Un assassinio difficile da risolvere.
Piero, magistrato del tribunale di Palermo, viene chiamato ad indagare su un omicidio. Un giudice del tribunale di Sassari è morto avvelenato dopo aver bevuto una tazzina di caffé. Le indagini si rivelano da subito molto complesse. Si scopre infatti che il defunto aveva una relazione con una collega sposata ad un presidente della Corte d'Appello. Non solo era legattissimo a una sorella morta suicida ed era coinvolto in un traffico poco pulito.
La recensione di FilmTv
Di Enrico Magrelli - FilmTV n. 22/2001
Antonello Grimaldi ha, da sempre, più passione per i problemi della messa in scena che per i rovelli d’autore. È più attento ai meccanismi e agli incastri del racconto che alle tentazioni aleatorie di una poetica. Una trama ben costruita è una visione del mondo, mentre una visione del mondo non basta a sostenere e a giustificare una trama. “Un delitto impossibile”, liberamente tratto dal romanzo “Procedura” di Salvatore Mannuzzu, è un’ottima conferma delle capacità del regista e della sua idea di cinema.
ESPANDI +
Ci sono due territori simbolici da attraversare. Il primo è quello ipercodificato e connotato del giallo: un procuratore cinquantenne muore avvelenato nel bar del Tribunale di Sassari e l’inchiesta viene affidata a Piero (Carlo Cecchi), che arriva da fuori ed è ad un punto morto della sua vita e della sua carriera. Il secondo territorio tocca la biografia di Grimaldi che inquadra con la sua macchina da presa la sua terra, la vita in una città di provincia, l’incanto vuoto della natura dell’isola. La procedura di un’indagine, anche se elude i passi giusti e non crede ai moventi troppo semplici, mette alla prova gli uomini e le donne incontrati sul proprio cammino. La verità di un omicidio denuda altre verità approssimative e di comodo e, spesso, non aiuta a capire dove si è stati. Gli attori sono bravissimi. Tempi, atmosfere, luci, messa in scena sono sobri e compiuti.
L'opinione più votata
Di hallorann scritta il 11/06/2010 - utile per 2 utenti
Voto al film: 
La cinepresa si addentra nella città di Sassari, segue un uomo che stringe mani, ritira giornali, va a lavoro in tribunale, prende un caffè con una minerale e scherza con una collega, inghiottisce una pillola dimagrante e poco dopo stramazza al suolo senza vita. L’uomo è il giudice Valerio Garau e ad ucciderlo è stato il cianuro che conteneva la capsula ingurgitata al bar del tribunale. La donna con cui parlava è Lauretta Oppo Martinez, amante ufficiale del defunto. Il procuratore capo Pani chiama dalla Procura di Palermo Piero d’Onofrio, un giudice fresco di provvedimento disciplinare e separazione. Pani vuole una pedina facile da manovrare e infatti appena arrivato il collega lo indirizza verso il delitto passionale. Piero, integerrimo e schivo, comincia gli interrogatori e le indagini assistito dal maresciallo Piras e dall’uditore Ilio Melis. Dapprima i coniugi Oppo-Martinez, Lauretta e il marito Giommaria, anch’egli giudice, la cameriera rumena Johanna con cui Garau andava a letto. Si reca nella città originaria di Valerio Bosa e qui parla con il canonico Garau che allevò la vittima e la sorella Anna Maria detta Biba morta suicida un anno prima. Il giudizio del prete non è dei più edificanti, “lei dissoluta e proterva come un uomo…lui debole come una donna e schiavo degli istinti…uguali e contrari…la vita li ha ripagati con la stessa moneta”. Le indagini di Piero si spostano anche a Olbia dove Valerio trafficava reperti archeologici con il pregiudicato Pons, la personalità del morto appare complessa e inestricabile per Piero. La vita di Valerio, uomo di successo e ben voluto da tutti, viene esplorata e setacciata anche attraverso dei vecchi super 8 girati nella cittadina sul Temo in cui appare affianco all’amata sorella e Lauretta da piccola. Quest’ultima viene convocata da Pani alla presenza di d’Onofrio e in un interrogatorio informale viene accusata dall’odioso procuratore capo (“buono solo per i pettegolezzi e per le bassezze”) di aver ucciso Garau con la complicità del marito. La Oppo sconvolta dall’assurda accusa tenta di buttarsi dalla terrazza del tribunale ma viene salvata da Piras e d’Onofrio. Lauretta confida a Piero che Valerio non l’amava più e che l’aveva sostituita. Il giudice sempre più irritato dalle scorrettezze di Pani segue il suo fiuto e capisce che la chiave del giallo sta nella casa di Bosa e in particolare nella sorella Biba. Piero completerà il complicato puzzle con la scoperta dell’insospettabile amante ma dovrà lasciare l’inchiesta e l’isola con amarezza. “La verità è sfuggente, resta solo la procedura”, così viene descritto il senso del romanzo PROCEDURA dello scrittore ed ex giudice Salvatore Mannuzzu da cui è stato tratto UN DELITTO IMPOSSIBILE. Un giallo anomalo e fuori dagli schemi consueti del genere, un viaggio nei meandri di una personalità ambigua e ambivalente, nei misteri torbidi di un fratello e di una sorella e di un’isola inedita (non solo dal punto di vista narrativo). Questo e altro è la quarta (e migliore) regia del sassarese Antonello Grimaldi (oggi affermato regista di fiction). UN DELITTO IMPOSSIBILE inoltre riesce a restituire l’atmosfera e la densità del romanzo originario, nonostante cambi l’ambientazione dal ’78 al 2000 e snellisca alcune parti e personaggi. I tormenti e i dubbi di Piero qui sono tutti concentrati sull’indagine lasciando fuori il suo passato doloroso. Ottimo Carlo Cecchi nei panni del protagonista, antipatico e qualcosa di più di un “discreto stronzo” il Pani di Ivano Marescotti. Molto bene gli altri, tutti attori di teatro sardi tranne la spagnola Angela Molina, la “rumena” Tatiana Lepore e il bravissimo Rinaldo Rocco. Nelle vesti di Valerio adulto e ragazzino azzeccati Lino Capolicchio e Silvio Muccino (che appare muto solo nei suggestivi super 8 e nei sogni di Piero) e Ginevra Colonna/Biba. Meritano un plauso anche le musiche di Ludovico Einaudi, la fotografia di Paolo Carnera e gli scenari urbani e marini della Sardegna.