Opinione di LorCio su Partner
Con Pierre Clementi, Tina Aumont, Sergio Tofano, Giulio Cesare Castello
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Partner. Compagno, ma anche convivente. Per capire qualcosa (almeno provarci), bisogna partire dal titolo. Partner. Per certi versi, già dal titolo si può intuire la matrice letteraria dell’opera, che si propone come rivisitazione moderna de “Il sosia” di Dostoevskij. Recuperare un testo classico per parlare dell’oggi non è operazione originale, ma non posso liquidare il film di Bertolucci in questi termini. C’è qualcosa (c’è molto) di più, eppure manca di quello stesso qualcosa. Mentre (siamo sempre nell’anno di grazia millenovecentosessantotto) l’Antoine Doinel truffautiano recitava davanti ad uno specchio parigino il nome della sua amata Fabienne Tabard, un altro antieroe, si interroga su sé stesso attraverso lo specchio, e nemmeno gli risponde sempre. Riflettere sul cinema e sul teatro in funzione della vita (la solita carrozzina de “La corazzata Potemkin” che scappa per lo scalone e cade giù inerme) è, a suo modo, un pretesto per nascondere altro. Che, a sua volta, emerge con prepotenza – quasi a voler sottolineare il vero carattere del film. Non è meta teatro, né tantomeno vita recitata: quello di “Partner” è un universo a sé stante, una condizione di quasi limbo nel quale si muovono personaggi sull’orlo del naufragio esistenziale. Vuole rappresentare una generazione nella sua forma più ecumenica, ma, inevitabilmente, si fa portavoce solo di una parte di essa. Difatti, e proprio perché, è un film di contestazione (o di opposizione, fate come volete) sulla contestazione (sull’opposizione? Non ne sarei così sicuro), che si oppone contro tutto ciò che fino a quel momento raffigurava il “vecchio” che non vuole andarsene, a favore di una necessità che cresce a poco a poco per dimostrare la propria validità. Critica al consumismo mediatico (la televisione), al capitalismo che entra nelle case (i detersivi, la lavatrice), al conservatorismo intellettuale, alla falsità dell’illusione. “Buttiamo via le maschere!” urlano furioso. Si legano fazzoletti rossi per coprire occhi che vogliono isolarsi dalla dimensione umana nella quale sono costretti a sguazzare perché succubi della realtà circostante – come gli occhi finti che Tina Aumont si fa dipingere sulle palpebre. E, poi, alla fine, l’epilogo è ineludibilmente legato alla crisi che vive: fallimento esistenziale, impotenza di poter continuare a parlare di qualcosa di diverso, ininfluenza della morte (l’omicidio della Aumont con la lavatrice, ma anche il finale), omologazione, disfattismo. Senza dimenticare lo sbigottimento e la condizione di assoluta precarietà che avvolge sia i personaggi che lo stesso spettatore. Chi è chi dei due? Chi è il vero Giacobbe e chi la sua riproduzione (se di riproduzione si può parlare)? Chi si intende per stampino dell’altro e figura strumentale dell’azione? Per quanto possa risultare esteticamente e concettualmente affascinante, “Partner” è un’opera artisticamente irrisolta, strutturalmente confusa, tecnicamente ineccepibile. Dov’è il difetto? Nel manico, nella sceneggiatura che risponde più al “come” che al “cosa”, che gira a vuoto tra chiacchiere a volte inconcludenti o troppo astruse ed estetizzanti passaggi. Tra belle idee ed impeccabili immagini (il sangue che sgorga sia dal naso di Giacobbe che del suo doppio è una trovata che non si dimentica), si adagia su territori di confine con una debolezza minimalista e fiacca. Non privo di un suo interesse profondo e sincero, è talora insopportabilmente intellettualistico, è un’occasione mancata che provoca talvolta del turbamento e talvolta dell’indifferenza (contraddizione? È il film la vera contraddizione). Non si può tacere, però, sulle pertinenti scenografie di Altan (il nostro più geniale vignettista), e non lascia indifferenti la prova d’attore di un Pierre Clementi sadico ed inquietante, di rimbaudiana memoria, antietico e simmetrico, dalle unghia lunghe e la mente perversa. Finale apertamente chiuso che esprime l’inettitudine della rivoluzione, con la ghigliottina posta lì per giustiziare come durante la Rivoluzione Francese e la finestra aperta, nella quale scompaiono i due partner, che di lì a qualche anno avrebbe visto cadere giù il corpo dell’anarchico Pinelli.
Sulla regia di Bernardo Bertolucci
Esteticamente ineccepibile, formalmente affascinante, ma concettualmente debole. Occasione mancata.
Sull'interpretazione di Giulio Cesare Castello
Piccola partecipazione.
Sull'interpretazione di Sergio Tofano
Il fedele e vegliardo domestico Petrushka, crepuscolare e beffardo.
Sull'interpretazione di Tina Aumont
Conturbante, fà una brutta fine.
Sull'interpretazione di Pierre Clementi
sadico ed inquietante, di rimbaudiana memoria, antietico e simmetrico, dalle unghia lunghe e la mente perversa.
Sulla colonna sonora
Avvolgente.
Cosa cambierei
Voto: 5.
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