Opinione di frankwalker su Da grande
Con Renato Pozzetto, Giulia Boschi, Ottavia Piccolo, Alessandro Haber
- negative [1]
- sufficienti [6]
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Sul film
Dagli esordi nel “Cab 64” e al Derby Club in quel di Milano al fianco di Cochi e compagni al definitivo lancio nella trasmissione “Quelli della domenica”, via via sino alle commedie lungo il ventennio Settanta-Ottanta, il comico di Laveno ne ha fatta di strada. Se poi è vero che molti nostri attori brillanti non si sono lasciati scappare l’occasione al fianco di registi che ne valorizzassero il capitale di talento (da Rascel a Totò, da Franco e Ciccio a Villaggio, da Abatantuono a Calà, a Boldi) tentando di promuoverli al cinema di qualità, a dire il vero con risultati discontinui, anche Renato Pozzetto ha avuto modo di lavorare con autori importanti, in più d’una circostanza. Eppure, la vera e propria occasione del riscatto arriva con questa commedia datata 1987, qualcosa di più del semplice film di cassetta: apologo metaforico sul disagio infantile, “Da grande” viene accolto dalla critica come un esempio divertente e riuscito di fiaba moderna in forma di commedia o di commedia insaporita con i toni e le atmosfere di una fiaba. In effetti, c’è qualche cosa di fiabesco nella vicenda di Marco, un bambino di otto anni che desidera a tal punto diventare grande che, un bel giorno, si ritrova dentro il corpo di un uomo di quarant’anni, ma con il cuore e la mente che sono rimaste quelle di un bambino: ma è proprio in questo contrasto tra il corpo e la mente, fra l’essere e l’apparire, che il film gioca alcune delle sue carte migliori. “Da grande” non sarebbe, però, quell’operina delicata, gentile, spiritosa che è senza la presenza di Pozzetto, qui alle prese con quella che, a tutt’oggi, resta probabilmente la migliore interpretazione di tutta la sua carriera: i suoi impacci, i suoi bronci, le sue goffaggini, il suo candore sono non solo deliziosamente comici, ma ci aiutano anche a scoprire alcune assurdità e insensatezze del mondo degli adulti e, altresì, a riscoprire con leggerezza il bambino che è in noi. Qualche curiosità da segnalare: tra i bambini cui Marco fa da baby sitter c’è una piccolissima Ilary Blasy (accreditata erroneamente come Hilary nei titoli di coda), futura letterina nonché, soprattutto, futura signora Totti; poi, mentre Marco guarda in televisione dei film polizieschi per trovare suggerimenti che lo aiutino a recuperare il denaro di cui hanno bisogno i suoi genitori (sono Ottavia Piccolo e Alessandro Haber, di nuovo insieme due anni dopo nella serie televisiva “Chiara e gli altri”, incentrata su una coppia con tre figli e sull’orlo della separazione), a un certo punto, per un attimo appare sullo schermo anche Susan Sarandon, all’epoca compagna del regista Franco Amurri. Ancora, nella scena in cui Marco-Pozzetto gioca a rubabandiera con alcuni bimbi, uno di questi obietta e piange perché l’adulto-bambino ha fatto una scorrettezza: si tratta del futuro attore e doppiatore Marco Vivio, visto in “Tutta colpa del paradiso” di Francesco Nuti e, più che altro, voce di Tobey Maguire nei tre episodi della saga di “Spider-Man”. Infine, se vedendo il film torna alla mente “Big” di Penny Marshall, interpretato da Tom Hanks e uscito in Italia un anno dopo “Da grande”, non si creda che si tratta del suo remake americano: è solo una strana e bizzarra, ma assolutamente casuale coincidenza di soggetto. Non è la prima volta, del resto: capita, a volte, al cinema che pellicole diverse raccontino assolutamente la stessa storia.
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