Mathieu, cineasta, sta preparando un film. Sceglie di affidare il ruolo di protagonista femminile a un'attrice conosciuta. La moglie Jeanne, che a sua volta è attrice, prende la decisione come un tradimento nei suoi confronti, visto che il film narrerà la "loro storia". Come conseguenza i due si separano: per Mathieu il fatto costituisce l'inizio di un lungo e doloroso periodo di solitudine e di dubbi. Garrel è solito costruire il suo cinema a partire dall'autobiografia, ma grazie al soffio di poesia che sa infondere a situazioni e personaggi, il film ne valica facilmente i confini. Molto bella la fotografia (bianco e nero) di Jacques Loiseleux.
L'opinione più votata
Di Aquilant scritta il 15/09/2005 - utile per 2 utenti
Voto al film: 
Aperto da un estenuante piano sequenza di quattro minuti filati sotto forma di sofferto monologo con relativo controcampo provvisoriamente lasciato all’immaginazione dello spettatore, il film costituisce l’ennesima operazione cinefila di Philippe Garrel, regista (mis)conosciuto dalle nostre parti, deciso a proseguire la sua ricerca del tempo perduto per mezzo di una palese rivisitazione degli stilemi della Nouvelle Vague senza la minima concessione al gusto corrente.
Per quanto riguarda ad esempio le tonalità del suo rigoroso bianco e nero, a cura di Jacques Loiseleux, l’autore sceglie di affidarsi il più delle volte a neri intensi che pervadono il cuore dell’immagine, quasi nascondendo alla vista le emozioni dei suoi personaggi. Ma non mancano momenti in cui bianchi accecanti vanno ad intrudersi con il loro bagliore nell’intimità delle cose e delle persone, quasi confondendo le loro identità nel mascherarle col chiarore dell’apparenza. Oltretutto l’insistenza con cui la macchina da presa indugia sui volti assorti, attraversati da un malessere derivante dall’incapacità di vivere fino in fondo la farsa della vita, scandagliando a piacimento una palese fissità contemplativa e soppesando di continuo frasi rimasticate fino all’inverosimile, dimostra la ferrea volontà autoriale di immortalare nel tempo e nello spazio la consistenza di quel “niente” che rischia di scomparire irrimediabilmente, soppiantato dalla foga parolaia dei maestri della demagogia filmica.
Conscio che “un film non è una pattumiera per i rifiuti della vita”, Garrel mette in piazza con estrema discrezione frammenti autobiografici ad uso e consumo del fruitore sintonizzato sulla sua stessa lunghezza d’onda, documentando con stile scabro e severo l’estenuante protrarsi di una relazione ormai vissuta nell’indifferenza reciproca e soffermandosi a sviscerarne con dedizione le motivazioni occulte, arrivando ad inserirle perfino in una sorta di contesto metafilmico.
"Les Baisers de secours" indubbiamente non risulta di facile assimilazione oltre che per il suo spiccato carattere concettuale, anche per le insidiose ellissi temporali che si susseguono a ruota libera introducendo un carattere di frammentarietà ed episodicità nell’insieme, costringendo lo spettatore ad una ricostruzione mentale di talune situazioni in evoluzione statica omesse nel testo filmico.
Ma ciò che conta principalmente è la maniera con cui viene inteso il potere dello sguardo che sancisce alla fine l’infruttuosità di qualsiasi discorso per riportare il tutto ad una primordiale essenzialità visiva che assieme allo splendido commento sonoro s’impone come l’attrattiva principale del film. Cinema inteso come concentrato di estrema essenzialità strutturale. Da amare oppure odiare a scelta, senza mezzi termini. Nel frattempo noi non possiamo non plaudire ai piccoli omaggi cinefili nei confronti di Michelangelo Antonioni, di Jacques Rozier e della stessa Nouvelle Vague, citata con una scritta a caratteri cubitali sul retro del quotidiano “l’Humanité” in un’inquadratura avente per soggetto lo stesso regista. Dedicata ai più lenti di comprendonio ovviamente.