La Religione delle Madri
“Innamorarmi è la più grande professione di ateismo che possa fare.” Ernesto Picciafuoco-Sergio Castellitto in L’Ora di Religione
Uno dei film più importanti degli ultimi quindici anni, una palese dimostrazione di come il nostro Cinema potrebbe ancora produrre storie che dal particolare si dilatano all’universale e coinvolgere individui a tutte le latitudini. Un film che va contro tendenza, che osa affondare il dito nella piaga, che abbandona il narcisismo e il provincialismo di certa produzione nostrana per elevarsi sulle alte vette della onestà intellettuale e della libertà dell’artista. Bellocchio parte da una storia semplice, ossia il tentativo di canonizzazione di una donna comune, uccisa dal figlio Egidio (folle bestemmiatore) e viviseziona l’impatto di questo evento su uno dei quattro figli, il pittore ateo Ernesto Picciafuoco (alias Sergio Castellitto alla migliore interpretazione della sua carriera) alle prese con una crisi matrimoniale e con il figlio Leonardo intelligente quanto vivace che gli pone interrogativi esistenziali di difficile risoluzione. Da un lato viene portato alla luce il conflitto primordiale con la figura genitoriale materna, in realtà mediocre e poco attenta alle esigenze dei figli, ma che il processo di beatificazione riporta sulle alte sfere dell’eccellenza. Da qui una sorta di dubbio amletico: e se avesse ragione la società, se mia madre fosse veramente una santa? Il dubbio è alimentato dalla propria crisi personale, dall’assoluta estraneità a un mondo e a una società che vanno esattamente in direzione contraria, alla ricerca di una rispettabilità perduta, del potere, di un nome, di una assicurazione sulla vita. Dall’altro lato si innesta perfettamente il rapporto padre-figlio, con questo bambino che vediamo fin dall’inizio tormentato dalla onnipresenza di Dio (“vattene via, non devi stare qui, lasciami stare in pace, non sono più libero di pensare per conto mio” grida da solo in giardino) e che cerca nel padre Sergio Castellitto un esempio di coerenza che metta finalmente d’accordo il dire con il fare.
Il sorriso giocondo della madre è un’arma terribile nei confronti della propria prole: è il sorriso vuoto e beffardo “di chi sa di averti in pugno solo per il semplice fatto di averti messo al mondo”, è il sorriso di una superiorità morale che non poggia su esempi di vita o su compartecipazione affettiva, ma su un fatto naturale. Io sono tua madre e mi devi obbedire solo per questo. Sono intoccabile, infallibile, al di fuori del giudizio e della discussione. Non ti spiego perché non devi bestemmiare. Non lo devi fare semplicemente perché lo dico io, tua madre, monna lisa imperturbabile. Su queste basi pedagogiche crolla l’impalcatura familiare: un figlio diventa terrorista, un altro fugge di casa e cerca nell’arte pittorica una sua realizzazione, un altro va in Togo a fare il missionario, un altro si accontenta di una falsa conversione, Egidio fa quello che vorrebbero fare gli altri quattro e nella follia libera l’istinto primordiale omicida (un folle matricida è anche l’Alessandro de I Pugni in Tasca di Bellocchio, sua opera prima del 1965).
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Su questo doppio binario del rapporto genitori figli si innesta un sottofondo tematico importante: quello della bellezza artistica e dell’innamoramento. Quello che circonda Ernesto è la melma appiccicosa della ipocrisia umana: i suoi fratelli vogliono approfittare della situazione per rifarsi una faccia e un nome, un miracolato che ha lo stesso nome di un personaggio Dantesco (Filippo Argenti) è disposto a giurare il falso pur di essere coinvolto nel processo di beatificazione, la zia Piera Degli Esposti lo esorta a macchiarsi la coscienza e a smettere di fare il giovane Werther, le altre zie lo circondano di attenzioni ma mantengono le distanze culturali, la moglie lo osserva come un alieno paranoico e di notte va a battezzare l’ignaro figlio, i canti tradizionali armeni e gli inni gregoriani (Giya Kancheli salmo 23 da Exil, Aaron Jay Kernis Musica Celestis) non fanno altro che sottolineare una separazione definitiva tra l’irrazionalità della fede e la purezza della coerenza umana di fronte alla paura della morte, l’impresario alticcio non condivide le illustrazioni dei libri per bambini nelle quali la libertà dell’artista disegnatore prevarica la fantasia infantile, il conte Ludovico Bulla, monarchico reazionario, lo sfida a duello perché non sopporta il ghigno di sfottimento sul suo viso (“lei fa parte di quel partito dei beatificatori della propria madre”).
Abbandonato su un divano, al buio, tramortito da questa assurda mercificazione delle cose sacre (Ma Gesù non aveva scacciato i mercanti dal Tempio?), Ernesto Picciafuoco prova a demolire la bruttezza di questo mondo (esemplificata dall’obbrobrio architettonico del Vittoriano, obbrobrio esteticoche ha inibito e influenzato negativamente la libertà creativa di tanti architetti) con l’Angelo della Bellezza, il cui Amore diventa forza rivoluzionaria capace di dare un senso alle nostre vite, rade al suolo strutture e sovrastrutture, saponifica madri, padri, poteri temporali e poteri precostituiti, e conferma l’assoluta necessità del libero arbitrio.
Ma trattandosi d Bellocchio non potevamo non accorgerci di qualche reminescenza psicoanalitica, più evidente nelle prime opere dell’artista piacentino. Se guardate attentamente il bassorilievo che il nostro pittore tormentato si porta a casa e che viene riprodotto al computer in una simulazione di movimento (falso movimento) attorno al Vittoriano, non potrete non accorgervi che la figura rappresentata è la famosa Gradiva (letteralmente “l’avanzante”) protagonista di un breve racconto di Jensen del 1903 e poi ripresa e psicanalizzata da Freud in un suo saggio del 1907. Riportiamo la storia in breve: Norbert Hanold un archeologo, visitando un museo di Roma, scopre un basso rilievo in cui è rappresentata una figura femminile nell’atto di camminare, a piedi nudi, “con una grazia cosi naturale che sembrava dar vita all’immagine di pietra”. Questa figura misteriosa, che verrà chiamata appunto Gradiva, in realtà affascina in maniera esagerata l’archeologo che si rende conto di esserne quasi ossessionato. Dopo un sogno in cui la Gradiva gli appare immobile sotto l’eruzione del Vesuvio che la sommerge, ed un altro sogno in cui vede l’Apollo del Belvedere sollevare in braccio la Venere Capitolina , l’archeologo decide di recarsi a Pompei, alla scoperta delle origini del bassorilievo. Qui incontra la Gradiva in carne e ossa, che lui crede un fantasma, e in bilico tra realtà e fantasia comincia a frequentare la ragazza, attratto ma spaventato. Un terzo sogno vede la Gradiva sempre protagonista mentre cerca con un filo d’erba di catturare una lucertola. Dopo un primo momento iniziale in cui la ragazza non si rivela e lascia credere a Norbert Hanold di essere una creatura dell’aldilà, abbiamo lo svelamento del mistero: la Gradiva si chiama Zoe, figlia di un professore di zoologia, amica di infanzia di Norbert e vicina di casa. Norbert Hanold comprende il senso di quell’innamoramento per il bassorilievo e chiede a Zoe di sposarlo. Sembra una storiella facile, facile, ma in realtà l’analisi spietata di Freud rivela un meccanismo di rimozione (quello dell’amore infantile per una bambina) che innesca una identificazione tra figura scultorea e rimosso, in una rappresentazione in cui i sogni sono desideri raffigurati nel loro appagamento. Ma cosa c’entra la Gradiva con Ernesto Picciafuoco? Proviamo a dare una nostra interpretazione: il figlio ha rimosso l’amore di bambino per la madre; non essendo mai stato veramente amato, non è stato mai capace di amare veramente. Come l’archeologo tedesco, Ernesto ha riversato nella sua professione tutte le energie e le pulsioni sessuali, è un sognatore, a volte delirante, a volte paranoico. Il rapporto con la moglie è inesistente, lui ha una seconda vita, in un'altra casa, altrove. Ecco che improvvisamente gli appare Diana, l’insegnante di religione (che in realtà Leonardo ci descrive orrenda) e lui trasfigura la realtà decadente e mediocre in una rappresentazione artistica che cammina e avanza verso di lui, a piedi nudi. Diana non esiste, è semplicemente un sogno, o meglio come direbbe Freud, è un desiderio raffigurato nel suo appagamento. E non è un caso che Diana venga rappresentata priva di talento. Il delirio di Ernesto si nutre di questa allucinazione dolcissima che però ha il potere di renderlo consapevole del grande sentimento rimosso dalla sua vita, l’amore.
Bellocchio è davvero bravo perché pur partendo da un discorso di parte (il regista è notoriamente ateo) sposta le critiche e le considerazioni filosofiche su un piano dialettico condivisibile anche per un credente. Qui non si vuole mettere in discussione la fede religiosa di milioni di persone, si vuole solo affermare la coerenza intellettuale di chi, professando il proprio ateismo, percorre la sua strada fino in fondo, senza scendere a compromessi, senza concessioni di fronte alla solitudine della morte, ma affermando la propria dignità di essere pensante. Esemplare la scena a tavola dove il padre ateo corregge il figlio che sbaglia il segno della croce (“si inizia con la destra, con la destra”) cercando di non influenzarlo con le proprie convinzioni. E in effetti la scelta di iscriverlo all’ora di religione è comunque sofferta ed è lo spunto per affermare che l’educazione scolastica dovrebbe essere comunque scevra da monopoli religiosi, cercando di non emarginare chi la pensa diversamente o relegarlo in una sorta di isolamento che è molto vicino alla intolleranza. Se a un bambino che comincia a mostrare qualche perplessità sui dogmi della Fede (“Come fa Dio a controllare sei miliardi di persone contemporaneamente?”) si risponde affermando che se non si crede si morirà soli e non si rivedranno più i propri cari oppure si cerca il compromesso della assicurazione sulla vita (la scommessa di Blaise Pascal) o peggio ancora si elude la importanza della domanda banalizzandola con un “noi non moriremo mai”, allora diventa legittimo porre in discussione le impostazioni pedagogiche dell’ora di religione.
Bellocchio fa traballare per qualche istante il suo protagonista e riesce ad emozionare intensamente senza ricorrere a colpi sotto la cintura. La scena della gigantografia della madre che sembra schiacciare il povero Sergio Castellitto è davvero uno dei più classici esempi di messa in scena che produce senso. Guardate la figura di Castellitto a lato dell’inquadratura, quel voltarsi di lato quasi a volere sfuggire a quella visione, i suoi occhi intimoriti spaventati, combattuti tra il senso dell’assurdo e una sorta di rispettosa commozione. Che situazione grottesca! Un figlio che aveva considerato la madre una stupida (“la sua stupidità ci ha avvelenato tutti…”), la vede adesso canonizzata per l’eroicità delle sue virtù, l’ignavia e la passività si tramutano in dolcezza e bontà.
Ma il vero sentimento di tolleranza e accettazione del diverso lo proviamo noi insieme a Ernesto Picciafuoco proprio nel momento più violento del film: quelle due bestemmie contro Dio e contro la Madonna, per tanto tempo trattenute, non suscitano sdegno e giudizio morale, ma portano ad un abbraccio fraterno che accoglie la sofferenza psichica e la malattia mentale, scavalcando vincoli religiosi e razzismi culturali. Un abbraccio che è un gesto d’amore di un uomo verso un altro uomo, forse quell’unico gesto che avrebbe degnamente sostituito decine di sorrisi dolcissimi, ma affettivamente vuoti. Il vero abbraccio del Salvatore che toglie i peccati dal mondo. Un abbraccio che prova ad attenuare l’urlo angosciato e angosciante del Cristo sulla croce che impreca: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?
Una umanità in sedia a rotelle affida la propria anima a Dio, assicurandola per l’aldilà. La musica sacra anestetizza ogni tentativo di razionalizzare una materia incandescente come i dogmi del Cattolicesimo ed ha un effetto castrante su ogni dichiarazione di indipendenza. L’oro di Dongo è facile da ottenere, basta chinare la testa e genuflettersi, basta annullare la propria volontà e lasciarsi consolare dalla immortalità della propria anima. Questa è una strada, condivisibile, giustificabile, praticabile. Ma non è l’unica possibile. Qui sta il nucleo centrale della professione illuministica di Bellocchio: non punta il dito contro il pellegrino che va a trovare il rappresentante di Dio in terra, ma contro il potere occulto di una società che ha smesso di volere cambiare il mondo e traveste di forza mistica le debolezze caratteriali. La necessità di un potere forte (che assomiglia al Re D’Italia dispotico propugnato dal conte Bulla, vendicatore dell’onore di Rigoletto e di Radames) che regoli la mandria delle masse presuppone un totale annullamento della personalità ed anche, aggiungo io, un piccolo egoistico torna conto personale. Se mi adeguo, se rinnego le mie idee, vengo reintegrato nella società. Una sorta di pentitismo panteistico nel quale ottenere una seconda possibilità di omologazione nei riti della società civile. Ma quanto questo pentitismo è sincero e quanto dettato dalle leggi del mercato e della convenienza? Potrebbe convenire al bambino avere una nonna santa? Potrebbe convenire all’ex terrorista avere una madre santa? E lo stesso Ernesto, “artista che nessuno conosce”, non potrebbe vedere la propria carriera decollare per la canonizzazione della madre? Come dice cinicamente Piera Degli Esposti (stupenda la sua breve comparsata): “Bisogna inventare la vita di una santa che non c’è. La nostra famiglia non conta più nulla,. Ci vuole un protettore, un padre, un padrino, un patrono, un titolo che ci restituisca credibilità.”. Con queste poche frasi è ben delineato il conformismo di tanta borghesia decaduta che tenta di risalire la china, utilizzando ogni mezzo, lecito e meno lecito, colpevolizzando gli altri, minandoli nelle loro certezze, utilizzando i figli come arma per tenere in piedi una famiglia disintegrata: (“Tu e Irene non vi separerete mai, non siete così crudeli”,”Non fare il moralista, impegna la tua coscienza con le corna di tua moglie”). E’ difficile sfuggire a questi rimorsi e a questi sensi di colpa. E’ difficile salvare la propria verginità di fronte a questi attacchi meschini e premeditati. Il sorriso di superiorità è una arma a doppio taglio. Quello che salva il nostro Ernesto sfidato a duello, non è solo la caparbietà di sentirsi nel giusto o il gesto di accettare la provocazione non arretrando di fronte al novello Barry Lindon. E’ soprattutto la conoscenza dei riti e dei formalismi dei Duellanti, imparata seguendo le lezioni di scherma del figlio. I figli possono insegnare qualcosa di importante ai padri, solo che i padri lo devono accettare, mettendo in discussione la loro autorità e infallibilità.
E’ grottesco pensare che quello che la maggior parte delle persone giudica inutile e superfluo diventa materia prima dell’artista che vuole liberare il proprio genio creativo, come i pittori del Cinquecento liberavano il proprio talento visionario negli sfondi dei quadri, non certo nelle rigide rappresentazioni delle icone religiose. La poesia, la pittura, la scultura, la musica, la letteratura: lì dentro è nascosta l’essenza della bellezza. Ma la bellezza da sola non basta, ci vuole il talento, l’intuizione artistica, il genio creativo. L’unione tra il pittore Ernesto e la bellissima Gradiva-Diana è proprio il connubio ideale tra la sensibilità poetica e la raffigurazione del bello, il momento ideale in cui Etica ed Estetica coincidono, in cui la affermazione del proprio io creativo si dota delle ali della bellezza oggettiva e distrugge in pochi secondi tutte le costruzioni secolari del Potere. Non importa se Diana esista veramente, lo abbiamo già detto, probabilmente è una proiezione dell’io paranoico e delirante dell’artista. Ciò che importa è che quello che prima non bastava, quel pezzo mancante che ci rendeva burattini in preda alla prima ideologia, quel senso di vuoto che bruciava sul nascere ogni dichiarazione di indipendenza, adesso è stato trovato. L’amore è questo inseguirsi a piedi nudi in una casa vuota, un mezzo girotondo su sé stessi per ritrovarsi, anche se si scelgono direzioni diverse (notate la scena di quando Ernesto e Diana escono da casa). Amore e Psiche viaggiano insieme, l’udienza in Vaticano fa il suo regolare corso nella sua solennità barocca, padre e figlio ritornano a scuola mentre sventola la bandiera dell’Europa. Forse un modo diverso di sentirsi uniti, forse un semplice augurio a varcare i confini dei nostri orticelli. Quello che resta è un sorriso convinto e convincente, finalmente coerente, insomma tutto l’opposto del sorriso beato e beatificante della madre.