Opinione di OGM su La città nuda
Con Barry Fitzgerald, Don Taylor, Dorothy Hart
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Si può dirigere un noir armati di un raffinato senso estetico e di un brillante lume intellettuale. E si può dirigere un noir semplicemente col cuore, animati dall’amore per una città e per l’umanità che la popola. Un amore che si estende, con generosità, anche allo spettatore, che, di fronte a questo film, si sente immediatamente accolto nel caldo abbraccio della narrativa popolare, dove tutto appare naturale, e tutto viene pazientemente spiegato, illustrato con esempi e commenti, senza richiedere alcun ulteriore sforzo interpretativo. In questo modo si scopre quanto sia gratificante lasciarsi catturare da un’atmosfera, anche quando questa è estranea alla poesia del sogno o all’incanto della fantasia, ed è invece composta della fredda e rarefatta aria del realismo. Il crimine, le vicende quotidiane, le mille solitudini che abitano l’anima di una metropoli come New York sono un amalgama di tante trascurabili banalità, in cui anche un omicidio può passare inosservato, finendo archiviato tra le pratiche di ordinaria amministrazione. Spetta agli investigatori strappare il caso all’indifferenza della normalità, per fare emergere, insieme alla verità, il dramma individuale di cui il delitto è la tragica ed estrema espressione. Il film di Jules Dassin ci parla della fatica di ricostruire una storia chiusa dal terribile sigillo della morte violenta; il nulla, che in un attimo inghiotte l’identità e il passato della vittima, è il buio in cui si brancola in cerca di indizi, di informazioni, di prove che, anzitutto, rendano giustizia alla vita dell’ucciso, restituendole quella complessità ed irripetibilità che contraddistinguono ogni esistenza umana. L’indagine condotta dalla squadra del tenente Dan Muldoon è come un percorso della memoria, che interroga le persone conosciute dalla povera Jean Dexter richiamandole al dovere di ricordare, di testimoniare, di impedire che quella giovane donna, con le sue vicissitudini, cada irrimediabilmente nell’oblio. Riportare alla luce gli errori e i desideri che le sono stati fatali non è solo oggetto di un compito investigativo, o un argomento di interesse per la cronaca: è una missione di solidarietà e compassione, investita, nella cornice cinematografica, di un nobile carattere letterario. Per questo motivo la ricerca non esclude l’immaginazione, il coinvolgimento emotivo personale, l’ironia dell’equivoco, l’imperfezione del contrattempo: sono queste, d’altronde, le componenti del duro lavoro di chi inventa storie e le prepara, coscienziosamente, ad essere raccontate e, soprattutto, credute. E sono i termini della millenaria impresa che vede l’uomo impegnato in un confronto impari con gli eventi, che continuamente accadono, senza tener conto della sua fondamentale necessità di sapere e capire. Ne La città nuda il rigoroso sviluppo logico che caratterizza i classici del noir diventa un filo che si ingrossa, si attorciglia, si perde nel vario e movimentato panorama della grande città, e così soffre, mentre è costretto a guardarsi intorno. E, quando si ferma per riprender fiato, ha il tempo di pensare a quanto di eccezionale vi sia nell’ordinario, perché l’importanza e la rarità dipendono soltanto dal punto sul quale decidiamo di concentrare l’attenzione.
Commenti
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4 luglio 2011, 09:46 di Marcello del Campo
Caro OGM, "The Naked City" insieme ai "Trafficanti della notte" [titolo posticcio attribuito dalla distribuzione italiana all'originale "Night and the City", 1950 e tradotto letteralmente nel pessimo remake di Irving Winkler del 1992] sono la carta da visita di Jeles Dassin come iniziatore del "noir" metropolitano. Il film è di importanza cruciale [e tu ne hai esposto brillantemente i motivi] al punto che, in una delle sue incursioni nei generi musicali, John Zorn, negli anni Novanta, ha battezzato "Naked City" la formazione che già aveva reso omaggio con il cd "Spillane", al noir. Tornando a Jules Dassin e al suo secondo noir, diretto dopo "Forza bruta", indelebile film carcerario, mi colpisce la frase "cornice cinematografica, di un nobile carattere letterario": infatti, "The Night and the City" ["I trafficanti della notte"] è ispirato a un romanzo- capolavoro semi sconosciuto di Gerald Kersh, scritto nel 1938, dal titolo omonimo, che solo nel 2003 è stato tradotto in italiano, grazie all'editore Fanucci. Una considerazione negativa mi vien fatta di dire a proposito della scheda di FilmTv che è di una parsimonia irritante, primo, perché cancella il nome di uno dei protagonisti, Howard Duff [Frank Niles], non l'ultimo arrivato, Duff aveva lavorato con Dassin in "Forza bruta", dopo un tris di ottimi film, nel 1956 è nel cast del film di Fritz Lang, "Quando la città dorme", poi interprete discontinuo, anche a causa del suo appeal, - tra le sue conquiste, Ida Lupino, Ava Gardner, Gloria de Havern. finito nei serial, mentre poteva diventare grande come Mitchum, Lancaster: insomma, una faccia da cinema noir che solo a FT poteva sfuggire. Così come sfugge la presenza (e dire che ingombrante!) di Ted De Corsia, e sfugge anche la bella playlist di astronomy domine [ http://www.film.tv.it/playlist/41796/un-duro-di-new-york/] che per trovarla devi cercare su google e non la trovi su questo sito arruffone. Le schede di FT sono manchevoli di indizi importanti: manca il nome dello sceneggiatore-lista nera Albert Malz, manca Miklos Rosza... ciao.
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4 luglio 2011, 11:02 di OGM
Grazie, Marcello! Ci sono film che, cinematograficamente parlando, segnano l'inizio di un'epoca. Eppure rimangono nell'ombra, insieme ai loro retroscena. Ed è un vero peccato. Ed un'ingiustizia: quella di cui sono vittime un po' tutti gli approcci innovativi, che peccano di coraggio e di mancato allineamento ai canoni vigenti. Una scelta di campo che fa storia, ma, paradossalmente, non si imprime nella memoria collettiva. Un carissimo saluto da OGM.
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