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Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie - La recensione di FilmTv

[Planet of the Apes, 2001, durata 107']   Regia di Tim Burton
Con Mark Wahlberg, Helena Bonham Carter, Tim Roth, Michael Clarke Duncan



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La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

Spazio 2029. L’astronauta Leo Davidson dovrebbe lasciare ai soli scimpanzé il compito di sondare i misteri del cosmo. Invece, in piena tempesta galattica, segue le sorti di un primate gettandosi nell’ignoto, e sprofondando nel tempo fino a un futuro lontano, su un pianeta sconosciuto, circondato da scimmie intelligenti e uomini resi schiavi. Sarà lui, con l’aiuto di una scimpanzé illuminata, Ari, a organizzare la Resistenza del genere umano. Attesissimo il remake firmato Tim Burton di uno dei classici della Science Fiction come “Il pianeta delle scimmie” di Franklin J. Schaffner (1968). Anche se poi, pensandoci bene, “remake” risulta una parola grossa. Burton, infatti, prende spunto dal romanzo originario di Pierre Boule con l’intenzione di creare una fantasmagoria simbolica congeniale alla propria poetica. L’umanità degli animali e la bestialità degli uomini, la diversità come sintomo di sensibilità “altra”, il pianeta delle scimmie come nuovo mondo da immaginare e ricreare sullo schermo. Proprio qui il film sembra scricchiolare: questo “delle scimmie” è un mondo che non sorprende, si lascia assorbire da visioni convenzionali, di una fantascienza magari démodé (pochi effetti speciali) ma certo lontana dall’impatto cui ci ha abituato il cineasta. La mancanza di un contesto ipnotico (non necessariamente gotico o cartoonistico: ogni film di Burton, in fondo, sa rinnovare il proprio immaginario) rende insipido tutto il resto, perché l’avventura, alla fine, è esattamente come te l’aspetti. Non un brutto film, “Il pianeta delle scimmie”. Non mancano infatti i momenti ispirati (il confronto tra Thade/Tim Roth e suo padre, Charlton Heston. O ancora la cena a casa di Ari e il finale che rimanda al romanzo); senza contare che i make-up di Rick Backer sono eccezionali. Ma da uno dei più geniali registi americani è difficile accettare a cuor leggero un’operazione che sembra solo di routine.


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