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La promessa - La recensione di FilmTv

[The Pledge, 2001, durata 123']   Regia di Sean Penn
Con Jack Nicholson, Robin Wright, Aaron Eckhart, Patricia Clarkson



La recensione di FilmTv

di Emanuela Martini

Chiuso tra un paesaggio bruciato dal sole, sullo sfondo di un cielo rosso attraversato in sovrimpressione da uccelli neri, e il ricordo, la brutalità ghiacciata, la desolazione astratta di un mondo invaso dalla neve, “La promessa”, che Sean Penn ha tratto dal romanzo di Dürrenmatt, è uno di quei film silenziosi e sotterranei ai quali il cinema ci ha ormai purtroppo disabituati. Maturo, contorto, tremendo. La storia è nota: un poliziotto che sta andando in pensione giura alla mamma di una bambina che è stata seviziata e uccisa di trovare l’assassino. E, ostinato, si costruisce una nuova vita ad hoc per attirare sul proprio percorso il mostro. L’ossessione è tale da convincerlo a elaborare una trappola che finirà per mettere in pericolo un’altra bambina. «A volte - ha detto Penn - accade qualcosa di cattivo a delle brave persone che stanno tentando di fare qualcosa di buono». Tutto qui: la più amara delle storie di solitudine, percorsa da un orrore sottile che rifiuta giudizi, effetti, sensazioni estreme. Forse perché tutto è estremo, dal male che circola al di sotto della quiete apparente della provincia americana al senso di abbandono e inutilità che pare circondare il protagonista, un Jack Nicholson vecchio, laconico, sgualcito, che della propria vecchiaia non sa cosa fare. È curiosa la capacità di Sean Penn (che oggi ha poco più di quarant’anni) di raccontare la vecchiaia e la disillusione; non solo nei due film con Nicholson (stranamente simili nel loro strazio quieto), ma anche nel primo, “Lupo solitario”, che era sì la storia di due fratelli giovani, ma anche loro in qualche maniera ormai consunti e invecchiati dall’inaridimento del paese. Come se, quasi, solo i vecchi potessero corrispondere a un’idea di cinema che la Hollywood degli effetti frenetici ha messo in secondo piano. Il film di Penn, infatti, ha i tempi lunghi dello scavo interiore, i silenzi efficaci del non detto, le ritrosie e i tentennamenti di una scelta morale. È molto bello e, in un finale sconvolgente, ci fa sentire, come Jerry, piuttosto disperati.


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