Opinione di LorCio su Baci rubati
Con Jean-Pierre Léaud, Delphine Seyrig, Michael Lonsdale
- negative [1]
- sufficienti [1]
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
«Fabienne Tabard Fabienne Tabard Fabienne Tabard Fabienne Tabard Fabienne Tabard… Christine Darbon Christine Darbon Christine Darbon Christine Darbon Christine Darbon… Fabienne Tabard Fabienne Tabard Fabienne Tabard… Antoine Doinel Antoine Doinel Antoine Doinel Antoine Doinel…». È una scena memorabile quella che Jean Pierre Leaud regala davanti ad uno specchio esistenziale. Racchiude tutto l’essere Antoine Doinel. Quel suo vivere sempre in bilico, rimandare le decisioni perché non ancori maturi per prenderle, essere minati dal dubbio. I film con questo stralunato ed impacciato alieno sono quelli in cui François Truffaut indaga su se stesso, alla ricerca dei tempi perduti e per vedere a quale futuro (che poi è presente) si destina il suo alter ego. Certo, dai tempo dei fulminanti “400 colpi” sono trascorsi quasi dieci anni, François è cresciuto e la deriva disperata di Doinel l’ha schivata orgogliosamente. Però è interessato a farlo vivere, quasi a donargli una nuova vita che si distacchi da lui. Inevitabilmente tuttavia Antoine è François e il terzo atto delle sue avventure si segnala ancora una volta come un racconto di formazione. Tutti i film della saga Doinel sono racconti di formazione, esprimono i turbamenti e le emozioni del personaggio (che poi è sintesi di una certa generazione) attraverso le esperienze del quotidiano. Stavolta François si concentra nel periodo della maturazione post-adolescenziale: Antoine è stato riformato dall’esercito («L’esercito è come il teatro: è un meraviglioso anacronismo»), viene accolto in casa di una ragazza verso la quale prova un sentimento che si avvicina all’amore (ma neanche lui sa cosa sia – o forse non vuole ammetterlo), viene preso come portiere in un albergo, quindi licenziato, assunto in una agenzia investigativa («Il nostro mestiere è fatto per un 10% di espirazione e un 90% di traspirazione»), dove non ne azzecca una finché non si invaghisce dell’elegante moglie di un facoltoso cliente. Come al solito nei film del ciclo doinielano, è un’analisi sulla vita e le sue peripezie, affrontata con gioiosa dolcezza. Difatti, tra tutti i film della saga, “Baci rubati” è il più gioioso e spensierato, a tratti perfino buffo – specie nella rappresentazione del lavoro di detective. Ed è da puntualizzare quest’aspetto semplice e gentile dell’opera: l’indizio sta nella dedica. Il film è dedicato alla Cinémathèque Française di Henry Langlois, tempio dei cinefili di una generazione. In che anno è stato girato “Baci rubati”? Nel 1968. No, dico, il 1968. In quell’anno dalla Cinémathèque fu cacciato via il suo amato direttore, Langlois, per motivi politici. Dunque la dedica che François gli rivolge all’inizio è un atto politico dovuto e sentito. E poi si ferma qui. E già, perché, detto in soldoni, della politica non gliene può fregar di meno. Sì, c’è Christine, impegnata nelle lotte studentesche e via dicendo, ma ad Antoine sembra non interessare (mentre a François proprio non tocca, ne prende solo atto ma si rende conto che non sono fatti suoi, che i suoi personaggi e le sue storie non possono essere “inquinate” dai fattori politici). Ciò che a Truffaut interessa è che si sappia del suo impegno per la Cinémathèque. “La mia patria è il cinema”, amava dire, e per esso egli si batte (tra l’altro c’è una gustosa citazione di Stanlio e Olio, i cui faccioni mascherano i visi di due bambini). “Baci rubati” è un film tenerissimo e delicato, che parla d’amore con grazia e sincerità, percorso dalle suggestioni creative e sognanti dell’età che si porta in scena. Quell’età romantica, in cui si è ancora accarezzati dalla dolce ala della giovinezza. In cui è lecito sbagliare – perché formativo. Che si immerge spontaneamente nelle noti soffuse e malinconiche di “Que reste-t’ll de non amours?” di Charles Trenet. Da incorniciare. Anche se, come direbbe Godard (con il quale Truffaut ha avuto un rapporto controverso), «è il margine che fa la pagina». Beh, anche qui il margine è splendido.
Sulla regia di François Truffaut
Tenera e delicata, soffusa ed innamorata, calda e dolce.
Sull'interpretazione di Delphine Seyrig
Elegante e puntuale. "Un giorno, in collegio, la mia professoressa spiegò la differenza fra il tatto e l’educazione. Un signore, in casa di amici, apre la porta di una stanza da bagno e scopre una donna nuda: si ritira subito, chiude la porta e dice “Oh, scusi, signora”. Questa è educazione. Lo stesso signore, aprendo la stessa porta, scoprendo la stessa donna nuda, dice: “Oh, scusi, signore”. Questo è tatto".
Sull'interpretazione di Jean-Pierre Léaud
Indimenticabile. Imbranato e stralunato, che personaggio!
Sulla colonna sonora
“Que reste-t’ll de non amours?” di Charles Trenet perfettamente inserita.
Cosa cambierei
Voto: 8.
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