Opinione di ga.s su Bloody Sunday
Con James Nesbitt, Tim Pigott-Smith, Nicholas Farrell, Gerard Crossan
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Sul film
Domenica 30 gennaio 1972 a Derry, nell’Irlanda del Nord, gli abitanti della città si raggruppano in un corteo pacifico. Vogliono infatti manifestare per ottenere molti dei diritti civili che non hanno, in quella fetta d’Irlanda assediata dall’esercito inglese. Un gruppetto si stacca dal corteo e inizia a manifestare un po’ più violentemente con una sassaiola. Ben presto arriva la risposta armata dei parà britannici che faranno 13 vittime fra i civili disarmati. Da questo episodio, non molto noto, il regista inglese Greengrass ha tratto un ottimo film di denuncia. Il film, vincitore dell'Orso d’Oro a Berlino (ex aequo col nuovo film di Miyazaki, ancora inedito da noi), racconta la vicenda di quella maledetta domenica puntando l’attenzione su tre personaggi: il protestante Ivan Cooper (interpretato da James Nesbitt), membro del parlamento e leader della manifestazione; Donaghy, un giovane cattolico fidanzato con una ragazza protestante; il generale inglese Ford che ha coordinato l’azione. Ma seguendo attentamente la storia, ci si rende conto che Greengrass non sceglie di attenersi unicamente ai fatti, né di puntare esclusivamente l’attenzione sulle vittime irlandesi e sui carnefici inglesi. Se mai – e questo risulta soprattutto evidente alla fine – i motivi di Greengrass (anche autore dello script) stanno, per prima cosa, nella rappresentazione di una possibile unione tra cattolici e protestanti (Cooper e Donaghy sono infatti i veicoli di questa contatto difficile e forse utopico), e poi nel non insistere più del dovuto sulla "rabbia" che normalmente accompagna anche le ricostruzione filmiche di gravi ingiustizie. Il regista preferisce sottolineare che l’azione dell’esercito inglese, oltre ad essere stata un inutile e colpevole massacro, è anche all’origine della crescita del fenomeno IRA in Irlanda (sorto nel 1969, ma sviluppatosi enormemente dopo i fatti del 1972). Il film, in una breve e significativa scena del finale, illustra l’inizio della crescita dell’Irish Republican Army, ma mostra anche la fermezza di Cooper nel non volerli spalleggiare. Servendosi dello stile del Dogma, mai prima d’ora così aderente alla vicenda narrata, il regista destreggia la sua macchina da presa secondo tre direttive, riuscendo a ritagliarsi, all’interno delle regole dogmatiche, un po’ di indipendenza stilistica. Tutto il film è costruito secondo un andamento a montaggio alternato tra la preparazione del corteo (e quindi la storia di Cooper e Donaghy), e quella dei militari. Nella prima parte (precedente il corteo), si nota un andamento relativamente moderato, anche se in continuo crescendo. Le scene di Cooper sono quasi sempre aperte dalla macchina da presa a mano che segue da dietro il personaggio, invitando lo spettatore a mettersi dietro le sue spalle, a seguirne l’azione, e quindi, simbolicamente è come se si anticipasse il movimento di un corteo facendoci parte di esso, seppure, appunto, in termini simbolici. Dall’altra parte, quella dell’esercito, nessuno, o quasi, è seguito: la macchina da presa riprende la decisione in faccia ai militari, ma anche la perplessità di chi non è del tutto convinto o non sarà ascoltato nei suoi inutili tentativi di imporre un "cessate il fuoco". In questo senso sono significativi soprattutto i primi piani del generale che coordina da un ufficio (e non sarà ascoltato), posto di fronte all’ufficiale irlandese che teme il peggio: i volti di entrambi, ripresi attraverso inquadrature che parzialmente sfuocano sugli stipiti della porta in primissimo piano e rendono slabbrata, a volte sfuocata, tutta l’immagine, dandole però peso, intensità e contrappuntando i dubbi dei due uomini. La seconda parte è quella del corteo e del massacro; sono le scene in cui le inquadrature risultano più movimentate, per rendere al meglio il senso del panico e del caos e sono le scene in cui si mostra quanto può essere significativo l’uso di almeno una delle caratteristiche del dogma, la macchina a mano. Nella terza parte, dopo lo scontro, le inquadrature, pur essendo sempre mosse, non hanno né l’agitazione dei momenti più drammatici, né i profondi movimenti in avanti della prima parte, ma si assestano (o quasi) per fissare il dolore dei parenti delle vittime e lo shock di Ivan Cooper, che nemmeno riesce a parlare nel corso dell’incontro con i giornalisti. Queste ultime sono le scene in cui l’interpretazione che l’irlandese James Nesbitt dà del protagonista tocca i momenti di maggior intensità, restituendo probabilmente ciò che deve aver vissuto il vero Ivan Cooper. Egli infatti, presente alla conferenza stampa di presentazione del film a Berlino, ha dichiarato di non essersi mai più ripreso da quel giorno: «Ancora oggi non riesco a passare davanti alla casa di qualcuno che è stato ucciso quel giorno, ancora oggi non riesco a parlare ai loro parenti» (da FilmTv, 18, 2002, p. 18). Bloody sunday è un grande film di memoria e denuncia; privo di musiche extradiegetiche, ma ricco di spari e urla; ben interpretato da tutti (è davvero difficile trovare attori irlandesi e inglesi che non siano bravi); diretto con grande ispirazione visiva (ma al di là dello stile di ripresa, che è molto interessante, notate anche certe piccoli particolari e rimandi interni, come l’insegna di un cinema alle spalle di Cooper: dei due titoli riportati uno è Sunday bloody sunday, un film inglese del 1971 di John Schlesinger, che ovviamente non può avere nulla a che vedere con la maledetta domenica di Derry, ma che nel suo titolo cela un segno premonitore che incombe sulle spalle di Cooper, quasi invisibile, eppure lì ben presente). Nei titoli di coda c’è una esecuzione live di Sunday bloody sunday degli U2 che va ben oltre lo scorrere dei titoli (tra cui trovate anche i nomi delle 13 vittime di Derry) e riempie il buio, che mai sembra finire, dello schermo.
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