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Opinione di Mr.Klein su I quattrocento colpi

[Les 400 coups, Francia 1959, Drammatico, durata 93', b/n]   Regia di François Truffaut
Con Jean-Pierre Léaud, Albert Rémy, Claire Maurier




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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25/02/2009 voto al film: voto ottimo

Sul film

L’infanzia è da decenni un genere cinematografico a sé,con tutto quello che ne consegue poiché i rischi di una scelta come quella di mettere in campo i bambini va incontro alla generale insoddisfazione,se non allo scoperto fastidio,sul risultato finale sia da parte di chi realizza il film che da chi in seguito lo guarda. Ancora oggi,nonostante i cumuli di saggistica cinematografica sull’uomo e cineasta Truffaut,non è possibile esprimere con parole che risultino soddisfacenti perché l’impatto provocato da questo suo primo film sia così immediato e carico di un coinvolgimento cui non ci ribelliamo né cerchiamo di rendere meno spontaneo: tutto questo mezzo secolo che ci separa dalla sua uscita non ci fa rintracciare un solo dato,se non in qualche aspetto dell’ambientazione,che denunci il film come un tipico prodotto del suo tempo. Già dall’inizio si nota la propensione di Truffaut a quello “spreco” di pellicola che assorbe in sé l’entusiasmo ferito di un corsa che parte come gioco e diventa fuga,come se anticipasse il finale in cui si avverte come definitiva la frattura di quel cinema che ha sconfessato il predominio dei padri,pur con alterne fortune,mettendo al centro la presa di coscienza dura e speranzosa che può appartenere solo ad un cuore innocente ma già in grado un atto di libertà con lo stesso travaglio necessario per renderlo un atto di creatività. Il ventisettenne Truffaut era troppo giovane per redigere un insieme di situazioni che fossero il risultato di un’ambizione,e in sé il film non ha nulla di illuministico e rigoroso,come un decennio dopo forse potrà essere Il ragazzo selvaggio,e la sua scrittura cinematografica allacciata in modo così commosso alla propria autobiografia gli permette di accorpare i singoli capitoli di un’avventura picaresca che si svolge nella metropoli in un romantico trattato pedagogico che rinuncia alla freddezza dell’enunciazione e si lascia rivivere dalla vivacità di un serio romanzo sull’infanzia;tutto questo perché la descrizione del carattere ingestibile di Antoine Doinel non nasconde la propria natura di confessione. Nella metropoli plumbea in cui i bambini sembrano destinati ad essere sempre soli,per la disattenzione degli adulti o per l’indole all’insubordinazione,Truffaut accantona la ricercatezza dello stile perché sa che l’innovazione del linguaggio è già tutta contenuta nel docile pedinamento del suo Doinel,il fratello minore d’elezione che estende sullo schermo i disagi delle disavventure del regista con l’accattivante viso dell’indimenticato Jean-Pierre Léaud che non è uno strumento nelle mani del regista ma un complice di inaspettato,adulto candore. Per la prima,e forse unica,volta troviamo una figura femminile quasi sgradevole,incapace di concepire il grande gesto dell’abbraccio materno che non consegna un piccolo uomo alla vita(e che si dedica al piccolo solo quando cerca di ottenerne il silenzio)ma piuttosto lo prende di pesa e lo scarica(è il caso di dirlo) dove è più facile che non comunichi ad alta voce la propria dispiaciuta ribellione. Non facciamo in tempo ad obiettare che le scorribande di Antoine e René risultano un po’ improbabili,liberi come sono (sembrano) di andare dovunque senza che nessuno si accorga di loro,che siamo subito costretti a fare i conti con una serie di situazioni di stringata commozione:alzi la mano chi non si è sentito sopraffare dall’emozione nel vedere Doinel momentaneamente parcheggiato in una cella prima di essere spedito in riformatorio,e soprattutto alla scena che,almeno per chi scrive,è il vero climax del film:il dialogo,sarebbe meglio dire l’interrogatorio,tutto realizzato in primo piano, di Doinel con la psichiatra tenuta saggiamente fuori campo,in cui Léaud è a dir poco impressionante nelle gestione di gesti e suggerimenti,impaurito e astuto allo stesso tempo,lontano distanze siderali dagli atroci ammiccamenti dei piccolo mostri della Hollywood contemporanea. Basterebbe anche solo questa scena per inserire I 400 colpi nella lista ideale dei capolavori senza se e senza ma,concluso dall’interminabile corsa verso il mare di Antoine nuovamente solo ma ancora coraggioso,al termine della quale possiamo sperare,nonostante la tristezza che ci prende,che abbia trovato non più l’inadeguato nucleo familiare ma lo stesso benefattore che andrò incontro al giovane François.

Sulla regia di François Truffaut

L’esordio nel lungometraggio è quasi senza dubbio il suo esito migliore,grazie ad una pulizia visiva ancora oggi affascinante e alla toccante indagine sull’impossibilità di tenere stretta a sé l’innocenza non solo di un’età ma soprattutto di una particolare statura morale,in un mondo di cui i fanciulli non sono solo la parte offesa ma soprattutto le più disponibili e inconsapevoli vittime.

Sull'interpretazione di Claire Maurier

Inedita immagine di donna nell’universo femminile concreto e generoso di Truffaut,priva di dedizione eppure qua e là capace,anche solo per calcolo,di un gesto affettuoso di cui subito decide di perdere il significato,e la faccia dura dell’ attrice ne sottolinea lo sforzo in cui questa madre non sa o non vuole credere.

Sull'interpretazione di Albert Rémy

Personificazione senza infamia e senza lode di una paternità putativa sempre più svogliata

Sull'interpretazione di Jean-Pierre Léaud

Ci sono poche parole per elogiare la tenerezza accusatoria che Léaud ha negli occhi intelligenti,nella sicurezza sorprendente della sua presenza scenica assistita dalla verità dell’insolenza implorante di questo piccolo grande uomo.


SI

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