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Opinione di joseba su Un anno con 13 lune

[In einem Jahr mit 13 Monden, Germania 1978, Drammatico, durata 124']   Regia di Rainer Werner Fassbinder
Con Volker Spengler, Ingrid Caven, Gottfried John, Elisabeth Tissenaar




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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27/07/2009 voto al film: voto ottimo

Sul film

Teorema di squartante lucidità, in forma di mélo, sull'impossibilità di sottrarsi agli assiomi coercitivi del sentimento amoroso e alle nefaste conseguenze che l'assunzione irriflessa di tali regole comporta. Mai come in questo film, neppure in Martha (1973), Fassbinder aveva mostrato la perfetta e assoluta coincidenza tra amore borghese e oppressione, facendo dell'uno il volto nascosto e interiorizzato dell'altra: in Un anno con 13 lune amare significa adeguarsi totalmente alla volontà dell'altro, che questo si identifichi con le suore dell'orfanotrofio o col compagno di turno (donna o uomo che sia) non fa alcuna differenza.

Soggetto lacerato nel corpo non meno che nello spirito, Elvira/Erwin è fin da bambino istruito (la didattica dell'amore, sentimento che si impara, si rivela momento determinante) a comunicare affettivamente con chi gli sta vicino (le suore dell'istituto) tramite un gioco mimetico, un commercio emotivo calcolato: essere per loro loro ciò che esse vogliono che lui sia. Soltanto così, per mezzo di questo patto crudele, è dato provare affetto, unicamente uniformandosi alla volontà altrui può configurarsi una relazione d'amore. Ovviamente il linguaggio coercitivo dei sentimenti trascende le entità singole: se le sorelle dell'istituto attivano irreversibilmente il meccanismo affettivo-oppressivo, esse sono solo il primo anello di una catena che racchiude l'intero consorzio sociale. "Essere per l'altro" è la parola d'ordine che apre le porte di ogni rapporto riconoscibile e riconosciuto sentimentalmente da tutti gli pseudosoggetti cresciuti in una società che utilizza l'amore come strumento di oppressione e repressione. Nessuno scarto è consentito, nessun eccesso è tollerato, pena l'emarginazione affettiva. Attraverso gli ultimi trentacinque giorni (24 luglio-28 agosto 1978) del calvario di Elvira (Volker Spengler), Fassbinder mette definitivamente in scena l'inappellabile condanna sociale ai danni di un individuo che ha assimilato esemplarmente e portato alle estreme conseguenze, applicandole con eccesso di zelo e mettendole spaventosamente a nudo, le regole dell'amore borghese, simulacro di un sentimento che aliena la coscienza e annichilisce la volontà nella grottesca convenzionalità di una rappresentazione sempre uguale a se stessa.

E come il soggetto che prova amore (o meglio che crede di provarlo) è un soggetto privato del proprio centro (vale a dire che è costretto ad abdicare alla propria volontà in favore di quella altrui), così il punto di vista adottato da Fassbinder per rappresentare criticamente questo "spossessamento" è un punto di vista sistematicamente decentrato: Un anno con 13 lune è un film in cui testo e sguardo coincidono assai di rado, prediligendo al contrario formule visive dissonanti e discordanti in cui i personaggi e le azioni non godono di quella centralità che il protocollo realista prescriverebbe. Carrellate a pendolo che dissociano la visione dal dialogo (la sconvolgente sequenza del mattatoio) o che tolgono la preminenza d'immagine al personaggio parlante (la sequenza in cui la suora racconta la prima infanzia di Erwin), composizioni del quadro che incorniciano rigidamente i corpi o li occultano parzialmente allo sguardo (le sequenza in casa di Elvira, la visita a Frida la mistica), configurazioni audiovisive che prolungano il sonoro della scena precedente in quella successiva invadendola rumorosamente (il finale, con l'intervista registrata di Elvira che continua a scorrere mentre l'azione del film si sposta sul pianerottolo del suo appartamento): tutte soluzioni che non solo inibiscono brechtianamente l'identificazione spettatoriale, ma che sgretolano cinematograficamente l'etichetta emotiva della retorica filmica, mostrando un altro modo di rappresentare i sentimenti. Un modo che, con disperata lucidità, enuncia l'annichilente ricattatorietà dell'amore borghese. Devastante.


SI

Commenti

  • 19 dicembre 2009, 19:05 di maldoror

    Vivissimi complimenti davvero per la recensione, credo che non si potrebbe centrare meglio il senso ultimo del film di quanto hai fatto tu. Uno dei film di Fassbinder più riusciti e devastanti appunto, forse per la partecipazione emotiva del regista più accentuata e meno fredda che altrove.

    cancella commento cancella commento e blacklista maldoror
  • 19 dicembre 2009, 20:58 di joseba

    Grazie Maldoror, anche se la recensione, purtroppo, è stata fatta sulla versione italiana (per giunta in vhs), funestata da un doppiaggio umiliante per il film e chi lo ascolta. Spero, prima o poi, di vederlo in versione originale sottotitolata, soprattutto perché in questo film il sonoro riveste un'importanza affatto centrale. Saluti.

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