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Opinione di Peppe Comune su La prima notte di quiete





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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09/05/2011 voto al film: voto ottimo

Sul film

Daniele Dominici (Alain Delon) è un professore di lettere incaricato di fare un periodo di supplenze in un Liceo Classico di Rimini. Arriva in una città invernale e piovosa, tutt'altro che gioiosa e da cartolina balneare, e ad accoglierlo nell'istituto c'è un preside reazionario (Salvo Randone) e una scolaresca a cui subito da prova del suo modo poco canonico di insegnare. Vive da circa dieci anni con Monica (Lea Massari) ma il loro rapporto è in via di logorante esaurimento, li tiene insieme un sentimento d'affetto che intanto si è trasformato in abitudine e la paura vicendevole di rimanere da soli. Tra le sue allieve c'è Vanina Abati (Sonia Petrova), una ragazza assai malinconica, con un corpo eccezionale e degli occhi che conducono a delle ferite ancora aperte. Tra loro sboccia l'amore, che non può svilupparsi col dovuto candore perchè entrambi hanno ancora dei conti in sospeso da dover chiudere. Conosce un gruppo di "vitelloni" certamente più volgari di quelli di felliniana memoria,  coi quali passa ore interminabili a giocare a carte e a bere alcol. Tra loro ci sono Giorgio detto "Spider" (Giancarlo Giannini), un medico che dietro l'apparenza cinica nasconde un animo sensibile e aperto alla buona cultura, Gerardo (Adalberto Maria Merli), una specie di boss locale a cui Vanina è legata da una torbida relazione, e Marcello (Renato Salvatori). "La prima notte di quiete" è un opera di straordinario rigore stilistico e di straziante bellezza, con una soffocante atmosfera di decadenza che lo sorregge e un grigio pallido che ti entra dolorosamente nella pelle. Daniele Dominici, con il cappotto beige che non si toglie mai (neanche in classe), la sigaretta perennemente accesa (anche in classe), e la barba sempre incolta (il tutto contribuisce a rendere quella di Alain Delon, probabilmente, la sua migliore prova d'attore) è il ritratto dell'inquietitudine, frutto di vecchi lutti non ancora assorbiti e di recenti amori andati a male. Coltiva l’estasi poetica ma profuma di morte il professore, che porta addosso come una presenza ineliminabile, come un dolore scolpito in fondo al cuore, che non lo lascia più, indirizzandogli l’esistenza lungo un percorso di irreversibile declino. “Dio, come la vita di un uomo è piena di morte”, dice a "Spider" in un momento di inusitata apertura confidenziale, a un uomo partecipe della generale dissolutezza dei costumi ma anche l’unico che tenta di penetrare l’anima cupa di questa persona enigmatica, di scoprirne i misteri per cercare di capire la natura profonda della sua inossidabile malinconia. Arriva alla matrice della sua ricerca imbattendosi in una raccolta di poesie firmate Daniele Dominici, intitolata (appunto) La prima notte di quiete (da un verso di Goethe), che è la notte che giunge subito dopo la morte, quella in cui non si fanno più sogni, quella che può liberare dall'inganno di una vita costellata di croci. Si può solo ambire a quella quiete se non si possiede il coraggio di abdicare dalla vita che è capitata di avere in sorte, guardarla come una speranza che si accompagna agli amori che non ci sono più, come una luce che apre squarci di beatitudine nel riposo eterno che sarà. Intanto che si vive si possono decantare gli amari ricordi, per assorbire nella bellezza della poesia l'insormmontabile peso di un assenza e fissare nel tempo la vaga somiglianza di momenti felici. Oppure, perdersi senza rimpianti in occhi bui come la notte, come quelli di Vanina, una ragazza con “ molto passato, poco presente, e niente futuro”, vittima predestinata di una madre tiranna (Alida Valli) e di una società disamorata, ammalata della sua stessa tristezza, con la stessa voglia di perdersi in sensazioni finalmente pulite ma con molte più possibilità del professore di fuggire dal suo infausto passato. Tra loro nasce un rapporto perfettamente speculare, fisico e sentimentale, fatto di corpo e anima, rimorsi e ferite, fughe e ritorni, che si specchiano davanti a un altro martirio e a una nuova speranza di cambiamento. Più dell'amore, ciò che li unisce è la vicendevole voglia di lasciarsi finalmente alle spalle il calvario senza fine che è diventato la vita di entrambi. Attendere insieme la quiete della vita. Tutto è al posto giusto in questo magnifico film, i silenzi come le parole, il mare in tempesta di una Rimini glaciale come l'aria crepuscolare che si respira, gli struggenti intermezzi musicali (di Mario Nascimbene) come la raffinata fotografia (di Dario Di Palma), l'andamento "stropicciato" di Alain Delon come i suoi occhi assetati di dolcezza. L'essenzialità stilistica in un capolavoro di Valerio Zurlini.


SI

Commenti

  • 9 maggio 2011, 16:24 di spopola

    Sono assolutamente d'accordo con te.. che è un capolavoro... che è una delle migliori cose fatte da Zurlini... che l'interpretazione di Delon è ottima... Singolarmente però Zurlini non amava molto quest'opera e non ho mai compreso le ragioni che devono essere tutte private (a parte il fatto delle divergenze con Delon che ci aveva messo anche capitali suoi nella produzione e che pretese di rielaborarlo a suo modo per l'edizione distribuita in Francia snaturandolo un poco). Di questo film, così scrive lo stesso Zurlini (il volume è "Pagine di un diario veneziano" - gli anni delle imamgini perdute): "Incontraiil mio eroe nero durante una di quelle stagioni inclementi a Cesena e riconobbi subito il nome famoso della sua famiglia: mi sembrava un Lord Jim casalingo e dell'eroe di Conrad aveva il passato fitto di interrogativi inquietanti, l'infelicità, l'ironia, il mistero e l'estremo romanticismo. Da lui nacque una storia motlo semplice, divisa fra verità e verosimiglianza, nonchèil mio film che amo di meno ma per ragioni del tutto diverse: LA PRIMA NOTTE DI QUIETE. Lo amo di meno degli altri perchè fui brutalmente costretto dalle circostanze a disarmarlo, perchè il protagonista - che ne ricavò un trionfo - era l'opposto morale del personaggio e non rifletteva che esteriormente la profonda gentilezza e l'inguaribile malinconia. Furono dieci settimane di lavoro massacrante rette sulla forza dei nervi e sull'orgoglio di non cedere, di sofferenza e di amarezza, forse come si può provare quando si scopre in un figlio molto amato una vocazione di criminale, Nonostante questo fu il film italiano di maggior successo del 1972. Ho ritrovato le prime note che scrissi su di lui, alterando appena la verità per confondere un pò le carte in tavola e non renderlo immediatamente riconoscibile... il carattere appunto. Il finale tragico mi vnene suggerito da circostanze analoghe e oggi non so più nulla di lui. Facendo i conti dovrebbe avere adesso circa 45 anni. Dove sarà! Si sarà riconosciuto? Che fine avrà fatto? So che la sua storia si sviluppò da quello che lui era con una naturalezza sconcertante.

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  • 9 maggio 2011, 16:40 di Peppe Comune

    Beh, questo confermerebbe l'idea che un opera d'arte ha una genesi privata e un destino pubblico.

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  • 9 maggio 2011, 17:33 di maghella

    "Daniele Dominici, con il cappotto beige che non si toglie mai (neanche in classe), la sigaretta perennemente accesa (anche in classe), e la barba sempre incolta" sembra un po' il ritratto del professore di "Morte di un matematico napoletano"?...Io devo sempre vederlo questo film. ciao.

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  • 9 maggio 2011, 17:39 di bradipo68

    Anche per me è un capolavoro.

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  • 9 maggio 2011, 19:41 di Snaporaz68

    E' da anni che cerco di scriverci su. Un film dolente amaro decadente ma nello stesso tempo con una forza segreta all'interno. Una opera sfuggita di mano al suo autore che si è rivelata fonte di vita autonoma. Un caso cinematografico

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  • 10 maggio 2011, 01:37 di Inside man

    A mio parere, il brano riportato da spopola spiega bene perchè Zurlini non amasse il film: avendo conosciuto così bene la persona ispiratrice, non ne vide l'esatto riflesso nel lavoro svolto (a dire il vero egregiamente) da Delon, ed aggiungo fortunatamente, in quanto, sempre con ogni probabilità, non sarebbe stato lo stesso capolavoro che oggi ammiriamo. Quel Zurlini così intimamente coinvolto (sono assolutamente convinto vi sia una cospicua componente autobiografica in Daniele Dominici, la maggiore di tutto lo straordinario e personale cinema zurliniano) avrebbe forse voluto rappresentare la "verità" del personaggio in una maniera assolutamente mimetica alle sue intenzioni (o meglio alla sua idealizzazione) mentre riuscì, con l'insostituibile e immancabile piccola dose di casualità (in parte sotto la forma di difficoltà realizzative), a esprimere perfettamente ciò che pure Giuseppe Verdi sosteneva con un brillante aforisma: in arte il vero va inventato. Per certi versi la vicenda delle riprese de "La prima notte di quiete" ricorda da vicino ciò che accadde a Melville sul set di Le cercle rouge, dove finì per creare una pietra miliare dopo aver disprezzato e discusso per i 70 giorni della lavorazione con quasi tutta la troupe, con Volontè e con amici e collaboratori di lunghissima data come Decae. In fondo il figlio molto amato che manifesta una vocazione criminale, spesso è anche colui che, celatamente, più ti ha amato e più ha cercato di capirti, spesso è proprio colui che cerca di fuggire con qualunque mezzo da quella "malinconia senza rimedio" verso cui è ineluttabilmente predisposto. Una sensazione, un sentimento, un modo di essere che Zurlini conosceva come pochi e che nessuno meglio di lui ha saputo incarnare sullo schermo.

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  • 10 maggio 2011, 21:23 di lorenzodg

    La filmografia di Zurlini è tutta fatta di picchi, di opere isolate con un denominatore comune: la solitudine dolente dell'uomo con le sue varie derivazioni. Un silenzio assordante dentro l'animo umano che esplode in meccanismi imprescutabili...film dove si ha la sensazione del grande distacco del regista. Ciò che vuole dire ne comprime il messaggio stesso..quasi una paura inconscia..terribile toccare con mano argomenti di 'malattia-malinconica'. Questa pellicola sembra tirata via proprio per l'argomento che tocca (e viceversa). E "il deserto dei tartari" conferma (secondo la mia opinione) la chiusura introspettiva dell'uomo-artista (pensando al libro stesso di Buzzati).

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