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Opinione di yume su L'uomo del banco dei pegni

[The Pawnbroker, USA 1965, Drammatico, durata 116', b/n]   Regia di Sidney Lumet
Con Rod Steiger, Geraldine Fitzgerald, Brock Peters, Jaime Sanchez




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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07/12/2010 voto al film: voto ottimo

Sul film

Sol Nazerman (Rod Steiger), uomo di mezza età sopravvissuto ad Auschwitz, dove ha perso tutta la famiglia, gestisce un banco dei pegni ad Harlem per conto di uno sfruttatore di prostitute che ricicla il denaro sporco attraverso il suo negozio.
Ha un commesso, Jesus, furfantello portoricano sulla via della redenzione, che ha promesso alla vecchia madre, con cui divide una povera stanza nel quartiere, di cambiar vita e di puntare in alto. Jesus vede in Sol il suo maestro e  porta nel negozio note di allegria che stridono ogni volta nell’impatto con la maschera  chiusa dell’ebreo, laconico, impermeabile ad ogni tentativo di contatto umano.
Come lui, così i disperati che appoggiano sul banco i poveri oggetti da impegnare, si scontrano con la gelida indifferenza e i pochi dollari offerti in cambio della merce, prendere o lasciare, e il loro sorriso triste si spegne mentre accettano quella miseria.
La relazione con Tessie, moglie di un compagno di prigionia morto nel campo, si trascina stanca, priva di vita, mentre il vecchio padre di lei, malato, lancia dal letto dietro la tenda orribili anatemi contro i due, colpevoli di non esser morti anche loro.
Nello spazio cupo del banco dei pegni, che Boris Kaufman fotografa in un bianco e nero denso di ombre pesanti, entrano ed escono personaggi di un dramma senza sfondo, reperti di un’umanità annichilita in una condizione  di solitudine incomunicabile, in cui Sol sembra l’unico capace di vivere impassibile.
Il denaro è l’unica cosa in cui crede, la sua sola certezza, e di questa filosofia fornisce lezioni allo sprovveduto Jesus.
Questo fino all’apparire delle prime crepe, quando rapidissimi flash back del passato cominciano ad affollarsi e allora si sgretola quella che era solo la muta difesa disperata di chi ha visto troppo.
Aggrapparsi ad una rabbiosa definizione della propria storia di appartenenza non serve “…cominci con un periodo di alcune migliaia di anni durante il quale non hai niente che ti sostenga all’infuori di una grande, barbuta leggenda, non hai una terra tua dove poter coltivare grano, cacciare, non hai niente, non ti sei mai fermato abbastanza a lungo in un posto per avere confini, un esercito, una patria, hai solo un po’ di cervello e quella grande, barbuta leggenda per sostenerti e convincerti che sei un essere speciale, anche se sei povero.Ma con questo po’ di cervello compri un pezzo di stoffa, lo tagli in due e lo rivendi al doppio di quello che hai speso, poi un altro più grande e lo dividi in tre, ma durante quel periodo non devi neanche pensare di comprare del pane extra per la tavola o un giocattolo per un figlio e alla fine scoprirai una cosa, non hai più nessun desiderio, sei un commerciante, hai il commercio nel sangue, sei additato come un usuraio, uno che ha risorse segrete, uno stregone, uno strozzino, un giudeo, una carogna!”
Sol Nazerman ha incarnato in sé il destino del suo popolo, quella leggenda nera che ha portato nei lager la famigliola felice della sequenza iniziale sul fiume, fra erbe alte e corse felici di bambini, incipit straniante prima dei titoli di testa che scorrono sullo sky line di quartieri metropolitani newyorkesi alla Edward Hopper, il mondo nuovo dove la vecchia Europa è andata spesso a curarsi piaghe insanabili.
Sol ha lasciato dietro di sé l’orrore, ha creduto così di esorcizzare il passato, ma lampi implacabili attraversano la sua memoria, spesso in rapidissima sovrapposizione sulla realtà.
Lumet alza la tensione con progressione crescente, lascia ai suoi attori tempo e spazio per sviluppare il loro personaggio in un territorio desolatamente vuoto, alterna quadri intensi di cinema/verità (le strade di New York, gli interni di locali di malaffare) a suggestioni oniriche, quasi alterazioni di stati di coscienza del protagonista, ormai incapace di porre un freno al dilagare della memoria.
Sol non può andare avanti con la vita che conduce, ma neppure trovare via d'uscita.
Il suo aspetto fisico registra con freddezza impietosa la caduta finale di quest’uomo che per sopravvivere ha dovuto negare la vita, la maschera si scompone in frammenti, il finale si carica di pathos nella morte di Jesus ma non apre prospettive.
La musica di Quincy Jones alla sua prima esperienza cinematografica (siamo negli anni sessanta, il trionfo del free jazz) segue la storia con progressioni armoniche  insolite, poliritmiche, crea sospensioni melodiche seguite da accelerazioni convulsive, stridenti, dà il complemento sonoro più efficace per una storia di uomini chiusi nel silenzio di una solitudine inespiabile, vite senza colore, dissanguate dalla storia.
Rod Steiger dà una prova di sé forse ineguagliabile nella capacità di esprimere per sottrazione, il premio come miglior attore a Berlino ne riconobbe doverosamente la grandezza.


SI

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