltre lui conosce già il risultato di un fatto di cronaca che si avvererà poco dopo. Lui non vuole più tornare al suo tempo e preferisce vivere e morire con lei nel mondo della superficie terrestre, che lo affascina.
La visione al cinema di La donna che visse due volte ha una precisa funzione narrativa per convincere lui che la sua impressione di "vivere due volte" in epoche diverse è illusoria e pazza (tutt'altro che "strizzatina d'occhio alla vita rivissuta"); ma aggiunge ironia sulla capacità di suggestione del cinema, che può convincere, in quello, che la cosa non è possibile, in quello di Gilliam del contrario!
Un divertimento intelligente, ironico e nello stesso tempo discretamente sentimentale; tuttavia, dopo aver rivisto e ripensato a lungo questo ed altri film di Gilliam (Monty Python e Brazil), mi pare che il regista sia più furbo che intelligente e più intelligente che artista: alcune pagine belle (in particolare il finale) e alcuni giochini psicologici sentimentali, ma mi limito ad una piena sufficienza (via, facciamo 6/7, e ci rimetto).


SI

Commenti

  • 15 gennaio 2011, 14:51 di Snaporaz68

    A parte la solita stoccata al malcapitato critico di turno (questa volta è capitato al povero Mereghetti) ci sono due cose che vorrei capire meglio. "Meno visionario del solito" per te significa meno visionario del solito Gilliam (in riferimento alle opere precedenti) o meno visionario rispetto a parametri oggettivi con i quali definiamo un film visionario? Punto due: "più furbo che intelligente e più intelligente che artista" e un gioco di parole che dovrebbe sottendere una certa astuzia di Giliam nei confronti dello spettatore e del Sistema. Della serie Gilliam si atteggia a genio visionario ma non lo è. La storia personale di Gilliam , i suoi disastri commerciali e i suoi tormentati rapporti con la produzione tutto mi autorizzano a pensare tranne che il regista di Don Chisciotte sia un gran furbone. Un pò come accusare di disonestà intellettuale i fratelli Coen perchè presentano Barton Fink a Cannes sapendo che c'è Polanski in giuria. Un pò più di fiducia nel prossimo, diamine!

    cancella commento cancella commento e blacklista Snaporaz68
  • 10 marzo 2012, 22:00 di luisasalvi

    Mi era sfuggito a suo tempo questo commento, cui rispondo solo ora che lo vedo in occasione di una nuova programmazione televisiva del film. - “la solita stoccata”: mi pare doveroso segnalare errori, soprattutto di testi molto letti; una volta le mandavo agli autori e agli editori (per eccessiva “fiducia nel prossimo”!) e l’ho fatto anche con Mereghetti, ma senza averne risposte. Mi piace questo sito perché sollecita correzioni e le accoglie e ne ringrazia. - "Meno visionario del solito": cosa c’entrano i “parametri oggettivi”? Ovvio che parlo di Gilliam. Ad evitare altri equivoci preciso che l’indicazione non comporta un giudizio di valore. - “un gioco di parole che dovrebbe sottendere una certa astuzia di Giliam”: non è un gioco di parole e non sottende né sottintende alcunché, tanto meno che sia “un gran furbone”. Mi pare un regista “intelligente” (se mi si consente l’uso quotidiano e banale della parola, senza riferimenti a “parametri oggettivi” o a criteri di misura del QI), che sa analizzare e costruire una storia complessa senza contraddizioni interne. Inoltre ha “il gusto per un esasperato eclettismo figurativo, di spiccata matrice postmoderna, in cui bello e brutto, antico e moderno, sublime e kitsch, elementi di cultura "alta" e avanzi pop si intrecciano” (cito da Wikipedia), che può essere una “furbizia” per rendere accattivanti i propri film, e tale è stato per me, che ho subito amato ogni suo film. Non amo valutare film o registi in base ai rapporti con i produttori o ai successi commerciali; nel giudicare i film di Fellini (per me quasi tutti veri capolavori) non direi mai che il regista è furbo, ma come uomo lo era (ho avuto modo di verificarlo personalmente). Comunque penso che all’artista è lecito far cose incomprensibili ma al critico no, perciò mi sento in colpa per aver scritto tanto male da essere così nettamente frainteso. Spero di aver chiarito ora il mio pensiero. Cordiali saluti, se ti capita di venire a rileggermi dopo tanto tempo…

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