Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/" title="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
scrivi la tua opinione

Opinione di FABIO1971 su Il Casanova di Federico Fellini





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

Non ancora bookmarkato  
21/08/2011 voto al film: voto ottimo

Sul film

“Procedevo nello sconfinato oceano cartaceo dei Mémoires in quell'arida elencazione di una quantità di fatti ammassati con rigore statistico, da inventariato, pignolesco, meticoloso, stizzoso, nemmeno troppo bugiardo, e il fastidio, l'estraneità, il disgusto, la noia, erano le uniche varianti del mio stato d'animo depresso e sconfortato. È stato questo rifiuto, questa nausea, a suggerire il senso del film”.
[Federico Fellini]

“Mio Dio come siete bella! Quel vostro sorriso così grazioso, pieno di riserbo, è come quello delle figure sulle tombe etrusche, un sorriso ilare e mortuario”.
“Mortuario? Così tu parli a chi ti ha salvato dalla morte?”.
“Ma soltanto per consegnarmi a un'altra dolcissima morte, quella dell'amore. Io sento che voglio annullarmi in voi, mia saggia Minerva”.
“Che uomo strano che sei, Giacomo,non puoi parlare d'amore senza immagini funebri? 'La più dolce delle morti', 'Ti vuoi annullare in amore'... Forse che, più di amare, tu desideri di morire?”
.
[Donald Sutherland e Olimpia Carlisi]

“Amavo, ero amato, stavo bene, avevo molto denaro e lo spendevo, ero felice, e me lo dicevo, ridendo degli sciocchi moralisti che dicono che non c'è vera felicità sulla terra”.
[Giacomo Casanova]


Giacomo Casanova (Donald Sutherland, doppiato nella versione italiana da Gigi Proietti), scrittore, avventuriero, libertino, filosofo, economista, matematico, alchimista, giudicato colpevole dal Tribunale degli Inquisitori di Venezia di “esercizio della magia nera, di possedere libri malvagi condannati dall'Indice, di essere autore di libri eretici e di disprezzo della religione”, viene arrestato e incarcerato ai Piombi. Durante la prigionia torna con la memoria al suo tumultuoso passato: “Come mi appariva lontana la mia vita libera di un tempo, le piacevoli compagnie, gli appuntamenti d'amore”. Il ricordo delle sue prodezze amatorie e delle sue avventure dissolute lo convince ben presto a tentare la fuga: “La mia evasione dai Piombi fu un capolavoro d'intelligenza, di esattezza di calcolo, di intuito, di coraggio: qualità tutte premiate dalla fortuna”. Costretto ad abbandonare Venezia, Casanova ripiega prima a Parigi, dove frequenta il prestigioso e ambito salotto della marchesa D'Urfé (Cicely Browne), tempio dell'arte e della cultura che la nobildonna aveva esteso a maghi, veggenti e sensitivi, e poi nel Ducato di Parma, dove conosce l'affascinante Henriette (Tina Aumont), colei che diventerà “il più grande amore della sua vita”. Quando la dama, però, lo abbandona improvvisamente senza lasciar tracce, Casanova, disperato, medita di uccidersi: “Nel mio sovrumano dolore farneticavo di togliermi la vita, oppure seppellirmi in un chiostro: frate per sempre. Non scelsi né la morte, né il saio quella volta. La morte... Grande amica degli spiriti generosi e sventurati”. Ci andrà più vicino qualche anno dopo a Londra: “Colpevoli di tale malsana tentazione furono la infame Charpillon e la di lei degna figlia”. Su un ponte, preparandosi a gettarsi nelle acque del fiume, riflette, rassegnato e in lacrime, sulle sue ultime disgrazie: “Voi due streghe mi avete mortificato, mi avete derubato, mi avete distrutto! Perchè? Giacomo: forse che la tua stella sta per volgere al tramonto? Hai sopportato vilissime ingiurie, hai conosciuto il più cocente smacco della tua vita, per la prima volta i tuoi sensi non hanno saputo corrispondere al tuo desiderio. Eros ti ha abbandonato e ti sorge davanti la lugubre morte. E allora, se è destino che io debba comparire al cospetto della morte, lo farò da mio pari, vi andrò vestito con i miei migliori panni, con abiti da festa. Presto io sarò pronto per entrare nelle antiche corti degli antichi uomini, nella pace del limbo da loro verrò accolto, conoscerò Orazio, Dante, converserò con Petrarca, con Ariosto e con te, Torquato Tasso, mio tenero amico, i cui versi mi tornano alla mente in questo momento supremo”. E, declamandoli a gran voce, si immerge nel fiume: “O morte, o posa in ogni stato umano, secca pianta son io, che fronda ai venti più non dispiega, eppur mi irriga invano. Deh, vien morte soave, ai miei lamenti, vieni pietosa e con pietosa mano copri questi occhi e queste membra algenti”. La vista di Angelina (Sandra Elaine Allen), una donna gigantesca, lo convince a desistere dai propri propositi di suicidio: incuriosito, la segue e si imbatte in una compagnia di saltimbanchi, oscura corte dei miracoli popolata da meraviglie e mostruosità circensi ed eccentricamente assortite, mangiatori di fuoco, teatranti spiantati, acrobati deformi e arditi danzatori, balene di cartapesta dal ventre caldo e pronto per essere visitato (“Guardate la sua bocca, vi invita a entrare: avete paura? Chi non entra nel ventre della balena, non troverà mai il suo tesoro: così dice l'antico libro della saggezza”) e lanterne magiche. Da Londra Casanova si sposta a Roma (“Che giorno indimenticabile! Che emozione quel mattino a Roma quando il Santo Padre mi lasciò baciare tante, tante volte la sua amorevole mano”), invitato nel palazzo patrizio dell'ambasciatore inglese Lord Talou (John Karlsen), dove durante uno sfrenato e lascivo baccanale (“È umiliante dover ammettere che la città dove risiede il Santo Padre è ancora rimasta ai tempi di Trimalcione”) viene sfidato dal principe Del Brando (Hans Van Den Hoek) a misurarsi con l'aitante cocchiere Righetto (Mario Gagliardo: Fellini l'avrà scelto per il cognome?) in una gara di resistenza in prodezze amatorie (“Un grande poeta contro il bifolco zozzone”). Dopo l'ennesimo “trionfo” (“E chi te fa annà più via de qua? Roma è tua!”), Casanova prosegue i suoi viaggi: arriva in Svizzera, a Berna, ospite del dottor Moebius (Mario Cencelli), “entomologo di grande fama”, dove si lascia stregare da Isabella (Olimpia Carlisi), una delle due figlie dello scienziato. Decidono di partire insieme per Dresda e si danno appuntamento in una locanda: Isabella, però, non si presenta e Casanova, inizialmente deciso ad attenderla, si aggrega a una compagnia di cantanti d'opera finendo “coinvolto” in un'orgia notturna nelle stanze della locanda. Accorre anche in teatro a Dresda per assistere alla loro esibizione nell'Orfeo e Euridice e poi, dopo la rappresentazione, incontra sua madre (Mary Marquet), residente da anni in Sassonia. Poi riprende il largo: “Fui in Olanda, in Belgio, in Spagna. Ad Oslo mi ammalai gravemente, raggiunsi infine Württemberg, che in quel tempo era la corte più brillante d'Europa”. Lì, sempre più vecchio, tenta inutilmente di farsi nominare ambasciatore in Sassonia dal duca per potersi riavvicinare alla residenza di sua madre. Nella folle corte tedesca scopre anche una bambola meccanica riproducente con inquietante somiglianza una donna a grandezza naturale: “Incantevole! Avevo sentito dire che a Norimberga un generale si era fatto costruire un giocatore di scacchi meccanico, ma questa supera ogni immaginazione. Guardate, è perfetta! Si potrebbe giurare che è di vera carne, il suo colorito ingannerebbe chiunque”. Sarà l'ennesima, sospirata conquista: “Quale pazzo inventore fu vostro padre? Pazzo di certo, ma poeta, perchè vi fece così bella. Vi ha posseduto, l'incestuoso? Mi ecciti con il tuo segreto silenzio. Giacerai con me? Porgerai il tuo delicato meccanismo alla mia voluttà? Sì? Ah, sì? Sei bella, sai? Non rifiutarti, qual è il tuo nome? Ah, Rosalba! No, Rosalba: amore ti chiami. Amore! Amore! È questo il tuo nome, lo sai? Io ti cerco da sempre. Bella! Bambina!”. Il tramonto di ogni ardore e la decadenza lo raggiungono definitivamente in Boemia (“L'inverno è molto lungo in Boemia. Già da parecchi anni vivo a Dux, nel castello di Waldenstein. Sono bibliotecario del signor conte: un incarico importante, che si addice alla mia indole di studioso, di uomo di lettere”), ormai deriso e vilipeso dalla stessa servitù del conte che lo ospita. Domanda vanamente giustizia alla contessa per le ingiurie ricevute dal maggiordomo Faulkircher (Reggie Nalder), ma nessuno lo prende più sul serio. Sogna di tornare a Venezia: la città è rimasta ad aspettarlo insieme ai fantasmi delle sue donne. Compresa Rosalba, la bambola, che lo attende per un'ultima danza sulle acque ghiacciate del Canal Grande.

Il progetto del Casanova nasce nel 1973 su proposta di Dino De Laurentiis: Fellini, interessato all'idea, rifiuta però di acconsentire alle pretese del produttore, che intendeva, inutilmente, di imporgli come protagonista un divo americano (Robert Redford o Dustin Hoffman). Poi si rivolge alla Cineriz, ma il budget necessario è troppo elevato e la compagnia di Andrea Rizzoli passa la mano. Interviene, allora, nel 1975 Alberto Grimaldi, che raggiunge il compromesso decisivo con il regista: riprese rigorosamente in inglese, per lanciare la prevendita del film nei mercati internazionali anche grazie alla scelta di un protagonista come Donald Sutherland (gradito a Fellini), e interamente girate a Cinecittà in modo da limitare il più possibile le spese.

La lavorazione sarà comunque assai travagliata, segnata da frequenti dissidi tra Fellini e Grimaldi e, addirittura, dal furto di alcuni rulli della pellicola (il bersaglio dei ladri era, però, il Salò di Pasolini), costringendo il regista a girare nuovamente parte delle sequenze iniziali del Carnevale di Venezia e di quella londinese con la gigantesca Angelina. Inoltre, Fellini non è minimamente esaltato dal suo personaggio, le sue monumentali Mémoires (redatte tra il 1791 e il 1798) lo annoiano, ma porta ugualmente avanti il proprio progetto. E lo trasforma: la sceneggiatura, firmata dal regista insieme a Bernardino Zapponi, si colora, con il procedere della lavorazione, di nuove sfumature, discostandosi spesso dal testo ispiratore (nei titoli di testa apparirà, infatti, la specifica del “liberamente ispirato a Storia della mia vita di Giacomo Casanova” anziché del “tratto da”) in un'esaltante commistione di invenzione e fedele rilettura, mentre il film finisce con il diventare non un semplice Casanova ma, appunto, Il Casanova di Federico Fellini.

Tra malìe figurative e genialità, incisività di scrittura e sguardo lucidissimo, il regista riminese licenzia uno dei suoi ultimi capolavori assoluti, un'opera visivamente sempre affascinante (valgano per tutte la sequenza della fuga di Casanova dai Piombi e quella, meravigliosa, nel teatro di Dresda, con gli inservienti che spengono le candele dei lampadari calati dal soffitto) e continuamente scossa da fremiti, rantoli, palpitazioni, schegge di follia, tra minacciosi presagi, assurdità e bizzarrie, caricature allegoriche e insondabili misteri, una wunderkammer sepolcrale in cui immergere l'eterno dualismo tra Amore e Morte e ammirarne senza compiacimento la lenta e inesorabile estinzione. Il Settecento di Giacomo Casanova diviene, così, cornice oscura e percorsa da umori mefitici, assai distante, quindi, dal cosiddetto “secolo dei lumi”, le diatribe storico-filosofiche che ne scandirono l'evoluzione (“La forza bruta contro l'intelligenza, il buon selvaggio, esaltato da quel noioso di Rousseau, contro il gentiluomo con stile e cultura”) vengono osservate e rappresentate con occhio “moderno” (tutt'altro che casuale, in questo senso, la scelta di Fellini di adattare tra le pieghe del racconto il testo di alcune poesie e canzoni contemporanee: da quelle in dialetto veneto di Andrea Zanzotto nell'incipit durante il Carnevale di Venezia a La grande Mouna di Tonino Guerra, recitata nella splendida sequenza londinese con la balena, da La mantide religiosa di Antonio Amurri a Il cacciatore di Wuttemberg di Karl A. Walken) nel momento del tramonto, con la teatralità della finzione scenografica (il mare in tempesta, ad esempio, ricreato con i sacchi per l'immondizia) a sottolineare il distacco dalla cornice storica e ambientale per esaltare la potenza evocativa dell'astrazione simbolica, mentre il Grottesco diviene estremizzazione poetica con cui enfatizzare ulteriormente le artificiosità della messinscena e innervare con guizzi surreali la virulenza corrosiva dell'approccio allegorico-satirico. E per quanto Casanova possa intonare le sue accorate liriche alla purezza dell'Amore (“Trascendiamo il piacere della carne, prodighiamoci per fondere le nostre anime in unione profonda e perfetta. L'amore è sorgente e radice di vita, l'amore genera impulsi e passioni, sia cattive che buone, l'amore genera la fiamma eterna, sia divina che umana, l'amore genera dei e demoni”), i suoi amplessi restano atletiche e surreali baraonde di lascivia stilizzata, pantomime buffonesche con cui cristallizzare coreograficamente la meccanicità dell'atto sessuale e l'eccentricità delle perversioni.

L'evidenza dei fondali dipinti, i carillon, la bambola meccanica, la lanterna magica (il cinema, ovvero “la morte al lavoro”: ancora funeree suggestioni), la reiterazione spasmodica dei gesti, ormai privati di ogni umanità e orientati esclusivamente alla riproduzione “automatica” dell'atto in sé, si mostrano, poi, come simbolica e compiuta espressione della finzione, sia storica che artistica, sublimando l'evidenza della falsità in una visione depurata da qualsiasi eroica mitizzazione per coglierne, perciò, l'essenza più intima e vitale. E Casanova diviene di volta in volta maschera, burattino, specchio, attore, regista, senza per questo mai cessare di essere personaggio vero, reale, pulsante di vita e malato di morte.

Cast magnifico: da Donald Sutherland, in una delle interpretazioni fondamentali della carriera, a una meravigliosa Tina Aumont, da Daniel Emilfork nei panni del gobbo Du Bois (“gentiluomo eccentrico, dagli incerti confini amorosi, come incerti erano i confini del Ducato di Parma, diviso tra spagnoli e francesi”) alle irresistibili Carmen Scarpitta e la futura regista Diane Kurys (le irriverenti Madame Charpillon e “la di lei degna figlia”), da Olimpia Carlisi nei panni di Isabella a Reggie Nalder in quelli dell'infido Faulkircher, fino alla comparsata del giovane Renato Zero (già con Fellini nel Satyricon) tra i cantanti dell'opera. Ma, come consuetudine nel cinema di Fellini, a lasciare sbalorditi è il fascino e la cura maniacale del décor scenografico alla base delle strabilianti invenzioni visive del film: dalla magnifica fotografia di Giuseppe Rotunno allo sfarzo delle scene, ideate dallo stesso regista e realizzate da Danilo Donati, a cui si devono anche i costumi del film (premiati con l'Oscar), dal make-up di Donald Sutherland, opera di Giannetto “Zombi 2” De Rossi, fino alle coreografie delle danze, curate da Gino Landi, e ai disegni della lanterna magica, firmati da Roland Topor. E, infine, la straordinaria colonna sonora di Nino Rota (composta senza aver neanche visionato i giornalieri), quasi un film nel film per le infinite suggestioni evocate dai suoi favolosi movimenti.

Un'opera lugubre e cadaverica, magicamente sospesa tra follia, genialità e malinconici lampi di poesia. E un capolavoro.


SI

Commenti

  • 21 agosto 2011, 19:22 di sasso67

    Complimenti, questo commento merita quanto meno di volare dritto sulle pagine di Cinerepublic.

    cancella commento cancella commento e blacklista sasso67
  • 22 agosto 2011, 09:40 di FABIO1971

    Grazie a te!! E' un film meravigliosamente affascinante, una di quelle rarissime opere che a ogni visione svela qualche nuovo, sorprendente dettaglio.. Probabilmente non è, tra i film di Fellini, uno dei titoli più immediati e facilmente recepibili, ma secondo me vale assolutamente tutto il tempo che gli si è dedicato.. Ciao!

    cancella commento
  • 22 agosto 2011, 16:59 di steno79

    Questa opinione meriterebbe di essere stampata come un saggio da includere nel DVD del film, complimenti Fabio!!!

    cancella commento cancella commento e blacklista steno79
  • 22 agosto 2011, 20:30 di FABIO1971

    Grazie, Stefano!!! Un film sorprendente, soprattutto se confrontato con il precedente e più celebre "Amarcord".. Ciao!!

    cancella commento
  • 22 agosto 2011, 21:07 di Auguste

    Opinione-capolavoro su uno dei capolavori di Fellini. Personalmente è il mio preferito.

    cancella commento cancella commento e blacklista Auguste
  • 22 agosto 2011, 21:38 di FABIO1971

    Grazie, Auguste! Anche per me è uno dei suoi capolavori: soprattutto, e questo è l'aspetto più inquietante, è un film di una modernità sconcertante.. Ciao!

    cancella commento
  • 22 agosto 2011, 21:41 di Snaporaz68

    Stupenda visione e revisione. Chapeau!

    cancella commento cancella commento e blacklista Snaporaz68
  • 22 agosto 2011, 21:54 di FABIO1971

    Grazie, Snaporaz, sono contento dell'apprezzamento di un felliniano appassionato come te.. Ciao!

    cancella commento
  • 23 agosto 2011, 00:19 di Auguste

    Anche se è un parere personalissimo, questo e Toby Dammit sono i film di Fellini che preferisco(8 1/2 invece è il suo capolavoro). So benissimo che nel caso di Toby Dammit(che ho visto ben tre volte)si parla di un'opera minore, però il mio è un po' un amore "irrazionale. Il casanova e TD sono accomunati dalle atmosfere inquietanti, meno sognanti, un po' insolite, trattandosi di Fellini. Più che dei sogni sono degli incubi, anche se a mio avviso con il Casanova Fellini ha raggiunto uno degli apici della sua poetica e non fatico a considerarlo uno dei suoi capolavori.

    cancella commento cancella commento e blacklista Auguste
  • 23 agosto 2011, 09:04 di FABIO1971

    @ Auguste: oltre ai titoli citati, su cui concordo, aggiungerei tra i suoi vertici assoluti anche "La strada", "La dolce vita" e, se dovessi scegliere un suo unico film degli anni Ottanta (decennio notoriamente "minore" nell'ambito della sua produzione cinematografica), un film per me splendido come "E la nave va".. Ciao!!

    cancella commento
  • 23 agosto 2011, 09:45 di Auguste

    Fellini lo conosco solo in parte, infatti mi mancano alcuni dei suoi lavori più importanti come "Le notti di Cabiria", "Satyricon" e anche lavori "minori"(ma altrettanto interessanti, a quanto sembra) come "E la nave va", "Giulietta degli spiriti" e "Intervista". Un film a mio avviso molto sottovalutato è "La voce della luna", un piccolo gioiello secondo me, anche se poi credo che l'apice di Fellini sia costituito appunto da "La dolce vita", "8 1/2"(come disse Peppe Comune " IL film") e probabilmente "Amarcord" e "Il Casanova" ad ex-aequo. A livello di preferenze invece ci metto forse "Il Casanova" un gradino sopra "8 1/2" e il sottovalutato "Toby Dammit", che certo non rappresenta uno dei capolavori del regista, ma resta un esperimento davvero interessante! Ottimi anche "La strada" e "I vitelloni", di quelli che ho visto!

    cancella commento cancella commento e blacklista Auguste
  • 23 agosto 2011, 10:01 di FABIO1971

    A me, invece, mancano ancora "Luci del varietà" e "I clowns", anche se devo ammettere che di alcuni film, visti troppo tempo fa, non ho molti ricordi nitidi ("Intervista" e "Satyricon" su tutti).. Ciao!

    cancella commento
  • 23 agosto 2011, 10:30 di Marcello del Campo

    Quando il film uscì nelle sale con l'ombra recente di "Barry Lyndon" che rischiò di annebbiare il capolavoro felliniano, si discusse a lungo quale "Settecento" preferire tra i due 'monstre'. La critica, sempre severa con l'italiano immaginifico, gli preferì il razionalista artefice della perfezione Kubrick. Le due opere sono il recto e l'exergo della grande cinematografia di tutti i tempi. Amo entrambi i film, li ho visti più volte, anche decine di volte alcune scene. In "Barry Lyndon" tutto è perfetto, suscita adesione e ammirazione. Di Fellini amo anche le 'sbavature', qualche esercizio di 'volgarità' gli è congeniale, è un artista che 'ha visto' più di quanto Kubrick 'abbia letto'. Il 'grottesco' di Kubrick avverso le imperfezioni fisiche è tenuto sotto il rigido controllo della 'ratio' illuministica [Barry che incede con la stampella], Fellini lo irrora con robuste incursioni 'freak' [la scopata di Casanova con la donna gibbosa]. Ma se Kubrick mantiene il controllo sull'opera per fare un capolavoro, poggiando tutto il plot all'insegna della perfezione assoluta, da Fellini ti aspetti, dopo una scena che ti ha infastidito [la gara erotica con le fllessioni, per esempio, - una scena da buttare o tagliare], qualcosa che ti abbaglia, ti stordisce, ti fa dire 'quest'uomo è un genio!', perché da un regista 'provinciale' [come ebbe a definirlo Orson Welles], puoi, come per miracolo, in realtà, per acuminata leggiadria dell'immaginazione, vedere finalmente traferita sullo schermo, in una scenda che fa venire i brividi, l'onda della grande letteratura: la bambola-meccanica-Olympia che il dott. Coppelius costruisce [nel racconto di E.T.A. Hoffmann, "Der Sandman"] per portare alla pazzia Nathaniel. In questo inserto 'letterario', Fellini approda al barocco mortuario che raggiungerà l'apice nella scena dei cardinali in 'esposizione' in "Roma", uno dei film più sottovalutati e 'meno studiati' della storia del cinema, un'opera di raccordo tra classicità e avanguardia, da Fellini stesso a Kenneth Anger. @FABIO1071, grazie di tutto.

    cancella commento cancella commento e blacklista Marcello del Campo
  • 23 agosto 2011, 10:53 di FABIO1971

    Grazie a te, Lorenzo, per la tua preziosa incursione: aggiungo un terzo titolo, nato in quello stesso periodo e ispirato e governato da un testo settecentesco (anche poi se poi riletto in un'ambientazione moderna e orientato verso ulteriori e ancora differenti, direzioni), ovvero il "Salò" di Pasolini. Nonostante le distanze reciproche tra le tre opere, restano ognuna profondamente radicata in quel ben preciso contesto storico, politico e culturale che al tramonto degli anni Settanta partì dal "Secolo dei Lumi" per volgersi al buio del presente.. Ciao!!

    cancella commento
  • 23 agosto 2011, 12:48 di Auguste

    Interessantissimo il commento di Lorenzo! Anche "Roma" mi manca... Tutti e tre sono indubbiamente capolavori. Certamente dei tre "Barry Lyndon" è quello che ha ricevuto maggiore considerazione nel corso degli anni, mentre "Il Casanova" è stato perfino un po' bistrattato da alcuni, incapaci forse di rendersi conto della portata di questo capolavoro immenso. Lo stile de "Il Casanova di Federico Fellini" è senz'altro agli antipodi di quello freddo e rigoroso di Fellini, all'insegna del realismo totale(a partire dalle illuminazioni). Ciò che mi ha colpito del film di Fellini e che, da un punto di vista strettamente personale, me l'ha fatto preferire al capolavoro di Kubrick è proprio questa esibita artificialità, questa estetica del falso che poi lo accomuna in un certo senso anche al geniale Welles che Lorenzo citava. Si tratta di mostrare, di esibire l'artificio, infrangendo in questo modo l'illusione filmica. Il metodo adottato da Fellini nel Casanova senz'altro spicca proprio per questo - eccessivo? - gusto del barocco(visto che si parlava anche di Ruiz ultimamente, autore barocco in tutto e per tutto)che sicuramente lo oppone ad un maniaco della perfezione come Kubrick! Quivi le onde del mare che divengono vistosi teloni, il trucco pesante che copre il volto di un Casanova, emblema e specchio della società del suo tempo, estetizzante ed appariscente, ma in ultima analisi vacua, inconsistente, nichilistica nella propria assenza di valori. Allo stesso modo in cui l'elegante facciata delle corti che il protagonista si troverà ad abitare cela indifferenza ed assenza di valori, così i modi raffinati del Casanova celano la sua incapacità di amare realmente e il suo stesso erotismo si rivela in tutta la sua bruttura di atto "meccanico", vuoto, un esercizio fisico fine a se stesso e "goffo". Non è dunque un caso che l'Ideale di donna che l'edipico Casanova aveva sempre inseguito e che riuscirà solo a raggiungere sognando ad occhi aperti, prima di morire, sia per l'appunto una bambola meccanica, un automa come lui al quale potersi finalmente ricongiungere.

    cancella commento cancella commento e blacklista Auguste
  • 23 agosto 2011, 13:30 di steno79

    Complimenti a tutti per la discussione interessantissima e i contributi critici di prim'ordine! Per quanto riguarda le preferenze su Fellini, oltre ai due capolavori assoluti La dolce vita e Otto e mezzo, personalmente piazzerei in un ideale podio Le notti di Cabiria, che mi sembra il culmine della prima fase "realistica" di Fellini e uno dei suoi film più coinvolgenti ed emozionanti, provvisto di una straordinaria carica di umanità, che non sempre si ritroverà nelle opere del periodo visionario (anche Amarcord, per quanto geniale, mi sembra un film decisamente più "artificiale" e costruito rispetto al tragico realismo di Cabiria). Sul Casanova, condivido i tanti pregi splendidamente segnalati da Fabio, soprattutto nell'ordine figurativo dove tocca punte di assoluto genio, ma a livello di narrazione non sempre mi ha convinto, poichè mi è sembrato che l'accumulo di episodi creasse una certa saturazione soprattutto nella seconda parte, dove l'episodio della gara erotica con le flessioni, segnalato in negativo anche da Marcello Del Campo, risulta piuttosto di cattivo gusto e vi si ritrova un inutile sfoggio di folclore e pittoresco, felliniano in senso deteriore. @Fabio, grazie anche da parte mia

    cancella commento cancella commento e blacklista steno79
  • 23 agosto 2011, 16:07 di FABIO1971

    @ Auguste e steno79: grazie a voi per i complimenti e per i vostri interventi, difficile aggiungere altro senza necessariamente ripetersi.. Forse, il ricordo, che nell'opinione ho colpevolmente omesso, della straordinaria sequenza finale del film: quando, mentre Casanova sogna di danzare sul Canal Grande ghiacciato con la sua amata bambola Rosalba, la macchina da presa si sofferma sul dettaglio degli occhi ormai vecchi, spenti, grinzosi, assolutamente inquietanti, di Casanova, immagine raggelante, di straordinaria potenza espressiva, ultimo, ennesimo colpo di coda del film.. Ciao!!

    cancella commento
  • 23 agosto 2011, 23:35 di ed wood

    Mi accodo ai complimenti a Fabio per questa splendida analisi di un film che purtroppo non mi ha mai convinto (come altre opere di Fellini da Satyricon in poi), proprio per la sue ripetitività, per il suo accumulo indefesso di episodi erotico-grotteschi, indubbiamente carichi di una certa poesia decadente, ma incapaci (a mio parere) di "farsi cinema": nel Casanova di Fellini, vedo stupende scenografie (stupende perchè artificiali), trucchi e costumi pittoreschi, un Sutherland fuoriclasse, ma manca il cinema...ossia quel dinamismo dell'immagine, della messinscena, trasposizione estetica del movimento del desiderio, ciò che lo stesso Fellini, in altre opere, ha saputo "mettere in moto" con tanta grazia...Bellissimo scambio di opinioni qua sopra, chapeau!

    cancella commento cancella commento e blacklista ed wood
  • 24 agosto 2011, 08:27 di FABIO1971

    @ ed wood: grazie a te!! In effetti "Il Casanova", nonostante le apparenze, non è un film di così immediata lettura.. I motivi che a te l'hanno reso più indigesto (l'accumulo, ecc...), ad esempio, sono gli stessi che a me, invece, l'hanno fatto apprezzare più di molti titoli indubbiamente più celebrati di Fellini.. Ciao!!

    cancella commento
  • 26 agosto 2011, 12:31 di Inside man

    Mi schiero senza riserve con Ed Wood, anch'io non l'ho mai apprezzato grandemente (nonostante non manchino di certo pregi e momenti di straordinaria pregnanza, vedi ad esempio la scena del dialogo con la madre a teatro). Dalla sottostimazione dell'epoca temo si stia addivenendo ad una rivalutazione un "tantino" esagerata, e non aiuta a mio modestissimo avviso il paragone con l'immensità di quasi tutta la precedente opera felliniana, Amarcord compreso (e concordo con Marcello sul notevole valore "non percepito" di Roma, film che senza dubbio preferisco al Casanova). Comunque sia, ce ne fossero di recensioni e scambi di questo livello... un saluto a tutti!

    cancella commento cancella commento e blacklista Inside man
  • 28 agosto 2011, 23:09 di bradipo68

    la recensione di Fabio è come al solito 5 stelle extralusso...anche se sul film e in genere su Fellini non la vediamo alla stessa maniera....Ma non è un problema è un piacere leggerti e leggere tutti gli altri illustri interventi...

    cancella commento cancella commento e blacklista bradipo68
  • 29 agosto 2011, 16:56 di FABIO1971

    @ Inside man e bradipo68: grazie a voi!! Apprezzamento, tra l'altro, graditissimo perchè oltre tutto nasce da diverse valutazioni sull'autore e sul film.. Ciao!!

    cancella commento
  • 4 settembre 2011, 09:26 di lorenzodg

    La disamina sul periodo (storico) del film di Fellini (e di altri pochi) merita un grande apprezzamento da parte mia: un'opera che ha sempre suscitato letture diverse ma il Sutherland che troviamo è da studiare a sua volta (una 'full immersion incredibile...pare un Casanova vissuto e parente di lungo corso). Uno dei pochi attori che valorizza un film anche quando fa una semplice comparsata...figurarsi nelle altre pellicole. Dovrò assolutamente rivederlo: ammetto qualche...Fellini non mi è commestibile facilmente (più di uno) ma il riminese è unico nel suo 'gennere': appunto è felliniano! Ritornanto al tuo commento è di grande valore 'artistico'. Complimenti! ps: hai acquistato il dvd recentemente? Quale edizione? O è stato trasmesso recentemente? mi è sfuggito... A presto! Ciao!

    cancella commento cancella commento e blacklista lorenzodg
  • 5 settembre 2011, 21:42 di FABIO1971

    Grazie, Lorenzo, per il tuo apprezzamento: condivido anche il tuo entusiasmo per la prestazione straordinaria di Donald Sutherland, qui in uno dei vertici assoluti della carriera.. Ho visto il film in dvd: l'edizione, acquistata un po' di tempo fa, forse quasi due anni (ricordo solo che faceva parte di un'offerta speciale contenente anche "Tre passi nel delirio" e "Ginger e Fred") è della CDE e la collana è "I capolavori di Fellini".. Ciao!!

    cancella commento

Lascia un commento

Per poter commentare occorre essere iscritti. Se non sei iscritto registrati, atrimenti fai login nel box in alto a destra



box office

dal 14/5 al 20/5

Prime al cinema

uscite del

Proseguimento prime

uscite del


login

hai dimenticato la password?