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Gosford Park - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Emanuela Martini

Un delitto misterioso nella campagna inglese. Forse non l’Altman migliore ma una bella prova del regista che “dirige” un cast superbo

Trasferta britannica di Robert Altman, che porta la sua compagnia di giro a “Gosford Park”, una tenuta della campagna inglese, nel 1932, per un fine settimana di caccia, pranzi, colazioni e piccoli intrighi. Questa volta i personaggi sono 36: 14 signori, ai piani alti, 20 domestici, ai piani bassi, più un ispettore e un poliziotto che a due terzi del film si presentano per indagare sull’inevitabile omicidio che, nella miglior tradizione del giallo britannico d’epoca, arriva a far saltare l’equilibrio apparente dei rapporti. O almeno dovrebbe. Infatti, non solo il “whudonit” (chi è stato?) sembra importare pochissimo ad Altman (molto più affascinato dalla minuziosa osservazione delle relazioni sociali), ma anche i diretti interessati appaiono ben poco coinvolti. È la vita nella sua eterna finzione che continua a riprodursi, e non c’è incontro, d’amore, di odio o di scherno, che intacchi minimamente la maschera che ognuno indossa come una seconda pelle, che arrivi a scalfire un pezzetto di cuore o di coscienza. Solo il passato conta, quello che si è stati e che si è spesso dimenticato. Giocando su una sceneggiatura originale che mima una pièce teatrale, Altman si butta tra i suoi personaggi, li aggancia, li pedina, li costringe a rivelare, quasi sempre, il peggio di loro stessi. Chiuso nell’unità di luogo (la villa) e di tempo (due giorni), “Gosford Park” ricorda molto “Un matrimonio”, soprattutto nella prima parte, nei suoi saliscendi per la casa, a scoprire una faccia, un tradimento, un vizio, una simpatia, a tessere la tela di un universo che pare intrappolato in se stesso com’era quello della famiglia Corelli. Per una volta, solo la gente di cinema (il divo Ivor Novello e il produttore di Hollywood) sembra possedere uno spiraglio di vitalità, e forse la capocameriera Elsie che, comunque, decide di provare a cambiar vita. Per gli altri, vale solo il gioco di superficie e l’odio profondo che regola la convivenza tra le classi e all’interno della stessa classe. Certo, non è l’Altman più grande, un po’ slabbrato soprattutto nella seconda parte; ma sono pochissimi gli autori che sanno guidare un set del genere con tanta leggerezza.


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