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Opinione di spopola su L'imperatore del Nord

[Emperor of the North Pole, USA 1973, Avventura, durata 119']   Regia di Robert Aldrich
Con Lee Marvin, Ernest Borgnine, Keith Carradine, Charles Tyner




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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02/07/2010 voto al film: voto buono

Sul film

L’imperatore del nord, coinvolgente, epicizzata ballata folk dalle atmosfere che richiamano direttamente alla memoria il grande London (La strada, romanzo pubblicato dallo scrittore nel 1907 ne testimonia autorevolmente i riferimenti), è un classico dell’avventura, perfetto per ritmo, ambientazione e caratterizzazione dei personaggi, che concentra soprattutto la sua attenzione sulle tematiche sempre attuali dell’odio viscerale e della violenza primitiva sadica e spietata.
E’ una allegorica introspezione sul destino umano con la quale vengono “magicamente” esplorati da Aldrich (in maniera personalissima per altro) territori convenzionali come quelli del viaggio, del duello con il nemico naturale, dell’educazione formativa alla vita, ma innestandoci dentro e fondendoli magistralmente, temi sociopolitici non di secondaria importanza (il popolo dei nomadi senzatetto contrapposto a quello della polizia e dei padroni in primo luogo, tanto per fare un esempio concreto).
Quella che mette in scena il regista (l’epopea di un temerario vagabondo chiamato “Numero 1”, l’imperatore del nord come viene definito appunto, che negli anni tragici della grande depressione sfida il brutale  Shark [Posso viaggiare dove voglio, meglio dei presendenti delle compagnie ferroviarie], cinico e feroce capotreno  determinato invece a non accettare intrusi sui suoi convogli) è una storia di ampio respiro, come sempre dalle forti tinte, ma emozionalmente perfetta, incentrata come si può ben intuire da ciò che ho sopra anticipato, sui vagabondi ferroviari degli anni della grande crisi (gli hobos), un argomento che ha ispirato altri straordinari esempi di grande cinema (si pensi per esempio a I dimenticati di Preston Sturges o persino a Furore di Ford) ma trattato con una differente ottica visiva, perché per Aldrich il passato non è più semplicemente un’occasione di riflessione sociale che rimanda direttamente al presente, né il terreno per un’operazione di revisione teorica di una maniera di intendere e fare cinema (quello della grande stagione hollywoodiana di riferimento), o tantomeno un mezzo da utilizzare per smitizzare dalla patina di una dolorante nostalgia epoche e costumi remoti: per lui, il passato assume e mantiene le proporzioni gigantesche del mito (e come tale viene trattato), perché i suoi eroi (quelli principali, su cui focalizza l’attenzione primaria) non sono mossi dall’avidità a dall’interesse, ma da forze e motivazioni superiori persino alla stessa giustizia, così da assumere una dimensione catartica analoga a quella dei grandi personaggi omerici. Sono dei miserabili e dei reietti, ma nonostante la loro condizione di inferiorità, noi li vediamo stagliarsi come semidei sui tetti dei vagoni dei treni in corsa, perché anche dei sanguinari frenatori o dei cenciosi vagabondi, possono diventare gli abitanti di un immaginifico olimpo cinematografico, quello di un regista che qualche anno prima si era così raccontato: Descrivo figure eroiche. Sono contro l’idea di un destino tragico, ogni uomo deve agire anche se spezzato. Il sacrificio volontario è il massimo dell’integrità morale. Il suicidio è un gesto di rivolta: bisogna pagare il prezzo della lotta.
Coerente con il proprio assunto quindi, Aldrich ha realizzato un’opera ammirevole e perfetta, la cui epica di sapore un po’ arcaico nell’ambito del cinema americano degli anni ’70, rimane forse la prova migliore della sua straordinaria modernità, e un compendio superlativo che esalta la qualità del suo cinema della disfatta e del furore dentro un mondo devastato dalla crudeltà della miseria.
Magnifica anche la prova degli attori (e anche quello fra Marvin e Borgnine possiamo definirlo davvero uno scontro fra due titani della scena). Se Marvin è dolentemente  prepotente nella esposizione carognescamente provocatoria di quella che potrei definire la “dignità superiore del perdente”, non gli è certo da meno nella sua fiera prepotenza incarognita, Ernest Borgnine, altrettanto stratosferico nella sua esasperata spietatezza. Da non trascurare però nemmeno la prova maiuscola di Keith Carradine, tutt’altro che un terzo incomodo fra due giganti: personaggio fondamentale nel racconto, fra tutti è anche quello più negativo e ambiguo, attratto come è principalmente dal miraggio di una discutibile gloria, nella sua indisciplinata guasconaggine un po’ sbruffoncello..
Christopher Knopf, abituale e fidato collaboratore del regista, ha realizzato  come al solito una sceneggiatura ineccepibile e rigorosa, che permette davvero ad Aldrich di esprimere al meglio il suo talento (il risultato complessivo è indiscutibilmente catalogabile fra i più entusiasmanti della seconda fase della sua carriera).
Ottima anche la fotografia in Technicolor – solare e rigogliosa – di Joseph F. Biroc ed efficacissima la colonna sonora realizzata da Frank de Vol (addirittura entusiasmante la canzone A Man and a Train, cantata con particolare aderenza vocale, da Marty Robbins.


SI

Commenti

  • 2 luglio 2010, 18:49 di curiosone49

    Quanto frequente fosse il peregrinare delle persone cadute in miseria da un treno all’altro per tutti gli States me lo stai confermando tu spopola, con questo bellissimo commento su L’Imperatore del Nord”..Ne avevo avuto sentore vedendo (e rivedendo più e più volte) la celebre scena del film La gatta sul tetto che scotta, a sua volta tratto dal dramma di Tennesse Willams. Mi riferisco alla memorabile scena in soffitta, durante la quale il vecchio Padre/Padrone viene preso da crampi addominali, sintomo dell’avanzata del male,…Il vecchio si vanta di tutti i propri averi e Newman (aspro) “Ci hai posseduti tutti…papà…, me, la mamma, Gooper”…Il Padre mostra allora, con disprezzo, a Newman il cappello bucato del proprio padre…”Questo mi ha lasciato il vecchio… un cappello ed una divisa bucata della guerra civile americana!…Mi portava sempre con sé…ed è morto correndo dietro ad un treno…!” e poi, fattosi all’improvviso dolce ”…che buffo.. …quando morì il vecchio sorrideva….!”

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  • 2 luglio 2010, 23:25 di spopola

    ...davvero le tracce di quel tragico periodo, si trovano in molte opere fondamentali della storia del cinema...

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  • 3 luglio 2010, 12:29 di curiosone49

    a proposito: secondo un noto economista americano la stretta economica di Germania (e di tutta l'Europa a seguire) sarebbe un tragico errore: sarebbe infatti riprodotto in pieno l'errore del redidente Hoover che - a detta degli economisti - anzichè dare 2fiato" all'economia in lenta ma percettibile ripresa, operò una stretta finanziaria di tale portatta da determinare la crisi del '29 ...speriamo bene....

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  • 3 luglio 2010, 12:34 di curiosone49

    mi scuso x errori: presidente Hoover ...dare "fiato

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  • 3 luglio 2010, 13:17 di spopola

    ...non preoccuparti: era comprensibilissimo anche con i piccoli refusi. E' vero... sembra proprio che ci sia questo rischio e che la Germania (e tutta l'Europa che le sta andando dietro) lo stia sottovalutando un pò troppo. Dal mio punto di vista, non so comunque se il modello sia riproponibile, poichè molto diversi sono adesso gli scenari (ma non certamente migliori). Probilmente è proprio il modello espansivo del consumismo che sta andando in tilt... e se le cose dovessero stare proprio in questi termini, credo che ancora si sia ben lontani dall'aver toccato il fondo: in genere in situazioni così estremizzate, si allargano ulteriormente le forbici: riicchi sempre più ricchi (magari meno di prima) e poveri sempre più poveri con una costante deriva dei ceti medi verso questa sponda...

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