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Placido Rizzotto - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Enrico Magrelli

Scimeca narra con la cadenza del racconto orale, senza cadere nel docudrama, la storia del sindacalista ucciso dalla mafia alla fine degli Anni ’50. Bella regia ottimi attori

Placido Rizzotto osserva, dall’alto, la sua amara Corleone. Scruta quei tetti e quelle strade e guarda più in là verso un futuro che gli sarà negato. Da quell’utopia, da quella lotta contro i mafiosi e contro le regole feudali imposte dai proprietari terrieri, che, per il protagonista, sono un dovere, un’emozione, una volontà in forma di politica. Il segretario della Camera del Lavoro è un eroe tragico (interpretato, con una stupefacente ed emozionante adesione, che sfiora l’identificazione, da Marcello Mazzarella) e va incontro alla morte con la consapevolezza di chi conosce i nomi di tutti i morti e di tutti i carnefici. Sparirà la sera del 10 marzo 1948 e il suo corpo non sarà più trovato. Pasquale Scimeca (autore di ”Il giorno di San Sebastiano“ e ”Briganti di Zabut”) dedica a questo morto senza tomba un film molto bello che sottrae la cronaca e i personaggi al realismo, all’inchiesta televisiva e alla tradizione del cinema civile. Mettere in scena un frammento ambiguo della storia costa, spesso, ai cineasti, le semplificazioni del docudrama o del teatrino pedagogico. Al regista non interessano. La cadenza narrativa è quella della favola, del racconto orale, del patrimonio drammaturgico dei cantastorie, di un’esistenza racchiusa in piccoli quadri, di sequenze che non svelano e non spiegano una vita, ma la rappresentano, dei paesaggi brulli e maestosi, degli interni in cui due generazioni (padri e figli, vecchia e nuova mafia) si fronteggiano senza comprendersi, di scene laceranti e di abbandoni poetici. Mettere in scena la Storia significa interrogarla, sottoporla ad un’inchiesta indiziaria, come fa il giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, e non arrendersi, non avere tentennamenti, come farà lo studente universitario, Pio La Torre, che sostituirà Rizzotto alla guida dei contadini. Entrambi, anni dopo, cadranno vittime dello stesso potere che, sul finire degli anni ‘40, passa nelle mani di Luciano Liggio. In una terra magnifica chiamata Sicilia.


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