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Stigmate - La recensione di FilmTv

[Stigmata, 1999, durata 101']   Regia di Rupert Wainwright
Con Patricia Arquette, Gabriel Byrne, Jonathan Pryce



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La recensione di FilmTv

di Fabrizio Liberti

Buon thriller religioso con belle immagini ma trama confusa

L’anno giubilare è forse il meno indicato per l’uscita di un film che, per i temi che tocca, si può senza dubbio definire blasfemo: al pari di “Il signore del male” di Carpenter, “Stigmate” è uno dei più duri attacchi mai condotti dal cinema contro l’istituzione della Chiesa cattolica. La protagonista di questo thriller religioso è una giovane parrucchiera atea di Pittsburgh, che scopre con terrore e dolore di avere le stigmate, un segno divino di santità riservato a pochi eletti come san Francesco o Padre Pio. I segni della passione del Cristo sul suo corpo sono causati da un antico rosario dono della madre, e attirano l’attenzione di un prete investigatore inviato dal Vaticano; questi appura che la donna è il terminale di un’entità che le detta in aramaico un vangelo già noto e destinato dalla Chiesa all’oblio, perché riscrive completamente la sua storia. Appassionante e coinvolgente, il film di Rupert Wainwright recupera una tensione dello scontro apocalittico tra “sacro” e “demoniaco” che ricorda quella di “L’esorcista” e di “Il presagio”. Il punto debole è nell’ambizione di voler tenere insieme troppi fili fantapolitici e fantareligiosi, che nel finale s’ingarbugliano, togliendo forza ad un’immagine che spesso turba e seduce. 


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