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Opinione di yume su Banditi a Orgosolo





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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15/02/2011 voto al film: voto ottimo

Sul film

Nel 1954 un intero numero di Nuovi Argomenti (fasc. 10, sett.-ott. 1954) raccoglie i saggi e i risultati delle indagini condotte dall’antropologo Francesco Cagnetta tra il 1950 e il 1954, pubblicate con il titolo: “Inchiesta su Orgosolo”.
A pochi giorni dalla pubblicazione, il 9 novembre 1954, l’allora Ministro dell’Interno Mario Scelba denunciò all’autorità giudiziaria sia Cagnetta che i direttori della rivista, per «reato di vilipendio delle forze armate» e «pubblicazione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico» e chiese – ottenendolo – il sequestro della rivista.
La questione fu discussa in Parlamento, dove Pietro Nenni la definì «la più terrificante indagine che sia comparsa negli ultimi sessant’anni». In quella sede Giovanni Berlinguer affermò con forza il diritto d’indagine della stampa, tesi poi accolta dal Pubblico Ministero, sicché il 16 marzo 1955 il Giudice Istruttore del Tribunale di Roma decise l’archiviazione sentenziando che «nella pubblicazione del Cagnetta e gli articoli pubblicati dagli anzidetti quotidiani non ricorrono estremi di reato».
Anche se per la scarsità della tiratura e per gli effetti del sequestro l’inchiesta divenne immediatamente introvabile, il lavoro di Cagnetta sollevò un’ eco immediata sulla stampa italiana (vedi Il Corriere della Sera, Il Contemporaneo, L’Avanti, Paese Sera, La Stampa ed altri) e su quella straniera (vedi The Times, Le Figaro) dove vennero pubblicati numerosi estratti. Tale eco fu rinnovata nel 1961 quando, alla Biennale di Venezia, fu assegnato il Premio opera prima al film di Vittorio De Seta Banditi a Orgosolo.”
Estratto da un testo pubblicato sul web di cui riporto il link, lettura illuminante per chi voglia acquisire dati scientifici sul fenomeno/ problema del banditismo sardo e, tout court, di una certa questione meridionale e insulare che, nonostante i 150  anni dall’Unità d’Italia, è tutt’altro che risolta.
http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_49_20060420154811.pdf
 
Ciò detto parliamo del film.
Premio “Opera Prima” alla XXII mostra di Venezia, 1961.
Di questo capolavoro è stato detto tutto, difficile aggiungere altro che non siano le proprie reazioni ed emozioni personali.
Produzione, soggetto, sceneggiatura, fotografia e regia di De Seta, è racconto e documento, poesia e canto della natura e dell’uomo.
 
“Questa storia accade oggi, in Sardegna, nel paese di Orgosolo.
Questi sono pastori di Orgosolo.
Il loro tempo è misurato su quello delle migrazioni stagionali, della ricerca del pascolo, dell’acqua.
L’anima di questi uomini è rimasta primitiva, quello che è giusto per la loro legge non lo è per quella del mondo moderno.
Per loro contano solo i vincoli della famiglia, della comunità, tutto il resto è incomprensibile, ostile.
Anche lo Stato, che è presente con i carabinieri, le carceri.
Della civiltà moderna conoscono soprattutto il fucile.
Il fucile serve per cacciare, per difendersi, ma anche per assalire.
Possono diventare banditi da un giorno all’altro, quasi senza rendersene conto.”
 
Interpretato da pastori sardi, come si legge in apertura, aggiungerei dal  bianco gregge che segue docile e scampanellante la fuga di Michele e Giuseppe, i due fratelli in cerca di una salvezza impossibile fra le rocce del Supramonte.
Il gregge è l’anima di questo film, ha i suoi momenti di virgiliana dolcezza nella scena della pecora dalla zampa rotta che Michele si carica sulle spalle, ha quella belante mitezza che lo fa seguire il padrone dovunque, lanosa massa fluttuante fra balze e dirupi, fino a morire, estenuato, senza acqua e con le povere zampe maciullate, carcasse abbandonate su cui volteggiano gli avvoltoi.
Il gregge è tutto ciò che segna la vita di questi pastori, è il loro debito con le banche, è la risorsa per le famiglie, è il bianco formaggio che premono in forme rotonde nei casolari di pietra dove passano la notte col fuoco acceso, sdraiati a terra su pelli di capra.
Infine, è la loro possibilità di essere onesti e non banditi.
Una possibilità negata dallo Stato che, senza troppi perché, scambia il pastore buono con i banditi ladri di maiali.
Anche loro, una volta, sono stati pastori buoni, certo.
Anche Michele sarà un bandito, certo, lo vediamo all’inizio, in uno scontro a fuoco.
La storia è ad anello, si chiude dove è cominciata, in mezzo c’è tutto quello che serve a farci chiedere cosa ha spinto uno Stato democratico a perseguitare  chi vive tra le pietre, solo con un gregge, lontano da tutto, in condizioni primitive, eppure, come  Giuseppe, poco più che un bambino, riesce a dire “A me qua mi piace”.
Forse è una domanda ingenua, forse allora se l’è posta anche De Seta.
Un grande segno di pietas questo film magistrale, in tutte le sue parti. Da non perdere, per nessuna ragione al mondo.


SI

Commenti

  • 15 febbraio 2011, 12:34 di panflo

    ...come peraltro tutti gli altri film di De Seta. Bello "la storia è ad anello" me la segno !!

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  • 15 febbraio 2011, 15:31 di dedo

    Conosco bene la vita del pastore sardo perchè abitavo in un paese del Logudoro, vicino ad Orgosolo, ed ho molti parenti che sono vissuti con la pastoria. Ti racconto un breve aneddoto che non è nel film. La discesa nelle zone da pascolo comportava una permanenza in loco di mesi. Ogni fine mese il pastore tornava in paese pe rifornirsi (e di solito anche per generare un figlio) e il giorno stesso tornava nel suo posto di lavoro. Aiutato dai figli e/o nipoti, la sera, raccolti gli ovini, si radunavano al chiuso e leggevano a voce alta, per tutti, opere epiche (mio zio aveva la predilezione per "La Gerusalemme lLberata" e i miei cugini ne conoscevano molti brani a memoria). Inoltre l'uso del pane tipico sardo. a lunga conservazione, consentiva loro di alimentarsi, frugalmente, utilizzando il suddetto pane, dopo averlo passato rapidamente sotto il getto di un contenitore d'acqua: entro un minuto il pane diventa morbido, non si rompe, e può avvorgere, come un foglio, il formaggio od altri alimenti. Spero non ti siano dispiaciute queste mie indicazioni (e ne avrei molte altre). Un saluto Dedo

    cancella commento cancella commento e blacklista dedo
  • 15 febbraio 2011, 17:50 di yume

    Grazie dedo, hai raccontato una storia bellissima, dovresti raccontarcene altre, pensare a quei pastori riuniti la sera a leggere, a imparare a memoria, scenari di tempi omerici, oltre i millenni, mi fa venire la pelle d'oca!

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  • 16 febbraio 2011, 13:37 di kikisan

    Non è la prima volta che sento parlare bene di questo autore;personalmente ho visto solo Lettere dal Sahara:opera encomiabile ma a mio parere un po'didascalica.Purtroppo Raimovie col digitale terrestre a Genova non si vede,quindi questo film me lo sono perso...Reminiscenze infantili mi riportano molto confusamente al televisivo Diario di un maestro degli anni 70.Ciao.

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  • 20 dicembre 2011, 17:31 di ed wood

    paradossale ma significativo come una civiltà così povera ed arcaica si riunisca per leggere le opere di Tasso! mi fa venire alla mente l'altro grande capolavoro italiano di ambientazione sarda, "Padre Padrone", che ha proprio nell'alfabetizzazione e, in generale, nella cultura come strumento di consapevolezza e liberazione il suo tema cardine...ciao! :-)

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  • 20 dicembre 2011, 18:33 di yume

    Certo ed wood, sembra paradossale infatti, ma è proprio di una civiltà arcaica (e certamente anche povera) restare legati a forme di oralità (l'ascolto della lettura fatta da chi sa leggere, l'aedo che recita i suoi canti nell'agorà in tempi molto remoti) che, mentre arricchiscono l'immaginario di storie e miti adempiendo ad una funzione ludica necessaria, creano un canone di valori in cui riconoscersi e un'identità sociale condivisa. Non so quanto sia rimasto di queste realtà, da qualche decennio si sta facendo terra bruciata di questi mondi e per questo l'opera di artisti come De Seta è tanto più meritevole e andrebbe conosciuta molto più di quanto accade. Grazie e ciao

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