Opinione di luisasalvi su Mulholland Drive
Con Laura Elena Harring, Naomi Watts, Justin Theroux, Ann Miller, Dan Hedaya
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Sul film
Di notte, un incidente sulla Mulholland Drive; prima dell'incidente l'auto si era fermata e qualcuno minacciava una donna con la pistola; ma un'auto velocissima si schianta contro quella ferma; la sola superstite a stento arriva ad Hollywood, si nasconde mentre una signora sta portando le sue valige in auto per partire; lei si nasconde nella casa prima che la signora la chiuda partendo. Al mattino una solare ingenua ragazza bionda entra in casa, è la nipote della signora che è partita, trova la donna, crede che sia ospite della zia, la aiuta. La donna non ricorda nulla e nella borsa ha solo moltissimo denaro; vedendo un manifesto di Gilda con Rita Hayworth dice di chiamarsi Rita all'altra, che si presenta come Betty. Vanno in giro, Rita ha qualche vago ricordo, ricorda un nome, Diane, e vanno a cercarla, ma questa sembra morta nel suo letto. Molti fatti strani, quasi da incubo, in cui si inserisce la vicenda, ancor più strana e da incubo, di un regista, Adam, cui viene imposta la prima attrice, rifiuta l'imposizione, cade in disgrazia, licenziato, tradito e cacciato fuori casa dalla moglie, rimasto senza conto in banca, infine convocato da un misterioso "Cowboy" che lo minaccia e gli ripete di accettare l'attrice che gli era stata proposta se vuole tornare come prima. Intanto Betty convocata per un porvino ha un grande successo, poi lei e Rita scoprono di amarsi teneramente. Tutti incubi? Ma il discorso sembra filare… Poi Diane che sembrava morta ora si sveglia e ricorda e ci aspettiamo la spiegazione di quanto visto finora; alcune cose sembrano antefatti di ciò che abbiamo visto, ma altre in contraddizione con quelle, altre fatti successivi, per cui proprio ora il racconto si sbriciola in sogni e incubi…
Eppure è facile, a questo punto diventa chiaro: era stato solo tutto un sogno di Diane quello che abbiamo visto finora. A questo punto diventa anche possibile e doveroso (se si vuole capire il film e parlarne; se lo si vuole solo godere, o rifiutare, padrone ognuno di fare ciò che preferisce) rivedere tutto il sogno alla luce degli antefatti che il film ci mostra alla fine, con Diane che dopo aver provocato la morte dell'amata Camille per gelosia si uccide per rimorso. Sono molte le grandi opere d'arte comprensibili solo dopo averle viste o lette fino in fondo più volte, anche se le si possono godere anche senza averle capite a fondo. Non si capisce a fondo l'Inferno di dante se non si è prima letto e compreso il Paradiso, ma la gran maggioranza degli studenti e dei lettori apprezzano l'Inferno senza conoscere il Paradiso: è bello anche se non lo si comprende pienamente. Lo stesso vale per questo film.
Intanto va detto che il tutto è molto affascinante, come sempre Lynch, anche quando non lo capisci; il che non significa affatto che sia inopportuno o inutile capire o che non ci sia nulla da capire. Quanto meno per chi fa il critico. Padronissimo lo spettatore di godersi (o meno) un film senza il minimo impegno a capirlo, ma allora non faccia il critico. Come invece pretende di poter fare e di convincerne gli altri Luca Pacilio (www.spietati) secondo cui "l'urgenza della spiegazione ad ogni costo [è] la madre tignosa di tutti i flagelli", ma poi sente il bisogno di rivedere il film per capirne qualche cosa per convincere il collega Gianluca Pelleschi, altro palloso logorroico come quasi tutti gli “spietati”, che sanno solo infilare parentesi inutili e paroloni di cui non conoscono il senso per parlare di film che non hanno capito; giochini che abbiamo smesso di fare prima della maturità classica, e che comunque facevamo fra noi, senza pubblicarli, sebbene fossero di gran lunga meno banali di quelli degli “spietati”, e fatti in italiano corretto. Invece lì l'unico che sa parlare in italiano è Luca Baroncini, e non lo prenda per un complimento che non è: corrisponde oggi ad una licenza di terza media, in altri tempi sarebbe stata di quinta elementare. Da un critico mi pare che si avrebbe il diritto di aspettarsi di più. Ma lo si deve lodare, dato che i suoi colleghi danno molto di meno, oltre a tante arie. Insomma, Pacilio si decide per una volta a rivedere un film… Pensare che quando studiavo e poi insegnavo cinema avevo dovuto comperare con notevole impegno una moviola per poter rivedere, decine di volte, i film noleggiati, e insegnavo ai miei alunni che sarebbe stato disonesto parlare di un film senza averlo studiato a lungo, con pause e ritorni e riesami e verifiche sulle immagini. Non bastava neppure passare interi pomeriggi al cinema per rivedere il film, prendendo appunti con la penna luminosa. Gli spietati invece sono così intelligenti da non aver bisongo di rivedere un film se non eccezionalmente per convincere un collega che la pensa diversamente, e accettano opinioni altrui solo su film recenti e non su quelli che si possono studiare; tanto la mancanza di studio, la superficialità (chiamata new criticism) è diventata la norma, il biglietto di entrata nella Critica. Imparavo anche, e insegnavo, che per prima cosa se vuoi parlare di un film devi aver capito bene la storia narrata, che non dice nulla sul valore d'arte di un film ma è indispensabile se vuoi arrivare a parlare di arte. Ora no, ora Pacilio si vergogna talmente di parlare della storia che sentendosi obbigato a farlo dice di fare "una becera esposizione tramica (cosa davvero detestabile ma necessaria al ragionamento)": si vergogna perfino a nominare la storia o vicenda o trama. E Pelleschi cita ammirato. Ma come siete bravi, meritate tutti la caramella in premio, o, come forse direste voi con il vostro spirito di rapa, il mongolino d'oro.
Ma già allora, a mezzo secolo scorso, Russo denunciava quei suoi studenti cui chiedeva a che punto fossero nel preparare la tesi sul tale autore e si sentiva da molti rispondere che erano a buon punto, avevano già letto tutto sull'argomento, dovevano solo più leggere le opere di quell'autore. Io credevo che fosse una battuta paradossale, poi ho visto che è proprio così, e quegli studenti hanno finito per fare i critici cinematografici ed ora non vedono i film di cui parlano. Così Pelleschi dottamente ci informa che Lynch "sembra aver più volte chiamato in causa, parlando del suo Mullholland Dr., Sunset Boulevard"… E bravo, Mr Pelleschi; se al posto di leggere tante belle cose su di lui avesse visto il film non avrebbe bisogno di dire "sembra": il richiamo è fatto proprio nel film, che lui si è dimenticato di guardare. Ma ho il forte sospetto che anche Pacilio sia tornato a rivedere il film (se pur l'ha fatto) solo dopo aver letto in http://site.voila.fr/cineclub/materiel/ctfilms.htm la bella e convincente interpretazione che lui ha poi malamente riassunto e scarsamente motivato. Ma già grazie, se si riesce a recuperare del buon senso grazie a recensioni altrui: dovrebbe essere il compito del critico. Pirandello a chi gli chiedeva il significato delle sue opere rispondeva "non chiedelo a me, io le ho già scritte". Credo che la cosa valga anche per Lynch e per molti artisti. Leggetelo nelle loro opere. Lo stesso vale per molti, e per altri punti: quasi tutti chiamano "Rita" la donna scampata all'incidente, ma questa non ricorda il suo nome e dice Rita perché ha appena visto il manifesto della Hayworth; d'accordo, non avendo altro nome a disposizione chiamiamola pure così. Ma o mettendolo fra virgolette, visto che fingono tutti di sapere di semiotica, o almeno precisando prima l'equivoco di quel nome che non è quello vero neppure se si tratta di un sogno; mentre lo è, nel sogno, quello di Betty. Un altro cita lo spettacolo "no I banda", pensando di trascrivere con "i" il suono "ai", senza badare che si tratta di spagnoli e che è "no hay banda", non c'è orchestra, anche se se ne ascolta la musica; che è il senso base di tutto lo spettacolo… "(dove nulla è diegetico)", sente il dovere di aggiungere Mauro Gervasini in FilmTV, altro semiologo della domenica. Invece va aggiunto che "no hay banda" significa anche che non c'è nastro magnetico, quindi non c'è finzione: o non c'è realtà? Si aggiunga che riferito all'orchestra "no hay banda" ha un sapore spregiativo, di un'orchestra che suona male. Se è reale. Ma è reale proprio se non c'è nastro magnetico, se non c'è finzione: il presentatore ci assicura che è così, il pubblico ogni volta ci crede e si commuove, come Cabiria davanti al prestigiatore, e si commuove anche se è fatta male: il solito Pelleschi ci assicura che assieme alle nostre due piangenti eroine "ci ascoltiamo ascoltare una splendida cover spagnola di Crying di Roy Orbison", in cui la finta cantante è pacchianamente truccata per una farsa comica, non per un melodramma; ma basta non saperlo, basta assicurare il pubblico che quel canto è per piangere, perché lo dice la parola stessa, llorando, ripetuta fino alla fine, e pubblico e critici si commuovono. Anche questa scena è "bella", come tutto il film, solo se ne capisci il senso ironico e grottesco: se ti ci commuovi sei solo ridicolo. Perché lo scopo e il senso della scena è proprio di ridicolizzare chi ci si commuove. O di provarne pena, come per Cabiria? Ma l'unico che nel film aveva provato pena per Cabiria era un farabutto che a sua volta fingeva e che è pronto a illuderla, fingere di sposarla e poi ucciderla per derubarla. E qui? Qui si uccide per amore e si piange per una maschera che finge di cantare una canzone registrata che invita a piangere mentre il presentatore padrone dei vostri sensi vi assicura che "no hay banda". Lo traduce anche in francese e lo varia in spagnolo, "no hay orquestra", ma il doppio senso si impone…
Forse dunque sarebbe più sensato partire dal centro, dallo spettacolo teatrale al Silencio: l'inizio, sotto i titoli, era un ballo rock anni '50; poi l'arrivo di Betty all'aereoporto, accolta dai due vecchietti? Gli stessi emersi alla fine, miniaturizzati, dalla scatola blu trovata dopo lo spettacolo (la "scatola di Pandora", "box of Pandora" come dicono in inglese e in francese, piuttosto che "jam", "vaso", come diciamo più correttamente in italiano); e dopo il suicidio il film si chiude sul sipario del teatro Silencio, dove "no hay banda". Il vaso di Pandora compare nella borsa di Betty al termine dello spettacolo, mentre lei cerca un fazzoletto per asciugarsi le lacrime; lo aprirà Rita, a casa, con la chiave che aveva trovato nella propria borsa (assieme al denaro); ma dalla scatola non esce nulla, anzi, sembra assorbire tutto, come un buco nero, una voragine in cui sparisce il film, o almeno il sogno.
O da un regista geniale ma ostinato, oppure ostinato perché si considera geniale (secondo i punti di vista e i contesti), che deve fare proprio questo film? Dove, al contrario di Fellini Otto e mezzo che non aveva nulla da dire ma voleva dirlo lo stesso, lui ha troppe cose da dire ma finisce per non dirle? Sarebbe una battutina banalmente spietata. Ma l'analogia con Otto e mezzo mi pare possibile. E' il regista che cambia e rinuncia e ricomincia, incerto fra le attrici da scegliere e sul ruolo da dare a ciascuna… Dicono che c'è anche il suo musicista.?? Inoltre il regista del film è di origine messicana, o comunque latina e lingua spagnola, come il presentatore del teatro. A questo punto possono essere utili alcune informazioni metafilmiche (dico bene, signori metàsemiologi?), ovvero esterne al film; per esempio se qualcosa nel vestito, aspetto, occhiali o modo di fare di Adam può ricordare Lynch (come il protagonista di Otto e mezzo vistosamente rappresenta Fellini) o se questi ha sangue latino; o i suoi rapporti con i produttori, che peraltro sono spesso convenzionali, e già deformati in modo simile da Fellini! Il sito ufficiale del film indica ben 11 film da cui questo sarebbe stato influenzato, ma non cita Fellini otto e mezzo, che a me pare il più diretto precedente, a partire dalle difficoltà di comprensione da parte del pubblico che non riusciva a distinguere fra realtà, sogni, ricordi, fantasie o progettazioni del protagonista per il suo film; il regista ed i suoi rapporti con attori e produzione (ma questo è un topos forse dall'inizio dell'industria cinematografica); l'inserimento di membri della troupe nel film o quello, ironico, di qualcuno che vuole entrarvi; la prima immagine proposta allo specchio di un volto significativo, là quello del protagonista prima sempre visto di spalle e quasi identico a Fellini, qui quello di Rita che appare bionda accanto a Betty e molto simile a lei. Vengono in mente anche altri film di Fellini, da Cabiria a Roma.
Ma perché io perdo tempo a leggere questi sedicenti critici e poi a criticarli? Forse anche per nostalgia di quando insegnavo critica cinematografica; poi perché preferisco sempre confrontarmi con altri, e se non ne trovo di degni mi contento di quelli che trovo; e forse segretamente anche perché spero che non siano tutti irrimediabilmente perduti e che qualche bastonatina possa servire loro, visto che le maestre non ne danno più.
Camilla Rhodes nella realtà è l'amante di Diane e nel sogno viene chiamata Rita (ma lei non ricorda come si chiama); ma nel sogno Camilla Rodes è un'altra (che nella realtà era un'altra amante della vera Camilla, che la bacia davanti a Diane prima del fidanzamento con Adam), una bionda imposta dal Cowboy al regista che invece avrebbe preferito la sognatrice Betty: ce lo assicurano le due donne che la conducono da lui per farle avere la parte, e anche gli sguardi del regista, affascinati e già in sintonia con lei, che però scappa via abbandonando per amore (non ancora dichiarato) della sua Rita la possibile parte prestigiosa: il contrario di ciò che nella realtà fa la vera Camilla (sempre che Diana non sogni di essere Rita, come qualcuno afferma e come farebbe pensare il fatto che si vedono sogni che sembrano di Rita; ma credo che uno possa sognare che un altro sogna, o comunque che un regista possa farcelo vedere in un film). Da notare che se il padrone ultimo impone al regista l'attricetta lui la sceglie e le fa recitare la scena in cui lui la sceglie, ma solo quella, e molto male… quasi a dire che il regista, anche se costretto, finisce per fare il film come lo vuole lui. E poiché di fatto ubbidisce al Cowboy, come previsto da questo lo "rivede" (nel film) una sola volta, quando il Cowboy sveglia Diana facendo finire il sogno di lei e quindi la presenza di se stesso nel film. La cameriera del Winkies, che nella realtà si chiama Betty suggerendo il nome con cui Diane si sogna, nel sogno si chiama Diane e suggerisce a Rita anche il cognome, da cui arrivano all'indirizzo… Quello di Betty-Diane. Tornate a casa le telefonano, risponde la segreteria telefonica e Rita osserva che "non è la mia voce, ma io la conosco": è quella della vicina? Non dovrebbe, perché se hanno scambiato gli appartamenti si saranno portati dietro il proprio numero di telefono, del resto quello di Diane è proprio quello cui telefonano per avvertire che Rita è scomparsa o per cercarla: dal sogno sappiamo solo che Rita non è Diane (la vicina non la conosce) ma che la conosce: erano intime? Diane ha ordinato il suo omicidio anche nel sogno? Non risulta nulla… Nella sceneggiatura originale alla telefonata a casa di Diane per avvertire che "la ragazza è scomparsa" si vede: "Une main s'avance vers le combiné. La main d'une femme. La peau est blanche, pâle, presque translucide. Les doigts sont longs et semblent légèrement trop grands. Les ongles rouges de ces doigts sont étirés, effilés, légèrement courbés vers le bas. L'index de cette main enclenche un bouton du téléphone. La douce tonalité du téléphone fait place à un signal codé aiguë et moderne" (da http://perso.wanadoo.fr/mdsilencio/scÈnario.html).
Nella realtà Diane racconta di aver conosciuto Camilla sul set del film Sylvia North story (ricorda The Straight Story dello stesso Lynch?) di Bob Brooker; nel sogno l'altra Camilla, imposta al regista, nel provino (per una commedia musicale?), canta una canzone dallo stesso titolo. Film e regista sono inesistenti, naturalmente. Ma rappresentano forse quelli veri: il vero film è il sogno, la vera Hollywood che conta, quella conosciuta in tutto il mondo e che fa sognare, è quella sognata, che rasserena, in cui i protagonisti sono buoni e si vogliono bene e sono felici. Ha degli agganci con la realtà, ne ha molti, forse tutto è legato alla realtà, ma rivisto liberamente e spesso capovolto, comunque sempre abbellito, o piuttosto sempre rielaborato, stilizzato, reso fantastico; anche la morte.
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