Opinione di Stefano L su Zombi
Con David Emge, Ken Foree, Scott Reiniger, Gaylen Ross, Tom Savini
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Attenzione: quest’opinione si riferisce alla versione americana integrale di “Dawn of the Dead”. La theatrical version che ho valutato, dunque, dura venti minuti in più, ha un montaggio diverso (solo dopo molti anni, infatti, ho capito certi passaggi incomprensibili nell’edizione tagliata da Dario Argento), e alcuni brani musicali di background aggiuntivi, oltre a quelli classici dei Goblin (per di più suonati in scene diverse rispetto alla relese italiana e, a mio parere, inseriti anche meglio).
Negli anni settanta e nei primi anni ottanta gli “zombie-movie” venivano considerati degli horror perversi: era assurda l’idea che si potesse concepire qualcosa che mettesse in scena un cadavere che tornava “in vita” e si nutriva di carne umana; ed era allo stesso modo inammissibile che qulacuno potesse proporre sul grande schermo tale “nuovo” concetto del non morto. Questo almeno secondo l’opinione comune di chi, solitamente, si soffermava al canovaccio superficiale dell’immagine di un defunto che per propensione naturale era spinto dall’impulso di divorare un vivo strappandogli le viscere. Tuttavia “Dawn of the Dead” fu ugualmente un successo planetario, al di là delle censure e controcensure che animavano e turbavano i distributori europei e non. Si perché se la gente rimaneva così orripilata e disgustata da visioni tanto forti ed estreme, allo stesso modo era suggestionata da quell’impulso di voyeurismo che portava gli spettatori ad aver voglia di essere spaventati, di provare l’effetto del brivido, seppur tramite un contesto di colori, situazioni e smembramenti raccapriccianti.
Romero, con il suo modo di fare sornione e malizioso, gestisce con ingegno l’accordo tra lo humor macabro e la crudezza terrificante del gore, commisurando lo script alla metafora del capitalismo americano. I morti si risvegliano e divorano le persone: i quattro protagonisti lasciano Philadelphia e trovano rifugio in un centro commerciale; tutte le creature assetate di sangue confluiscono in quel posto rimasto nella loro memoria, perché, quando erano in vita, venivano incitati dalla tentazione comune di consumare; e proprio quella struttura rappresentava l’isola dei desideri: era il luogo in cui il professionista comprava “la borsa x” o l’adolescente “il capo z”. L’istinto era quello di consumare, e il la voglia di consumare soverchiava l’istinto: è questa la critica sociale che il regista rivolge al pubblico; i singoli individui si sentono appagati nel momento in cui consumano, e sono incapaci di controllare la loro fame ancestrale che li porta a siffatta azione. In questa pellicola quindi vengono deturpate le dinamiche che regolano tale fenomeno. Gli esseri umani, da consumatori, diventano il prodotto da consumare, e i non morti si scagliano su di loro con la stessa voracità con cui si scagliavano sulla mercanzia prima di trasformarsi in zombi. Occhio però, ache gli sciacalli sono in agguato, e anche loro hanno “una fame” non indifferente. Non resta quindi che analizzare se siano più pericolosi e primitivi quest’ultimi o i morti viventi che infestano l’edificio.
I disagi, purtroppo, non finiscono qui. Viene messo in gioco pure l’individualismo dilagante, l’incapacità di sapersi organizzare con gli altri, l’inefficenza dei mass media. George Romero manifesta tutto il suo pessimismo nei confronti degli usi e costumi di una società squilibrata e sull’orlo della decadenza. Questa dose cospicua di scetticismo e sconforto, verso le istituzioni e le comunità occidentali, lascia comunque uno spiraglio di speranza nel finale: continuare a lottare per la sopravvivenza è l’unica via di salvezza.
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