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Opinione di Snaporaz68 su Alì





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08/01/2011 voto al film: voto sufficiente

Sul film

 
QUANDO DIVENTIAMO RE
 
L’obiettivo di Mann era quello di raccontare la vicenda umana di Cassius Clay-Mohammed Ali’cercando di rendere il più realistico possibile lo sfondo nel quale si muovevano i protagonisti, il decennio 1964-1974 ricco di grandi trasformazioni e rivoluzioni nella società americana. Insomma fare un film “black” come lui stesso fosse un regista “black” , cercando di capire le ragioni di Malcom X, di Martin Luther King e di tutti gli attivisti neri di quel periodo che davano anima e corpo alla loro causa. L’idea era quella di mostrare in parallelo il percorso di emancipazione e liberazione di Cassius Clay con quello di una società nera non più disposta a farsi linciare o offendere dallo strapotere bianco. Che fosse la musica Jazz, lo sport oppure la politica ormai la voce degli afroamericani stava prendendo il sopravvento e la loro lotto per i diritti civili avrebbe comportato una svolta epocale. Ali’ incarna questa voglia di spezzare le catene e di liberarsi dalla schiavitù culturale dell’uomo bianco, diviene simbolo di una lotta senza quartiere contro un paese che lo vuole mandare in Vietnam perché sta diventando troppo scomodo e in un secondo momento lo accusa di renitenza alla leva e lo vuol sbattere in galera ritirandogli la licenza. Finchè Mann si muove nei sentieri della biografia di Ali’ riesce a rendere bene le contraddizione e le insicurezze del personaggio: in quel parlare a vanvera prima degli incontri, in quel balletto sul ring che sembra una danza rituale, in quella volubilità affettiva che gli fa continuamente cambiare oggetto del desiderio (e quindi compagna di vita) non possiamo non ravvisare una profonda insicurezza, una immaturità latente che lo fa impelagare in un pantano dal quale sembra non potersi più risollevare. I primi piani di Mann a scrutare gli occhi o parti di lato del protagonista sono un tentativo di carpire l’anima del personaggio, riportandolo ad una intimità che lo spettatore riesce a cogliere proprio perché portato a pochi centimetri . Dove invece Mann fallisce è nella commistione politico sociale della storia: i personaggi di Malcom X, della setta islamica che riesce a plagiare l’insicuro pugile, di Martin Luther King (troppo abbozzata la descrizione del suo assassinio) non riescono a prendere vita autonoma e sembrano solo esistere in funzione del personaggio principale. Will Smith è bravo ma si trova (come Tom Cruise in Collateral) in ruolo reso molto complesso dalla sceneggiatura e con qualche imbarazzo recitativo (nonostante sia ingrassato fino a 100 Kg per la parte, il suo faccino perbene non rende ben esattamente le follie e le turbolenze affettive del vero Cassius Clay). Bravissimo al contrario Jamie Foxx nella parte dell’allenatore perduto e ritrovato. Restano un po’ in disparte i personaggi femminili, al limite con l’inconsistenza, travolti dal ciclone megalomane di un pugile attore che non vuole avere rubata la scena nemmeno dalla propria compagna (e in questo si dimostra maschilista e anche un po’ delirante nella gelosia paranoica modello Toro Scatenato).
Stupendo nelle musiche e anche girato in notturna con la solita perizia tecnica da Mann (anche se si sente l’assenza del grande maestro della fotografia Dante Spinotti) il film arranca nella parte centrale quando cerca di analizzare complotti e tradimenti, attentati e rivendicazioni sindacali, che ne attentano la economia complessiva facendolo disperdere in mille rivoli di sottostorie e controcanti, distrazioni e collaterali.
Quando Mann tenta di fare Spike Lee va KO miseramente perché non ha la stessa ispirazione per la invettiva politica o per la rivendicazione sociale (con l’aggravante di essere di pelle bianca). Riesce a penetrare in maniera unica ed esemplare l’essenza dei singoli personaggi ma rimane estraneo e anche un po’ distante dai tremendi ingranaggi della Storia.
Mann però si rimette in sesto nel finale quando presenta l’incontro Alì-Foreman tenutosi a Kinshasa il 30 Ottobre del 1974: tra accelerazioni improvvise e pugni al rallentatore, Mann fa capire di essere un regista che riesce a descrivere con grande realismo e intatta emozione i momenti di pura azione.
L’incontro è trepidante e le trentamila comparse dentro la stadio fanno da splendido contrappunto al tono epico dell’atto decisivo. Ali’ un simbolo, Ali’ la metafora di un America che guarda dritto negli occhi il proprio carnefice e gli fa capire che da adesso non avrà più vita facile. Perché adesso siamo re.


SI

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