Fratello, dove sei? - La recensione di FilmTv
Con George Clooney, John Turturro, Tim Blake Nelson, John Goodman, Charles Durning
La recensione di FilmTv
L’”Odissea” secondo i fratelli Coen nell’America della Grande Depressione. Un bizzarro musical, tra ironia e disincanto, dove riaffiora lo spirito del Grande Lebowski
I fratelli Coen on the road, svagati e vaganti, avvolti dal filo rosso di una ballata popolare che si srotola attraverso l’America della Grande Depressione, distratti dagli incontri casuali e dalle inaspettate deviazioni di un poema orale e corale. È come se gli fosse rimasta addosso un po’ della pigrizia e della fantasticheria del loro ultimo protagonista, quel grande Lebowski che, senza spostarsi dalla vasca da bagno o dalla pista del bowling, sognava in musical. E i Coen, senza parere, dopo tanti rigorosi film “centripeti” (“Fargo” apriva e chiudeva su un francobollo da 10 centesimi, “Mister Hula Hoop” sulla quadratura del cerchio, “Crocevia della morte” su una bombetta), fanno un bizzarro musical “centrifugo”, di corsa sulle tracce di un terzetto di evasi dai lavori forzati, alla caccia di un tesoro che è una bufala e intenzionati (almeno uno di loro) a ricongiungersi con la famiglia, il che non impedisce ai tre di deviare, sostare, distrarsi, perder tempo. Cincischiando in giro, l’Ulisse di Omero di anni ne perse venti. L’Ulisse Everett McGill dei Coen si sbriga prima a tornare dalla sua Penny prepotente, manesca, interessata solo a un buon partito; ma riesce ugualmente a incontrare un vecchio cieco che predice il futuro, un venditore di Bibbie grande e grosso con un occhio solo che vuole far fuori lui e i suoi compagni, tre sirene compiacenti e (in una omerica “Americana”) il Klu Klux Klan che pianta croci di fuoco, i battisti che si battezzano, i politici che girano a far comizi elettorali nel paese di Roosevelt. E, visto che tutti si accompagnano col canto, loro tre incidono addirittura un disco. Qualcuno ha detto che “Fratello, dove sei?” è un film minore dei Coen. Ma cosa è minore o maggiore nel loro mondo solo all’apparenza distratto, dove lo sbracato Lebowski finisce per essere più “eroe” del pensoso Barton Fink? Qui c’è un senso della “musica” del paese (almeno, com’era) e delle infinite possibilità “leggendarie” del più tonto common man che è impagabile. E il senso della vita potrebbe davvero girare tutto intorno a un barattolo di brillantina o, forse, intorno a quella risata al cinema con cui i Coen rendono omaggio al grande Preston Sturges e a “I dimenticati”.
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