Space Cowboys - La recensione di FilmTv
Con Clint Eastwood, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland, James Garner
La recensione di FilmTv
Quattro eroi dello spazio Old Fashion nella loro ultima impresa. Eastwood dirige con mano sicura e un tocco di affettuosa ironia
Hollywood riscrive il “De Senectute”, pensando ai suoi grandi attori invecchiati, e lo lancia nello spazio. Rottami volanti della Guerra Fredda, ricordi in bianco e nero, rughe, lunghe e profonde come la vita, che tendono verso terra attratte, inevitabilmente, dall’implacabile forza di gravità biologica, passi lenti e resi sbilenchi dal reuma, vista affievolita. La Luna, nonostante le canzoni di Frank Sinatra e le poesie, è lassù. È l’ultima frontiera da conquistare per chi ha ormai intorno ai settanta anni. Verso il West o nel buio maestoso del cielo gli essere umani restano soli con i loro sogni. Frank, Hawk, Jerry e Tank aspettano per quaranta anni il loro battesimo nello spazio e sarà una prima volta da eroi Old Fashion. Ironia, coraggio, insofferenza per le gerarchie e per il potere, capacità di decidere in fretta e di sacrificarsi senza enfasi. La nascita della Nasa, nel 1958, esclude quattro brillanti e scapestrati piloti collaudatori del team Dedalus dai nuovi programmi spaziali. Ma il tempo non è mai perduto. L’appuntamento con il destino (l’avaria di un satellite russo, Ikon, e la necessità di mettere di nuovo insieme una squadra esperta per imbrigliarlo e rimetterlo nella corretta orbita geostazionaria) li trova alle prese con le inezie del presente: una predica in una chiesa battista, la porta di un garage da installare, la verifica di un ottovolante o il volo acrobatico per un giovanotto debole di stomaco. Occhiali neri, giubbotti, stivali, battuta sempre pronta, gli “anzianauti” superano l’addestramento accelerato, finiscono sulle prime pagine dei quotidiani e nei talkshow più seguiti d’America: sono pronti per l’infinito. Clint Eastwood dirige con mano leggera e affettuosa, gioca di sponda con gli altri tre straordinari interpreti, svisa su un solido modello di classicità e di compostezza narrativa. Il racconto, la messa in scena, i personaggi contraddicono i vezzi, le mode e le debolezze del cinema contemporaneo in cui ritmi, colori, slang e riferimenti hanno la concitazione di sistemi nervosi non offesi dal tempo. Il suo è un cinema che non ha bisogno di metabolizzare videogame, o pubblicità. È più interessante e tenero il metabolismo di chi ha vissuto a lungo e non si fa troppe domande sul futuro. La struggente “Fly Me to the Moon” vale almeno cento rap e un “mature movie” può avere la stessa freschezza di un “teen movie”.
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