“DOPO LE PROVE MI TRATTENGO VOLENTIERI SUL PALCOSCENICO.” osserva Henrik Vogler. “MI SERVE PER RIFLETTERE IN PACE E CON CALMA SUL LAVORO DELLA GIORNATA. E’ NELL’ORA DEL CREPUSCOLO CHE PIOMBA IL SILENZIO SUL GRANDE TEATRO. SE NE SONO ANDATI TUTTI E L’HANNO ABBANDONATO. FORSE MI SONO SOLO ASSOPITO MA NON NE SONO SICURO. SE MI GUARDO ATTORNO STENTO A RITROVARMI. QUALCHE COSA È CAMBIATA IN MODO MISTERIOSO E IMPALPABILE.”
Si, Henrik Vogler si è assopito dopo le prove, approfittando del silenzio della scena e prendendo temporaneamente congedo da una realtà in cui i morti non sono più tali ed i vivi appaiono come tanti spettri, fondando la sua sicurezza (o la sua debolezza) su un assioma per cui “questa vita è l’unica possibile ed il prima e soprattutto il dopo non esistono che nella fantasia”.
Ma Bergman stavolta si compiace di tendere una trappola agli spettatori, insinuando nelle loro menti il germe del dubbio, spargendo a piene mani briciole di ambiguità e strutturando in un doppio livello sogno/realtà la propria personale dimensione spazio-temporale, senza stabilire confini ben precisi ma dando al contrario libero sfogo al potere della fantasia improvvisatrice fino a materializzarla in una sorta di evidenza concreta e palpabile, una magia estemporanea che solamente il mondo del teatro è in grado di fornire.
Pur assommando in modo organico tutte le principali tematiche affrontate dal regista nel corso della sua lunga attività, “Efter repetitionen”, dramma da camera giocato sulle capacità emozionali dei protagonisti e su un’esternazione delle rispettive angosce dialettiche che però si guarda bene dallo sfociare in eccessi esasperati di tensione, è da considerare in primis un vero e proprio atto d’amore nei confronti del teatro, quello strindberghiano in particolare, in un ideale legame con l’epilogo di Fanny e Alexander, dove vengono citati per l’appunto alcuni versi del “Sogno”: “IL TEMPO È LO SPAZIO NON ESISTONO. SU UNA BASE INSIGNIFICANTE DI REALTÀ L’IMMAGINAZIONE FILA E TESSE NUOVI DISEGNI”
Ed a proposito del teatro, “quanta energia spirituale vi è racchiusa,” recita Bergman per bocca del suo alter ego Erland Josephson intento ad interrogarsi sul ruolo dell’attore, “quanti stati d’animo veri o recitati, risate, scatti d’ira, pensieri, tutto è rimasto qui dentro imprigionato e continua a vivere segretamente accanto a noi.”
Il regista rievoca e rimaterializza i fantasmi del passato affrontandoli a viso aperto (“Quante volte mi capita di sentirli, a volte mi sembra addirittura di vederli, demoni, angeli, spettri o comuni mortali, tutti presi da tanti importanti problemi rivolti altrove, e così misteriosi!”) affidando il tutto a due grandi interpreti collaudati più la sorprendente Lena Olin, già apparsa in “Fanny e Alexander” e nell’”Immagine allo specchio”, seppure in parti di scarso rilievo.
E mentre Erland Josephson giganteggia in lungo ed in largo quale portavoce del testamento spirituale dell’autore, Ingrid Thulin, enigmatica e tormentata icona del regista, si ritaglia un ruolo alla Bette Davis con un pizzico di acrimonia in meno ed una buona dose di disillusione in più, noncurante di apparire come una vera e propria personificazione del decadimento fisico e confermandosi in ogni caso come un’ideale interprete bergmaniana per tutte le stagioni.
ESPANDI +
E nel contempo fa la sua comparsa(ta) in un flashback quasi subliminale anche Bertil Guve, alias Alexander, rannicchiato tra due riflettori ed una scatola metallica, quasi timoroso di essere tirato in ballo in un contesto in cui è preferibile per lui di gran lunga rimanere indisturbato ed attento spettatore.
In considerazione dell’impianto prettamente teatrale, Bergman si affida principalmente a primi e primissimi piani ricchi d’intensità espressiva, ma non mancano i campi lunghi ripresi in inquadrature a camera fissa. Da notare l’uso calibrato del colore, usato in funzione di mero supporto alle immagini, tutt’altro che debordante, quasi un bianco e nero che non si rende conto di essere tale, translato dal fedele Sven Nykvist in tonalità coloristiche austere ma carezzevoli.
“Dopo la prova” è da considerare l’essenza stessa dell’intimità dell’autore. Le sue riflessioni sono pressoché mature e ci parlano di un passato intriso nel fallimento esistenziale e di un presente che porta con sé in retaggio il tedio della morte, dell’indifferenza e della collera ricondotta oramai ad uno stadio di mera impotenza.
Lo sguardo del regista si posa con insistenza a contemplare e sviscerare le stagioni dell’essere umano, ponendo a stretto confronto la passione giovanile con il decadimento fisico della vecchiaia precoce ed il quadro finale, pur ricolmo di disillusione, denota in un certo qual modo una tacita accettazione della propria condizione, che si concretizza in un cammino verso la morte in quieta solitudine ma privo del suono delle campane, nella consapevolezza che l’unico modo di avvicinarsi all’infinito è quello di superare il dubbio in una placida accettazione dell’onere della prova.