Opinione di will kane su Crimini e misfatti
Con Martin Landau, Woody Allen, Mia Farrow, Anjelica Huston
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Se volevate un esempio del pessimismo radicale di Woody Allen, che fa da controcampo a quell'ottimismo insopprimibile che chiude "Manhattan"(ma si tratta, in quel caso, anche di un dialogo con il proprio Io,e la spinta a mettersi tuttavia in discussione e in gioco) ecco "Crimini e misfatti", che agli Oscar '90 ebbe un buon numero di candidature. Il tema è l'assenza di coscienza, il concetto che l'Uomo tenda a comportarsi male perchè confida in un favorevole giro della sorte, o semplicemente perchè in fondo, se la Legge non ti punisce, perchè dover comportarsi correttamente?Se l'oftalmologo Judah(un Martin Landau di forte intensità) inesorabilmente scivola nella tentazione di fare eliminare l'amante scomoda che è fuori dai gangheri perchè si sente illusa da lui, al documentarista Clifford(Allen stesso) in piena crisi coniugale che vede soffiare la donna di cui si sta innamorando dal cognato ricchissimo,ipocrita e vincente.Per i bischeri non c'è Paradiso, si dice dalle mie parti, ma qui siamo di fronte ad una lezione morale di inusitata severità da parte di un artista che, ridendo e scherzando, ci ha dato confidenza per poi porci interrogativi forti su temi essenziali. E "Crimini e misfatti",che contiene alcuni degli aforismi più appuntiti e azzeccati di Allen, non è un'opera che intende essere accattivante:di più, preparava già il terreno per "Match Point" e gli altri titoli alleniani che sconfinano nel nero pece delle anime che tutto si concedono, senza conoscere un minimo riflesso di rimorso vero.
Commenti
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7 giugno 2009, 16:41 di Inside man
L'indimenticabile finale di Manhattan (una splendida citazione rivisitata di quello altrettanto indelebile di Luci della città) a me pare lontano dall'essere "insopprimibilmente ottimista". Piuttosto lo vedo drammaticamente sospeso nel dubbio irrisolvibile sul come gli eventi e le (conseguenti) reazioni condizioneranno il comportamento di se stessi e degli altri, e di quanto sia disperatamente vana (ma umanamente naturale) la volontà di fermare il tempo fissando i desideri di felicità (l'amore) in un'utopica realtà (perpetua ed inattaccabile dall'esterno). Insomma, per me, un the end amleticamente triste, sulla falsariga del modello di Chaplin. Sarebbe un buon tema per una futura tavola rotonda ampliata (un enigma del tipo: Shane alla fine muore o no?). Ciao!
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