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Titus - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Emanuela Martini

C’è una vigorosa durezza in questa versione della tragedia di Shakespeare, firmata da una nota regista teatrale. Ottimi scenografia e costumi, sospesi tra passato e presente

Una tragedia giovanile di Shakespeare, molto amata dal pubblico dell’epoca perché clamorosamente “pulp”, sanguinaria e viscerale, pian piano (per le stesse ragioni) caduta in disgrazia nel teatro dei secoli successivi e mai adattata dal cinema: “Tito Andronico” è uno spettacolo di morte e orrore senza fine, che contiene spunti e personaggi che si riaffacceranno nelle grandi tragedie successive. Non solo la struttura narrativa (un padre potente e i suoi molti figli, annientati uno dopo l’altro da un’incauta decisione paterna), che verrà ripresa nel “Re Lear”, ma anche la catena inarrestabile e atroce dei delitti, che rimanda a “Riccardo III”, la cieca ferocia della regina Tamora che assomiglia a quella di Lady Macbeth, i personaggi giovanili travolti e accecati da una faida senza fine, rantolanti tra l’ubbidienza, il dubbio e la vendetta, come quelli di “Amleto”. Julie Taymor, famosa regista teatrale americana, sceglie il “Tito Andronico” per il suo esordio cinematografico, prendendo spunto dal suo adattamento teatrale del ’95 e ricostruendone l’impianto visivo, dove costumi e scenografie riflettono la barbarie attraverso la mescolanza di antico e moderno, di automobili e carri, di nere divise totalitarie e stracci della decadenza imperiale, di esagerazioni punk e stilizzazione orientale. La tragedia dell’ingiustizia, della violenza e della crudeltà diventa senza tempo e certe immagini, che vengono dritte dal teatro, acquistano altrettanta potenza cinematografica: le armate di Tito che ritornano vittoriose, infangate e “meccaniche” come un’armata delle tenebre, Lavinia in mezzo a una landa, discinta e disperata, che innalza ramoscelli secchi al posto delle mani mozzate, il banchetto finale dove Tamora deve ingoiare la terribile vendetta di Tito e che si conclude in una carneficina. Certo, c’è qualche tocco di già visto, qualche ricordo del “Riccardo III” di Loncraine, ma la visione della Taymor si allarga oltre le tavole del palcoscenico e il testo conserva una vigorosa durezza.


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