Opinione di mondolariano su Il deserto dei tartari
Con Jacques Perrin, Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Francisco Rabal
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Sul film
Magnifico. Magnifico se si considera che al cinema le qualità di un romanzo vengono spesso mortificate. Anzi, in questo caso il senso del nulla inteso come vuoto esistenziale avrebbe rischiato di sprofondare nella noia ciò che nel libro costituisce un capolavoro. Il cinema vive soprattutto di immagini in movimento, non di parole, ed è vittima dello “spettacolo” che il pubblico si aspetta sempre di vedere. Di fronte ad una trama concettuale, composta da atmosfere sospese nel nulla, la delusione del grande pubblico è quasi scontata. Ma chi sa provare le giuste emozioni sa che nel “Deserto dei Tartari” la noia è la protagonista stessa della vicenda: i mulinelli di sabbia, la nebbia, il cavallo bianco, l’orizzonte osservato coi binocoli, le luci misteriose che si avvicinano anno dopo anno, la più sterile immutabilità quale metafora del non senso della vita.
Purtroppo, il tempo che passa costituisce anche il punto debole del film, che nonostante i suoi 150 minuti non riesce a rendere verosimile un arco di quasi 25 anni. Accade così che Drogo invecchia all’improvviso, diventando vice-comandante quando sembra ancora sottotenente. Inoltre, dopo 25 anni si sarebbero dovuti vedere i segni del progresso tecnologico (radio, automobili, nuovi armamenti), specie se si considera che nel film - chissà perché - la storia inizia nel 1907 e finisce verso il 1930. Per non dire che negli anni ‘20 l’Impero austro-ungarico non esisteva nemmeno più! Anche questo vuole essere un segno dell’immutabilità delle cose? No, è un grave errore che il romanzo ha avuto l’accortezza di evitare, essendo imprecisata sia l’epoca sia la collocazione geografica del deserto.
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