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Mulholland Drive - La recensione di FilmTv

[Mulholland Drive, 2001, durata 145']   Regia di David Lynch
Con Laura Elena Harring, Naomi Watts, Justin Theroux, Ann Miller, Dan Hedaya



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La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

Hollywood e la città dei sogni: un detour nel mistero seguendo il viaggio nella notte di due fanciulle e
di una serie di folli personaggi. David Lynch strappa con questa storia non vera una sacrosanta nomination per la miglior regia

Della storia di “Mulholland Drive” non si capisce nulla. Ma niente paura, deve essere così. Punto primo: David Lynch ribadisce l’assunto del suo film più sperimentale (“Fuoco cammina con me”) e di quello (secondo lui) più irrisolto, “Strade perdute”. Il cinema è la scrittura del sogno. Una finestra che si apre su un mondo dove non è la logica a regolare i rapporti di causa-effetto ma il delirio. Se entrate in sintonia con questa visione, vi divertirete semplicemente abbandonandovi alle libere associazioni di un autore che elogia la follia a colpi di macchina da presa. Punto secondo: solo attraverso l’intima conoscenza dell’Ordine è possibile descrivere alla perfezione il Caos. In parole povere: il fatto che la storia di “Mulholland Drive”, a caldo, sia incomprensibile, non significa naturalmente che non abbia “senso”. La mappa per muoversi nel delirio la dà proprio il regista, con il suo cinema precedente (personaggi che parlano al rovescio) e attuale (una chiave di lettura... blu). Provate a percorrere al contrario la Mulholland Drive, a viverla come la storia d’amore tra l’attricetta acqua e sapone Diane e la vamp Camilla, e magari fantasticate sulla sospensione di realtà che il tema dell’amnesia deliziosamente introduce. Una storia nella storia, “scritta” da una persona (già) morta, che rielabora il desiderio (di un amore perfetto, di una carriera splendida) attraverso la grammatica (visiva) dell’inconscio. David Lynch non è un cinefilo: e allora come mai a proposito di questo film, nelle interviste, cita sempre “Viale del tramonto”? Ci sono anche altre piste (una “bergmaniana” suggerita su “Positif” 490 da Michel Chion) ma in fondo, poi, chi se ne frega del senso. Abbandono, deriva: con un genio come Lynch bisogna saper accettare il surrealismo e la disillusione di realtà come sole, vere, essenze del cinema. A margine di questo film incredibilmente bello, scene di culto. Quello che sputa il caffè nel tovagliolo è il musicista Angelo Badalamenti. La canzone che nel Club Silencio (dove nulla è diegetico) viene cantata in spagnolo è “Crying” di Roy Orbison.


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