Opinione di bonelli68 su Sesso & potere
Con Dustin Hoffman, Robert De Niro, Anne Heche, Denis Leary
- sufficienti [9]
- positive [6]
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Attenzione! quando vedi questo simbolo
significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Commento tratto dal mio blog: http://bonelliblog.blogspot.com/ Un'apologia della comunicazione o una spietata critica ai suoi meccanismi perversi? Forse la risposta sta proprio nel titolo originale del film: Wag the Dog. Certo in italiano si è persa la sottigliezza insita nel titolo stesso, che viene abilmente ripresa nella citazione iniziale del film, che appare ancora prima dei titoli di testa. In italiano, io credo per ragioni di "cassetta" il titolo è diventato molto più banale: Sesso e Potere. Molto meno spazio alla fantasia e ai significati reconditi. E questo film di significati reconditi ne ha parecchi. Anzi direi che la storia in sè per sè è quasi un pretesto per raccontare altro. Lo spettatore apprezza l'impianto narrativo (peraltro molto ben costruito), che parte da uno scandalo sessuale alla Casa Bianca (preveggenza di era pre-clintoniana), cui in qualche modo occorre porre rimedio e alla svelta, visto che mancano pochi giorni alle elezioni. All'uopo viene chiamato un esperto di comunicazione (ma non è solo questo), una figura a metà tra il trovarobe, il genio del crimine e il mago del crisys management. Un vero e proprio “spin doctor”. L'esperto trova la soluzione in una massiccia manovra di sovraesposizione mediatica dell'Amministrazione che si troverebbe (ma l'operazione è studiata a tavolino e completamente falsa) a fronteggiare una guerra contro l'Albania, rea di essere la patria di un gruppo terroristico non meglio identificato che starebbe cercando di far passare un ordigno nucleare portatile attraverso il confine canadese. Come rendere plausibile tutto ciò? Eccitando la stampa prima, ingaggiando un produttore cinematografico geniale che costruisce il "set" della guerra in studio, e montando un'operazione di marketing correlata per supportare tutta l'operazione. Insomma l'ABC della comunicazione di prodotto in salsa politica. E proprio in questa ultima considerazione si deve leggere un primo significato: il Presidente, e lo si dichiara nel film, è un prodotto come un altro: non solo l'operazione lo salva dal disastro ma fa aumentare il suo gradimento al punto da consegnarlo matematicamente al secondo mandato. La seconda considerazione evidente riguarda l'acriticità del pubblico e della stampa (e si badi bene non si tratta di una critica nei loro confronti). Lo scarso senso critico è generato dalla tipologia stessa dei canali di fruizione: una tempo non si sapeva niente di quello che accadeva in posti lontani perché non c'era il mezzo di saperlo. Oggi, che di mezzi ne abbiamo moltissimi, è sufficiente posizionare un evento in un posto sufficientemente lontano e trasmettere tramite i canali di fruizione dell'informazione l'unica cosa che si vuole far sapere (sapientemente confezionata perché il pubblico è di bocca buona ma fino a un certo punto) per rendere questo fatto Realtà. Quando De Niro spiega che vuole fare scoppiare una guerra per distogliere l'attenzione dai fatti presidenziali, ai collaboratori attoniti che credono che nessuno se la berrà, lui risponde: C'è la guerra, l'ho visto in televisione. E quando la guerra finirà dirà ancora una volta: La guerra è finita. Lo ha detto la televisione. Insomma l'aumento esponenziale delle fonti informative rende ancor meno consapevole chi le fruisce. La figura di De Niro è in qualche modo grottesca. Sicuramente un genio, ma privo totalmente del benché minimo senso dell'etica, specchio deformante (ma forse nemmeno troppo) di coloro che fanno il suo stesso mestiere. La consapevolezza di saper manipolare la mente delle persone in maniera più o meno sottile o raffinata, restituisce una percezione molto elevata di sè stessi. Lui è frugale, invisibile, stazzonato. Di lussuoso in lui c'è solo la percezione della propria abilità e intelligenza. Eppure governa i movimenti del Presidente (che volutamente non viene mai mostrato proprio per sottolinearne l'impersonalità) che agisce come una marionetta. Ferocemente, gli viene lasciata solo la scelta del colore del gatto che l'attrice che impersona una profuga albanese stringe al petto durante la fuga sotto i bombardamenti. Governa l'opinione pubblica e la stampa. Governa i collaboratori e la Cia. Governa persino gli inesistenti terroristi. Più tragica (e non solo per l'epilogo) è la figura del produttore cinematografico magistralmente impersonato da Dustin Hoffman. Ricco in modo imbarazzante, circondato dal successo delle proprie produzioni da Oscar ma costantemente alla ricerca di una gratificazione che non arriva mai (nessuno parla del Produttore, dice all'inizio, compare solo nei titoli di testa). Per questo lavoro segretissimo darà il meglio di se stesso e lo darà in prima persona, ma non potrà raccontarlo a nessuno (è nei patti). Ancora una volta un'opera sensazionale il cui artefice, affamato delle luci della ribalta, ne rimarrà a digiuno. Proprio questa privazione sarà la causa della fine tragica di Hoffman che verrà eliminato perché sapeva troppo (e non era disposto a stare zitto). La sua figura è quindi comicamente tragica, o tragicamente comica: creativo, viziato, megalomane, narcisista, ipercritico, geniale. Opposto a De Niro che alla fine ne decreterà, con un cenno sconsolato della testa, la fine ad opera della Cia. Lavoro nell'ombra contro luci della ribalta. Pensiero e strategia contro immagine pura e sensazionale. In maniera realmente straordinaria, ad un certo punto, lo spettatore viene portato a perdere la percezione di De Niro come protagonista: vestendo completamente il suo ruolo di "uomo ombra" passa in secondo piano, soppiantato dall'esuberanza chiassosa di Hoffman. E quando lo spettatore sembra quasi dimenticarlo, ecco che l'ombra si materializza e si sbarazza del più scomodo dei suoi alleati, quello che davvero può rovinare la sapiente costruzione. Che morale trarre da questo film? Molte e nessuna. Che la televisione manipoli le menti lo dicono da molto tempo e in molti. Che avere il potere mediatico significa possedere il consenso, non è novità. Che il balletto delle notizie non è in alcun modo casuale, che la sparizione o l'apparizione di alcune notizie sensazionali, stravaganti o che eccitano l'opinione pubblica agendo su alcune leve primordiali della mente umana, difficilmente è una situazione che capita per caso. Anche questo è noto. Si perché alla fine del film rimane un dubbio: lo scandalo sessuale che presumibilmente avrebbe colpito il Presidente, non sarà forse stato un'abile montatura messa in piedi dall'avversario politico per distruggerlo a undici giorni dalle elezioni? De Niro lo sospetta o forse no, al punto che non vuole nemmeno sapere se sia vero o meno: lui è venuto per fare il burattinaio.
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