Brother - La recensione di FilmTv
Con Takeshi Kitano, Omar Epps, Claude Meki, Masaya Kato, Susumu Terajima
La recensione di FilmTv
Trasferta americana per l’attore e regista giapponese. Nei panni di uno yakuza che ricostruisce oltroceano il suo stile di vita
Con “Brother” Takeshi Kitano mette ordine nella sua filmografia, sintetizza le costanti di uno stile, mette a disposizione un’antologia dei suoi noir sul furore degli yakuza. Rituali, cerimonie, esplosioni fulminee di violenza, umorismo, mucchi selvaggi disposti a vivere e, soprattutto, a morire. A Tokyo come in America. Sono Samurai moderni con tatuaggi larghi quanto un tappeto, con mignoli tranciati e ventri squarciati da hara-kiri al sakè. Tornano le inquadrature del mare e della spiaggia, si moltiplicano le assonanze con i “padrini” coppoliani, cresce il disincanto di chi è obbligato a fare solo il lavoro sporco. Il regista-attore attraversa lo spazio delle inquadrature con le sue gambe storte da clown triste, con la faccia di un Clint Eastwood che ha preso una scossa elettrica e con la sicurezza di un anarchico solitario. Versione orientale degli eroi fuorilegge adorati dal cinema americano. Kitano per girare questo film-bilancio, un flashback dopo “Hana-Bi” e “L’estate di Kikujiro”, si trasferisce in America. Sulle tracce del suo protagonista spaesato che, sconfitto in una feroce guerra tra bande, sbarca a Los Angeles alla ricerca del fratello minore. Trova altri clan e altre etnie: neri, ispanici, mafiosi. Il denaro, la forza e la fedeltà restano le unità di misura di un destino segnato. L’America è desolata e triste con le sue caffetterie e le sue stanze vuote. La nuova lingua e la nuova cultura sono un ideogramma sconosciuto.
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