Opinione di lorenzodg su Roma ore 11
Con Carla Del Poggio, Lucia Bosé, Delia Scala, Lea Padovani, Maria Grazia Francia
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Sul film
Film documento del '52 dove De Santis immette la sua grande forza registica e l'umanità piena di un'Italia spaventata e speranzosa. Un bianco e nero dove il neorealismo post-bellico si mescola alle vetrine future di un cambiamento desiderato e cercato con glamour annullato e sguardo sincero.
Un mondo poco avezzo alle future battaglie di emancipazione femminile ma con 'dirompente' catarsi di certa società (già) imborghesita dove l'altro (e le altre) contano solo in misura di richiamo e di afflato per convenienza e per gioco nell'offrire (poco) lavoro e commenti (viceversa) saccenti e para-statalizzati.
In una Roma (aperta e disillusa) molte donne (200) rispondono all'annuncio di un giornale per un lavoro da dattilografa. Tutte alla spicciolata si accalcano sulle scale del palazzo per arrivare all'ufficio 'di prova'. Tra varie facce e sconosciute c'è il momento dello scambio di opinioni: tutte vogliono un posto per cambiare vita (problemi di famiglia, prostitute, disoccupazione reale o risorse insufficienti) e sbarcare il lunario (di vicini orizzonti e barlumi serali). Una vita di contraddizioni e di strade perse che (ri)trova in un annuncio (come tanti) la 'solidarietà femminile' più disparata ma anche l'inizio di 'screzi' e 'animosità' inespresse e di un chiaro di luce con un dignitoso lavoro e un apprezzamento dalla vita sociale 'osteggiante' e ' schiacciata da meschinità e scaltrezze (non ancora spaventose e maniacali dell'oggi-moderno).
Tuutte le ragazze in attesa si accalorano, si spingono e la pressione reale e fisica li speventa e il loro spingersi dà una spinta alla ringhiera che di schianto cede e con essa si rompe gran parte della scalinata e la tragedia di donne che cadono (alcune ferite e una perde la vita).
Una scena molto concisa e asciutta: con grande coraggio la cinepresa esce subito dal portone d'ingresso per far vedre l'accorrere di persone vicine e dei soccorsi.
In ospedale le donne si accorgono che hanno bisogno di pagare per curarsi: un'amara scoperta in un mondo per loro sempre più piccolo e irto di muri sempre più alti. Una donna come un'altra simbolo di chiusure culturali e di brutture da-venire: la 'carrellata' dei più 'a-guardare' in piazza e i loro commenti di 'lontananza-sociale' imprime alla pellicola il vero spartiacque e il confine invalicabile tra chi opera per una miseria e chi di molto (con parolaio-borghese) non sa (già) che farne.
E' l'inizio del non ritorno: un'Italia di bisogno con donne in prima fila, si ritrova (già) a chiudersi in se stessa e ad avere paura di vera solidarietà con 'livelli-sociali' in una città 'aperta' di parole e 'baraccata' nei suoi stati-palazzinati.
Naturalmente le donne in ospedale non possono pagare e sono costrette a non curarsi di nulla: la misera torna in una miseria piena di difficoltà.
Si deve dire che le interpretazioni sono profonde e reali (dalla Bosè alla Padovani, dalla Del Poggio alla Scala); da ricordare il grande Raf Vallone (già in "Riso Amaro" e "Non c'è pace tra gli ulivi") che diventa l'alter-ego del regista in film di corraggio e di forza sociale. Un Paolo Stoppa è ancora da citare: come sempre rimane profondissima la sua movenza teatrale e la sua cadenza interpretativa.
La sceneggiatura pone dei nomi di alto rango per il nostro cinema: Zavattini e Sonego (oltre a Puccini, Franchina e lo stesso De Santis). Tale gruppo dà una lezione di scrittura a chi ha la memoria corta e a certo cinema (di oggi) tirato via (senza arte nè parte). Il cinema di De Santis ha quel 'vezzo' di passione e di commozione di una sincerità piena e non 'ammaliante' e 'seduttiva'; poco vicina alla'commedia-rosa' o alla tragedia-fiction (oramai standardizzata).
Un esempio di film civile di grande impatto popolano-are.
Voto 9.
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