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Opinione di Snaporaz68 su Salò o le 120 giornate di Sodoma





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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10/11/2010 voto al film: voto ottimo

Sul film

L'INFERNO SIAMO NOI La rappresentazione del male allo stato puro. Non di un male diabolico, esoterico, proveniente dall'esterno, ingigantito dalle circostanze. No. Questa è la rappresentazione della malignità insita nella natura umana. Gridate pure allo scandalo, abbandonate la sala, bruciate il film e tutte le pellicole esistenti, indicate PierPaolo l'eretico, il sodomita il pervertito. Certo starete bene per un po', scaricando su un facile bersaglio l'orrendo senso di colpa, potrete sentire la vostra anima lavata e linda, vi sentirete al sicuro. Fino a quando qualcuno vi obbligherà a vedere, o meglio farà in modo che non facciate finta di non vedere.
I campi di concetramento nazisti, gli eccidi stalinisti, tutti i morti che si sono affastellati nel corso della storia in nome di guerre sante o non sante? Tutti i cadaveri martoriati pisciati, cagati, torturati a morte? Chi li ha prodotti se non l'uomo? Tutti gli abusi di potere,gli atti di sciacallaggio, le sopraffazioni sessuali, gli atti pedofili, le violenze psicologiche nel recinto di una stanza?
PierPaolo vive sulla sua pelle l'ipocrisia di un mondo che fa finta di non vedere, si inebetisce davanti alla televisione e poi parte in quarta per crociate bigotte. PierPaolo è il bersaglio. Il sodomita scomodo, il filosofo anarchico, il bizzarro sessuale. Con Salo' Pasolini pone la parola Fine a un certo tipo di cinema. Dopo di lui il diluvio.
 
Il libro dal quale è tratto il film è “Le 120 giornate di Sodoma” di De Sade ma naturalmente ogni tentativo di sottolineare parallelismi tra opera scritta e opera filmica è assolutamente pretestuoso.
La sceneggiatura scitta con Citti e Pupi Avati (che farà ritirare il suo nome dal progetto, anche se lo stimolo iniziale per fare il film nasce proprio dal regista emiliano) è rigorosa e maniacale. 4 sezioni (Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda, Girone del Sangue), 4 uomini di potere (il duca, il monsignore, il presidente, il magistrato), 4 meretrici che aizzano verbalmente i 4 signori, 4 mesi a cavallo tra il 1944 e il 1945 (per un totale esatto di 120 giorni 30 +31+31+28), 4 come il numero della morte (4 che portano una bara). Le interpretazioni sul significato di questo film sono molteplici, c’è chi parla di metafora del potere corrotto, c’è chi parla di sessualità bloccata allo stato infantile, c’è chi pone in primo piano l’accento fortemente politico ed eversivo del film. All’uscita della pellicola le reazioni furono abnormi e i dibattiti molto accesi, soprattutto dopo il sequestro per oscenità e le accuse di pedofilia. Quello che risulta evidente è l’intento provocatorio di Pasolini, al di là di ogni accento politico, la necessita di suscitare una reazione soprattutto in una classe intellettuale che si autocompiace del proprio livello culturale. Il regista friulano contesta apertamente questa enorme distanza tra cultura d’elite e cultura popolare, questo abisso da sempre presente nella società italiana e che rimane il grande limite per una ulteriore possibilità di progresso.
E’ terribile pensare come PierPaolo aveva già previsto tutto, la tenicizzazione della società non accompagnata da un parallelo progresso culturale, la stupidità della mercificazione televisiva e l’enorme potere occulto dei mass media, l’involuzione retrograda innescata dal senso di colpa clericale, la censura violenta di ogni forma di pensiero destabilizzante per la società, la contaminazione e povertà nutritiva degli alimenti (gli italiani sono ciò che mangiano ovvero merda). Una bella spallata (e inculata) al doppiogiochismo della nostra elite intellettuale l’aveva data Bernardo Bertolucci con il suo Ultimo Tango.
Pasolini trasforma la sua rabbia spostando il limite ancora più in là e mostrandoci cosa siamo capaci di fare tra una citazione di Kossovsky e una musica di Mozart. Le citazioni dotte sono controbilanciate da barzellette imbecilli e questo è una sottolineatura evidente dell’ampio intervallo di confidenza che le nostre menti pensanti e i nostri grandi filosofi si consentono. Pasolini è emarginato, ostacolato, alienato, censurato non solo dai nemici storici riconosciuti (la destra, il potere clericale) ma anche dall’ala pseudointellettuale e radicalchic della sinistra che guarda con imbarazzo questo suo figlio degenere. Pasolini è obiettivo e onesto soprattutto perché fa autocritica, perché svela le ipocrisie e le contraddizioni delle nostre vite borghesi, perche punta il dito su chi predica bene e razzola male. Pasolini paga sul suo corpo martoriato la solitudine del genio e le premonizioni di una scomoda Cassandra. Ma se si rimane soli, si muore.
 
Ritorniamo alla struttura del film. E cominciamo dall’Antinferno. Il sottotitolo potrebbe essere scene di caccia (umana ) in bassa padana e in effetti vengono rastrellati e sequestrati giovanetti e giovanette della zona di Marzabotto. Questi 4 signoroni fascisti stanno cercando carne giovane e fresca per i loro turpi giochi sadomasochisti e per sperimentare tutte le perversioni in una villa isolata vicino al Lago di Garda, che diventa prigione e luogo infernale. Bellissima la scena nella quale il Duca (un Bonacelli assolutamente orripilante come gli altri tre compari) si accorge di una carie dentaria in una delle giovinette selezionata e la rifiuta in malo modo. Tutto quello che è eccessivo è buono ma si ha la sensazione netta che questi 4 depravati utilizzino il loro elevato livello culturale (continue citazioni soprattutto da Proust e Baudelaire) e il loro potere sociale per organizzare una dittatura che sembra più un regolamento di conti prima della definitiva decadenza (da lì a poco si rovescerà tutto e ci sarà Piazzale Loreto). Nel Girone delle Manie sentiamo un po’ di turpiloquio colto che dovrebbe scatenare i più bassi istinti sessuali. In realtà tutti gli atti sessuali rappresentati (dalla masturbazione alla sodomia) sono prosciugati da ogni connotazione edonistica e rimangono incompiuti e infantili. Vi sono improvvisi scoppi di riso ma non c’è alcuna ombra di gioia e di divertimento, solo crudeltà sadica. Più le vittime soffrono, piangono, si lamentano più i quattro signori infieriscono, raggiungendo il grado desiderato di eccitazione solo infliggendo punizioni e violentando psicologicamente e non i poveri corpi. Terribile dal punto di vista figurativo la scena di questi corpi nudi che a quattro zampe, privati di ogni dignità si affollano sulle scalinate della ville e si umiliano per una razione del pasto.
Il Girone della Merda è quello meno sostenibile dal punto di vista della resistenza dello spettatore e anche se sappiamo che tutti quegli stronzi cucinati in un grande vassoio sono di cioccolato (toblerone per la precisione) il vedere masticare quelle feci è forse la sfida più alta che Pasolini getta in faccia allo spettatore ed è il superamento di un limite che porta la provocazione nella zona nietzschiana al di là del bene e del male, al di là del principio del piacere, nella terra di nessuno dell’irrapresentabile. Non c’ è Dio a salvarci, Dio mio, Dio mio, perché ci hai abbandonato. Chissa quante volte lo avranno pensato gli ospiti dei campi di sterminio nazisti o dei gulag stalinisti. E forse lo avranno pensato gli ostaggi in mano agli iracheni, o i passeggeri del volo 93 United Airlines o le persone negli uffici delle Twin Towers. Chissà se lo avranno pensato tutte le migliaia di migliaia di vittime innocenti di abusi di potere e violazioni del diritto internazionale. Il Girone del Sangue culmina con una serie di efferate torture guardate indirettamente attraverso un binocolo e senza sonoro, con un effetto estraniante da cinema muto. Che contrasto tra i quadri di Balla, Boccioni, Sironi appesi alle pareti e la rappresentazione dell’orrore umano.
 
“Sai ballare?”
“No”
“Proviamo un po’?”
“Come si chiama il tuo ragazzo?”
“Margherita”
 
Il finale enigmatico di Salò è in realtà la chiave di lettura di tutto il film e anche la soluzione di ogni alambicco interpretativo: non c’è niente da capire, il male è banale, semplice, mediocre, si nutre della nostra normalità. Crediamo di sedurre e di impadronirci del segreto del piacere, invece siamo tanto tristi, davvero tristissimi come suggeriscono le note della canzone al’inizio e alla fine del film. Pasolini è triste perché avverte ormai una completa estraneità alla società moderna, un totale scollamento tra pensiero e azione, una perenne contaminazione di ogni cellula con i germi dell’autodistruzione. Volevamo sedurre il male e invece il male ci ha sedotti, come ha fatto Faust con Margherita. Volevamo la vita, ma se ci voltiamo indietro scorgiamo un’ombra lunghissima e scura, come in un quadro di De Chirico. Qualche critico ha voluto vedere nel ballo finale la fine della guerra e la possibilità della redenzione dimenticando che pochi momenti prima i due giovanotti erano stati protagonisti delle più tremende efferatezze (lingue tagliate, occhi cavati via dalle orbite, genitali bruciati, impiccagioni). Dispiace contraddirli ma i due ballano sulle note dell’inferno. Non c’è pausa a tutto questo orrore, non c’è redenzione o purificazione, pentimento o autocoscienza. Qualcuno ha parlato di Arancia Meccanica per cercare un paragone di toni e modi, ma qui l’ironia è scomparsa e la rappresentazione dei corpi viene intensificata rispetto a qualsiasi altro simbolo. Forse questo film è più vicino al potere eversivo e alla forza anarcoide di “Ultimo Tango” o all’atmosfera claustrofobica e volgare della“Grande Abbuffata”. Ma il film fonda un genere a sé stante quello del tentativo di rappresentare l’indicibile e l’impossibile. Capisco com per alcuni il film possa risultare totalmente indigesto e non avvicinabile da nessuna angolazione, che ancora oggi sia capace di fare svuotare rapidamente le sale dopo i primi minuti di proiezione, che crea uno stato di tensione (al di là delle cose sovraesposte e sovrazoommate) indipendente dalle immagini ma generato direttamente dal clima di crudeltà psicologica a tratti intollerabile. Ma l’ eccesso, l’iperbole, l’esagerazione sono necessari artisticamente per scuotere le coscienze, per farci riflettere, prendere in mano le redini delle nostre vite e non fare il solito popolo bue, la solita massa che fa solo massa ed è guidata dai poteri occulti. Il popolo va educato, non lobotomizzato per potere essere meglio sodomizzato. Le responsabilità degli uomini di cultura e di governo sono enormi ed ataviche.
Ma la primavera, purtroppo, tarda ad arrivare.
 
Dopo la trilogia della vita questo trionfo medioevale della morte purtroppo diventa profezia. Il corpo martoriato di Pasolini verrà trovato in un’alba livida di Novembre sul lungomare di Ostia. Il confine è stato varcato PierPaolo, non si torna più indietro. Iniziano i dibattiti sul film e sulla tua morte e per uno scherzo del destino, con i giudizi e con le parole, del tuo corpo viene fatto scempio, della tua dignità di artista e letterato viene fatto un falò indecoroso. Sei torturato, ti fanno bere piscio e ingoiare merda, ti tagliano finalmente la lingua per non farti parlare, ti cavano gli occhi per non farti più guardare, ti bruciano l’uccello perché è troppo sovversivo e si infila in buchi immorali. Si, ti hanno abbandonato tutti, soprattutto quelli che sapevano quello che facevano. Prima che il Gallo canti ti avranno rinnegato settanta volte sette.
E’ l’estate, fredda, dei morti.
 


SI

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