Opinione di sasso67 su Un mondo di marionette
Con Robert Atzorn, Christine Buchegger, Heinz Bennent, Martin Benrath
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Piuttosto bistrattato, il secondo film tedesco (dopo "L'uovo del serpente", del 1977) di Bergman, visto a più di venticinque anni di distanza, non è affatto male, pur considerando che sulle nevrosi umane e su certi aspetti della vita di coppia, il regista svedese ci aveva detto di più e di meglio in passato. In un bianco e nero incastonato tra un prologo e un epilogo a colori, ci viene raccontata, con salti avanti e indietro nel tempo, la vicenda di Peter Egerman, rampollo di una ricca famiglia imprenditoriale tedesca, che uccide una prostituta, forse colpevole soltanto di chiamarsi come la moglie, una creatrice d'alta moda. Si vede così come il protagonista condivida delle colpe con chi lo circonda, non ultima proprio la coniuge, e soprattutto uno psichiatra freudiano che non solo non sa essergli d'aiuto quando Peter gli si rivolge, quasi disperato, per un consiglio da medico, ma tenta perfino di sedurgli la moglie. "Un mondo di marionette" ha forse il torto di sembrare fin troppo fassbinderiano, e questo fa specie, essendo il film non di un regista qualsiasi ma di uno dei pochi Maestri del cinema mondiale. È, però, anche un film che si inserisce e si riallaccia all'intera opera bergmaniana, e mostra come il male sia la necessaria conseguenza «dell'avere cancellato dal mondo l'amore nel senso più ampio e completo» (Sergio Trasatti, Il Castoro). In questo senso la frase più importante del film, ripetuta non per caso due volte dal protagonista, è «tutte le strade sono chiuse»: senza amore, appunto, gli uomini sono ridotti a marionette chiuse in un teatrino senza vie d'uscita.
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