Opinione di maldoror su Lo zio di Brooklyn
Con Salvatore Gattuso, Pippo Augusta, Salvatore Schiera, Gaspare Marchione, Francesco Arnao, Antonino Bruno, Rosario Carollo, Pietro Rizzo, Natale Lauria, Luigi Cinà, Bruno Di Benedetto, Salvatore Farina, Umberto Fiorulli, Pietro Giordano, Giovanni Gucciardi
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Sul film
Penso sia un po' superfluo rimarcare più di tanto le considerazioni sulla Palermo postatomica come allegoria del mondo contemporaneo o sull'umanità degradata e desolata messa in scena da Ciprì e Maresco, essendo ormai discorsi più che noti soprattutto a chi ha familiarità col loro cinema. Credo sia interessante invece fare qualche considerazione sulla ricerca formale e più prettamente cinematografica messa in atto dai due registi, e ovviamente indissolubilmente legata all'aspetto tematico.
Per Ciprì e Maresco il cinema è morto, e la causa di ciò andrebbe rintracciata nel momento in cui questo avrebbe imboccato la strada della mimesi col reale, la quale avrebbe poi condotto alla logica dell'effetto speciale, del bombardamento e dell'aggressione sensoriale tipica del cinema cosiddetto postmoderno. Per questo motivo la formalizzazione estrema, attraverso l'accentuata bidimensionalità dell'immagine, il rigore geometrico delle inquadrature, la particolare attenzione alle potenzialità fotografiche ed espressive dell'immagine, e ovviamente il bianco e nero espressionista e marcatamente cinematografico, sarebbe il mezzo attraverso cui recuperare un distacco emotivo e soprattutto critico fra spettatore e film, quel distacco che l'immaginario mediatico posticcio, visivamente volgare violentante dal quale siamo avvolti e travolti, ha pressochè totalmente annichilito.
La formalizzazione estrema dell'immagine, le rigorose architetture visive nelle quali vengono rinchiusi scenari desolati e devastati, sarebbe dunque il mezzo per restituire allo spettatore l'essenza della realtà che lo circonda, del mondo in cui si trova immerso e della sua condizione esistenziale, attraverso una brutale presa di coscienza: si tratterebbe insomma di depurare i nostri occhi dall'intossicazione visiva che avrebbe offuscato la nostra percezione della realtà.
Bene, ma di cosa vogliono farci prendere coscienza Ciprì e Maresco, attraverso la loro messinscena distaccata e formalizzata? Dell'essenziale afasia del mondo contemporaneo, del vuoto di senso e del fallimento di una civiltà che non ha più nulla da dire perchè ha terminato il suo ciclo ed è ormai fuori dalla Storia, incapace di rigenerarsi (la mancanza del femminile di cui tanto spesso si è parlato), un'umanità al capolinea che si ritrova sperduta in un limbo atemporale senza più passato nè futuro.
Dunque, la purezza formale non può che essere oggettivazione del vuoto, e il cinema di Ciprì e Maresco rappresenta questo vuoto, questo nulla essenziale, servendosi dello spazio e del tempo quali suoi peculiari mezzi espressivi: la costruzione di una spazialità "pura", fatta di linee, geometrie e architetture rigorose, non rimanda a null'altro che a sè stessa, e non tende ad altro se non ad oggettivarsi in quanto immagine; anche il tempo è utilizzato come forma "pura" e vuota: il mondo di Ciprì e Maresco si trova al di fuori della Storia, pertanto non concepisce neanche più la narrazione di singole storie, ed ecco dunque che il tempo narrativo viene sostituito da una temporalità pura, svincolata dalla narrazione e da qualunque valenza simbolica, da qui la proverbiale staticità dei "quadretti" caratteristica soprattutto dei loro sketch televisivi.
Il loro è insomma un cinema della sterilità e dell'afasia, un cinema nato morto e consapevole di esserlo (era prevedibile dunque che la "vena creativa" dei due si esaurisse dopo soli due film, con la parziale eccezione de Il ritorno di Cagliostro), e che infatti denuncia la propria stessa incapacità di farsi affabulazione attraverso l'impotenza della rappresentazione: gli "attori" che recitano palesemente una parte, ripetendo a pappagallo le battute che addirittura vengono loro suggerite "in diretta" dallo stesso regista, o che rimangono fermi per dei secondi all'inizio delle scene come in attesa di sentire il ciak, tutto ciò sembra rimandare non solo all'incapacità del cinema di inventare qualcosa di nuovo, ma anche a un'umanità che si limita ormai a ripetere stancamente le formule e i codici, imposti dall'esterno, di un mondo al quale non sente più di appartenere, di sovrastrutture che ormai non hanno più ragion d'essere, una volta crollate le quali non restano altro che gli istinti bestiali e un mondo divenuto ormai una spettrale terra di nessuno.
Fra i precursori di Ciprì e Maresco, oltre ai già stracitati Bunuel e Pasolini (soprattutto il primo), potrebbero essere anche annoverate le apocalissi di Ferreri (soprattutto Ciao Maschio) e i deserti di Antonioni, oltre alla periferia industriale e allucinata di Eraserhead (di cui credo di aver individuato pure una citazione in una delle prime inquadrature del film).
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